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Singapore, quando il modello “legge e ordine” si presta all’abuso

Il modello singaporeano “legge e ordine” ha molti estimatori nel mondo. Ma cosa c’è oltre l’esempio da manuale e pluricitato della multa per chi getta chewing-gum in terra?

Il 1° ottobre l’artista e attivista Seelan Palay intendeva rappresentare in pubblico il monologo “32 anni: l’interrogatorio di uno specchio”, sui 32 anni di detenzione senza processo dell’ex parlamentare Chia Thye Poh. Aveva ottenuto un regolare permesso. Dal parco Hong Lim, ha iniziato il monologo muovendosi verso la sede del parlamento. Lì alcuni agenti di polizia lo hanno bloccato: nella richiesta di permesso non aveva specificato che lo spettacolo sarebbe stato itinerante e diretto verso un luogo istituzionale (nella foto tratta da www.mothership.sg il momento dell’arresto).

La legge sull’ordine pubblico non permette “riunioni o assemblee” del genere. Dopo oltre 24 ore di fermo di polizia, Seelan Palay è stato rilasciato.

A febbraio l’attivista politica Han Hui Hui è stata multata dell’equivalente di circa 2000 euro per aver organizzato una manifestazione pacifica sull’uso improprio dei fondi pensionistici governativi. Ha successivamente cercato riparo all’estero ma le autorità della Malesia l’hanno rimandata a Singapore.

A giugno gli organizzatori del Pink Dot – una sorta di Pride statico – sono stati obbligati a manifestare all’interno di barricate. La polizia ha preteso di controllare i documenti d’identità di tutti i partecipanti per sincerarsi che nessuno straniero assistesse o prendesse parte all’iniziativa.

A settembre gli attivisti contro la pena di morte Kirsten Han, Jolovan Wham, Terry Xu e Jason Woo sono finiti sotto inchiesta per manifestazione non autorizzata, per aver partecipato a una veglia contro un’imminente (e poi portata a termine) impiccagione.

Un mese prima l’avvocato del condannato a morte era stato multato di circa 4000 euro per aver criticato su Facebook il potere giudiziario.

Già, la pena di morte. Negli ultimi tre anni, sono state eseguite 10 condanne a morte e ne sono state emesse altre 17, tutte per omicidio e reati di droga.

La maggior parte dei condannati a morte per reati di droga sono piccoli spacciatori costretti a mettersi al servizio dei narcotrafficanti per pagare debiti o perché non trovano lavoro.

La pena di morte per reati di droga resta una sanzione obbligatoria, anche se una riforma del 2013 lascia al pubblico ministero (e non al giudice) il potere discrezionale di stabilire se, in base alla collaborazione fornita dall’imputato alle indagini, quest’ultimo può essere esonerato dall’impiccagione.

Recenti ricerche di Amnesty International hanno tuttavia mostrato che questo potere discrezionale è esercitato raramente.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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