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Soumaila Sacko, figlio di un Sud minore

Con molto piacere vi propongo il primo contributo di un nuovo autore del sito: Marco Gabbas. Benvenuto Marco e buona letura a tutti! A.G.

Introduzione
È recente la notizia del barbaro assassinio del sindacalista e bracciante Soumaila Sacko. Un fatto di tale gravità merita assolutamente un commento più generale e di più ampio respiro, oltre che considerazioni immediate. Tra queste considerazioni immediate, alcune si impongono.

Intanto, il macabro fatto che Sacko sia stato ucciso poco dopo che il neo-ministro Salvini aveva minacciosamente avvertito che la “pacchia” per gli immigrati era finita. È una amara ironia notare come questa “pacchia” abbia infatti raggiunto Sacko sotto forma di un colpo di lupara in piena faccia, nel più classico stile mafioso, forse intento proprio a cancellarne la faccia, oltre che a stroncarne la giovane vita. La faccia di un bracciante nero come Sacko, infatti, era la faccia di un invisibile, che nella sua scurezza sporcava il candore del perbenismo e dell’indifferenza italiane. Facce invisibili come lui, se lottano tenacemente per la non invisibilità e per l’autocoscienza, è bene siano cancellate con la forza. Ed è esattamente ciò che è avvenuto.

Un’altra considerazione meritano le varie interpretazioni dei fatti che sono state date sulla stampa. Mentre il sindacato di cui faceva parte ha emesso subito un durissimo comunicato, chiamando Sacko “la prima vittima di Salvini”, altri giornali hanno sottolineato come il bracciante sia stato ucciso mentre stava cercando di rubare qualche pezzo di lamiera in un locale posto sotto sequestro, assieme ad alcuni complici. Da un lato, essendo di origine meridionale, so bene che le campagne del Sud hanno sempre visto e vedono ancora episodi di efferata violenza di questo tipo, e non deve essere necessariamente uno straniero a farne le spese. Dall’altro, il contesto e la dinamica dell’accaduto non possono che farmi pensare a quell’adagio secondo il quale ai ricchi e ai poveri è vietato in egual misura di rubare e dormire sotto i ponti. Sembra infatti chiaro che Sacko sia stato ammazzato da un dato contesto sociale, al di là dei dettagli dell’accaduto. Alcune riflessioni e domande sorgono spontanee: questo sarebbe successo se Sacko non avesse vissuto in una baraccopoli, e se lui e i suoi compagni non avessero avuto bisogno di qualche pezzo di lamiera per ripararsi? Inoltre, vi immaginate una simile “punizione” per personaggi pubblici condannati per furto ai danni dello Stato, come Craxi o Berlusconi? O per altri che si sono fatti rimborsare dildo e mutande verdi con soldi pubblici?

Contesto generale
Non c’è dubbio, l’omicidio di Sacko è avvenuto al culmine di una campagna di odio abilmente orchestrata dalla quasi totalità del quadro politico, e che ha avuto il suo vergognoso apice nella campagna elettorale e nelle elezioni. Bisogna però dire che due partiti si sono particolarmente distinti in questa turpe vendita di falsità: la Lega e i 5 Stelle (oltre chiaramente ai neo-fascisti di Forza Nuova e Casa Pound, e ai nazionalsocialisti settentrionali del “Grande Nord”). Da un lato, per la Lega niente di cui stupirsi: è un partito nato è cresciuto avendo come punta principale le campagne anti-immigrati, fatte sempre con la stessa solfa. “Tutti a casa”, salvo poi che i meno sprovveduti di loro sanno benissimo che non solo gli stranieri sono indispensabili al funzionamento dell’economia italiana per com’è ora, ma che gli stranieri irregolari sono indispensabili al funzionamento dell’economia. Questo lo sa chiunque abbia un minimo di dimestichezza con le procedure italiane per “regolarizzare” esseri umani. Infatti, la manodopera “extra-comunitaria” in Italia è fondamentalmente di due tipi: chi ha i documenti, e chi non ce li ha, la differenza è importante. Chi ce li ha e lavora regolarmente, infatti, potrà essere brutalmente sfruttato, ma pur sempre nel benevolo limite delle leggi italiane, anche se nel continuo terrore di perderli e di diventare “clandestino”. La situazione è diversa per chi non li ha. Costoro infatti, essendo completamente invisibili e non potendo lavorare che in nero, possono essere vittime di uno sfruttamento di tipo schiavistico, e che rende ancora di più di quello dei regolari.

Chi conosce l’economia italiana sa bene che in alcuni settori del super-sfruttamento, infatti, gli irregolari sono diffusissimi, quando non maggioritari. Ed è evidente che una simile situazione non è frutto del caso, ma biecamente premeditata. Infatti, le procedure assurde e vergognose a cui devono sottoporsi questi esseri umani per ricevere i documenti farebbero allibire qualunque italiano che non sia direttamente coinvolto. Infatti, la legge Bossi-Fini, oltre che sbagliata nello spirito, è anche scritta con i piedi, come del resto la maggior parte delle leggi italiane, e questo spiega perché l’Italia sia il paese dove l’inefficienza e la burocrazia regnano sovrane. Eppure, non sappiamo a chi dare la colpa della scrittura della legge, visto che, soprattutto per quanto riguarda un personaggio come Bossi, abbiamo dei dubbi che fosse in grado di leggere e scrivere decentemente. Forse, è stata semplicemente scritta da qualcun altro e passata poi sotto il nome dei due illustri politici, come spesso accade.

Il fatto che la legge sia scritta in modo incomprensibile vuol dire che lascia a ogni questura libertà di interpretazione. Ogni ufficio immigrazione decide arbitrariamente cosa serve per avere i documenti. Non solo, ma tutto dipende anche dal singolo questore: cambia questore, cambiano le procedure, e questo non può che portare alla disperazione dei poveracci che non sanno a che santo votarsi. A questo bisogna aggiungere che normalmente gli uffici immigrazione delle questure non rispondono né al telefono né alle mail (salvo indicare a volte dei numeri di telefono dove, se chiamati, si ottengono delle risposte offensive), e che spesso il comportamento degli “impiegati” (che poi sono poliziotti) è vergognoso, con problemi di comunicazione dovuti al fatto che spesso si trovano più a loro agio con qualche dialetto che con l’italiano (poi, giustamente, ci lamentiamo degli stranieri che non imparano l’italiano…). Il far svolgere queste procedure dalla polizia è la cosa peggiore che si possa fare. Oltre a non avere le competenze specifiche per svolgere questo lavoro amministrativo, sarebbe bene che si occupassero di altre cose come la lotta alla criminalità, specialmente organizzata, anzi che perdere tempo nel rilasciare documenti agli stranieri. Sarebbe molto meglio che ci fossero dei semplici uffici amministrativi preposti a questi compiti, come infatti avviene in altri paesi europei, senza contare il fatto che una persona che richiede un semplice documento preferisce avere rapporti con un impiegato anziché con dei poliziotti in divisa (così gli stranieri imparano sin da subito la prima regola, cioè la criminalizzazione della loro condizione).

In sostanza, le procedure per ottenere qualcosa al quale si ha diritto sono talmente infernali che molti stranieri semplicemente non ottengono i documenti, pur avendone diritto, e questo li costringe all’irregolarità e al lavoro nero (oltre che all’esclusione dall’assistenza sanitaria, ecc.). L’andazzo è semplicemente troppo generale per credere che si tratti di un “caso” o di una semplice “inefficienza”. No, si tratta di ben altro. Si tratta di una precisa volontà politica di avere costantemente una quota di stranieri “regolari” e una quota di “irregolari”. Entrambi servono a scopri precisi: i “regolari” servono a far vedere la faccia pulita e umana dello sfruttamento, mentre gli “irregolari”, oltre a rappresentare il serbatoio dello schiavismo del XXI secolo, sono sempre un utile spauracchio nella guerra tra poveri. Non a caso, in ogni dichiarazione minacciosa si chiarisce sempre che i “regolari”, i “buoni”, non hanno niente da temere (cosa purtroppo non vera, perché in Italia uno straniero ha sempre e comunque da temere, soprattutto se è nero). Come ultima cosa, è bene chiarire che tutte queste pratiche vergognose riguardano anche le famiglie dove uno dei coniugi è cittadino italiano: infatti, non vengono concessi i documenti al coniuge “extra-comunitario” se non si ha un certo reddito (per altro deciso discrezionalmente e mai chiarito), e anche lui/lei dovrà sottoporsi alla pratica umiliante delle impronte (meglio prenderle, non si sa mai: del resto è chiaro che uno straniero venuto in Italia a delinquere andrà come un pollo a fare la fila davanti agli uffici immigrazione…).

Tornando ai principali partiti dell’anti-immigrazione, un dignitoso secondo posto va dato al Movimento 5 Stelle. Questo movimento profondamente populista e qualunquista, nato dagli spettacoli sbracati di un comico, era nato con delle istanze di buonsenso ma, soprattutto con la svolta di Di Maio, si è trasformato in una forza retrograda che fondamentalmente ha fatto concorrenza alla Lega sul terreno dell’odio verso gli stranieri (solo che la Lega è stata più votata al Nord, suo classico territorio di caccia, l’M5S al Sud). La loro collaborazione nel governo giallo-verde era ampiamente prevedibile, anche se è venuta dopo un lungo e atteso rituale di corteggiamento, con tanto di canonica falsa ritrosia (“non ti voglio… ma sì, dai, alla fine ti voglio”) che non ha potuto che lasciare il campo alle affinità elettive.

Altri Sud
Come dicevamo, è appunto in questo contesto che Soumaila Sacko ha trovato la morte. Questo fatto, però, spinge a fare un interessante paragone storico. Le piantagioni del Sud Italia odierno, infatti, dove Sacko lavorava, ricordano per molti versi le piantagioni di un altro Sud e di un’altra epoca, quello degli Stati Uniti d’America. In entrambi i casi, infatti, si tratta di attività agricole redditizie basate sullo sfruttamento di lavoratori neri. Ci sono però delle importanti differenze: prima della Guerra Civile Americana, gli afro-americani delle piantagioni erano schiavi a tutti gli effetti, mentre dopo poterono approfittare della semplice “segregazione”. Nell’Italia di oggi chiaramente non esiste l’istituto legale della schiavitù nera, né esiste un’organica legge che sancisca la segregazione razziale. Il punto è che, nell’Italia di oggi, la semi-schiavitù e la segregazione di questi braccianti neri è un dato di fatto, anche se non sancito da nessuna legge organica.

Ma sono altre le macabre suggestioni che vengono da questo interessante paragone storico, e possono forse spingerci a paventare degli scenari per il futuro. Guardiamo chi, tra i bianchi degli Stati Uniti, osava ribellarsi alla schiavitù nera e alla segregazione razziale poi. Come ha spiegato Domenico Losurdo in un bel libro, gli americani bianchi contrari alla schiavitù erano fondamentalmente degli estremisti cristiani. Sembra paradossale, ma nella società di allora venivano considerati in maniera molto simile ai fondamentalisti islamici di oggi, tant’è che li si potrebbe tranquillamente chiamare fondamentalisti cristiani. Come argomentavano, gli esseri umani sono tutti uguali e tutti figli di Dio. Quindi, la schiavitù non era altro che un barbaro crimine, il peggiore che l’uomo potesse commettere sull’altro uomo, la peggiore forma di violenza sulla persona. Ma come opporsi a tale infamità? È qui che la narrazione storica si fa estremamente interessante. Questi abolizionisti americani rifiutavano la schiavitù anche in nome del pacifismo e della non-violenza: come detto, la schiavitù era rifiutata appunto come peggiore forma di violenza sulla persona. Pertanto, all’inizio sembrò loro coerente limitarsi a denunciare questa istituzione, senza istigare né collaborare ad atti di violenza liberatoria, come ribellioni, fughe, ecc.

Ma, analizzando l’evoluzione del loro pensiero, si può vedere come alcuni di essi cambiarono progressivamente idea alle prese coi fatti. Non si poteva aiutare o nascondere uno schiavo fuggitivo, dato che ciò era illegale e comportava pene severe, né tanto meno aiutare o sobillare un’insurrezione di schiavi contro i loro padroni. Ma ecco che gli abolizionisti si trovarono di fronte a un vero e proprio dilemma: come coniugare la legalità e la “non-violenza” con la propria coscienza? Che senso aveva parlare di legalità di fronte a un’istituzione tanto mostruosa? E che senso aveva parlare di “pace” e “non-violenza” nei confronti di un’istituzione che altro non era se non l’apoteosi della violenza? Questo portò alcuni abolizionisti a prendere la strada della disobbedienza cosciente e militante alle leggi, organizzando e aiutando gli schiavi fuggitivi anche a proprio grave rischio. Non solo, alcuni si spinsero ancora oltre. Aveva senso parlare di “non-violenza” in una rivolta degli schiavi contro i propri padroni? Se non aveva senso, tanto valeva schierarsi apertamente coi neri in rivolta, o addirittura sobillarne essi stessi le rivolte, cosa che infatti si verificò in più di un caso.

Facendo un balzo in avanti, arriva l’epoca della segregazione. I neri continuano a essere vittime del regime di Jim Crow, ma c’è un’altra minoranza di bianchi che a proprio grave rischio si schiera con i neri. Infatti, oltre ai movimenti cristiani e per i diritti umani, fa la sua comparsa il movimento comunista. Il movimento comunista non si diffuse negli Stati Uniti come in altri paesi come la Francia o l’Italia, ma riuscì comunque ad agire in alcune zone e a maturare alcuni importanti meriti storici. Uno dei più grandi fu appunto il loro sostegno incondizionato alle lotte dei neri. Infatti, a causa della loro solidarietà con la razza inferiore vengono bollati come “stranieri” e nigger lovers, amanti dei negri. Per descrivere “il coraggio di cui […] i comunisti sono costretti a dar prova”, Losurdo cita lo storico americano Robin D.G. Kelley, secondo il quale “la loro sfida al razzismo e allo status quo provoca un’ondata di repressione che si sarebbe portati a ritenere impensabile in un paese democratico”. Un comunista poteva “fronteggiare l’eventualità del carcere, del pestaggio, del sequestro di persona e persino della morte.” Del resto, chi ha visto il film Mississippi Burning, basato su storie vere, si è fatto un’idea di cosa poteva succedere a un bianco che fosse troppo “amico dei negri”.

Conclusioni: possibili scenari
Torniamo all’Italia dei giorni nostri. Quali sono le suggestioni che ci vengono date dal confronto del passato americano con il presente italiano? Infatti, nell’Italia odierna, di fronte alle enormi ondate di razzismo, si sono già diffuse forme di resistenza e di disobbedienza civile di vario tipo, da parte di soggetti diversi. Oltre alle evasioni e alle rivolte nelle prigioni per immigrati (CIE), ci sono stati casi di attivisti italiani che hanno cercato di liberare degli stranieri prigionieri, per non parlare di organizzazioni umanitarie che sfidano le denunce per salvare le carrette del mare, o di altri italiani che aiutano i migranti a passare il confine con la Francia. Tutte queste persone, mosse da idee anche molto diverse, hanno in comune le azioni ai limiti o ben oltre i limiti della legalità. Il dilemma che si pongono è simile a quello degli abolizionisti e dei comunisti americani di epoche passate: cosa fare quando la coscienza impone di violare leggi palesemente ingiuste?

Chiaramente, nessuno ha la “palla de vetro”, ma è possibile fare ipotesi per il futuro. L’Italia è un paese con forti tradizioni cristiane, comuniste e anarchiche. Componenti variamenti riconducibili a queste ideologie si sono già rese protagoniste di azioni di disobbedienza civile. È possibile che una radicalizzazione xenofoba in Italia possa portare a una radicalizzazione di queste esperienze, pur provenienti da arie così diverse? Potrebbero forse queste componenti unire le forze per meglio contrastare l’ondata razzista? È opportuno rilevare come l’Italia non è nuova a commistioni di queste diverse ideologie, in episodi di particolare gravità storica, si veda la Resistenza o gli anni ’70. Potrebbe Soumaila Sacko diventare il simbolo di una simile svolta, al grido di “Soumaila è vivo e lotta insieme a noi”? Secondo un vecchio adagio cinese, certe morti possono pesare come una piuma, altre come una montagna. Resta da vedere quanto peserà quella di Soumaila Sacko.

Marco Gabbas

Questo articolo è stato pubblicato qui

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