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Salute pubblica: quell’intreccio non sempre sereno fra poliziotti , soldati e ambiente

L'unico modo per fare prevenzione nei paesi in via di sviluppo è dialogare con forze dell'ordine ed esercito. Ma non è sempre facile: l'esperienza di Nicholas Thomson raccontata su The Lancet.

di Cristina Da Rold

 

Nel 2003 l’epidemiologo Nicholas Thomson lavorava con un team della Johns Hopkins University nel campo della prevenzione dell’HIV a Chiang Mai, in Tailandia, quando il presidente del paese, Thaksin Shinawatra, lanciò una vera e propria guerra contro la droga, che prevedeva l’eliminazione dei trafficanti. Bene, no? In realtà per nulla. All’interno di questa battaglia ci hanno rimesso anche circa duecento persone che non erano trafficanti e che anzi svolgevano un ruolo importante per il team di Thomson, nell’altra guerra, quella contro l’AIDS.

Crediti immagine: Pixabay

“Ho passato i successivi dieci anni cercando di entrare in contatto con i ministeri responsabili della sicurezza pubblica in tutto il Sud-Est asiatico per vedere quali leve potevano essere regolate per ottenere un migliore risultato in termini di prevenzione e di salute pubblica in generale” racconta Thomson a Science.

Dopo tanto peregrinare, Thomson capisce: parte del problema deriva dal fatto che il team non aveva forgiato legami abbastanza forti con la polizia, il Ministero dell’Interno, e i gestori delle carceri. Un po’ come la famosa tela di Penelope: qualcuno tesseva di giorno e altri disfacevano di notte. “Il problema non riguarda solo l’AIDS. Si tratta di dinamiche che influenzano le risposte contro la polio, le epidemie di l’ebola, Zika, malaria, solo per citare qualche esempio”.

Sicurezza e la salute pubblica

Il risultato di queste sue ricerche è stato pubblicato proprio in questi giorni su The Lancet in una serie di articoli coordinati proprio da Thomson che esplorano la relazione tra il settore della sicurezza e la salute pubblica, riassumendo le politiche che possono aiutare a colmare il divario tra attori militari e civili migliorare la salute globale.

Si tratta di un lavoro particolarmente utile per farsi un’idea di che cosa accade davvero quando si ha a che fare con un’epidemia nei paesi in via di sviluppo e di quali sono le reali difficoltà per operare. Non è tutto così semplice come può sembrare da lontano. Pensiamo all’immensa epidemia di Colera in Yemen, che ha contato nel 2018 quasi 400 vittime e 295.000 casi sospetti quest’anno, oltre ai 2.300 decessi e agli 1,1 milioni di casi sospetti nel 2017.

“Basta guardare costa sta accadendo nel caso della malaria resistente ai farmaci nel nord della Cambogia” continua Thomson. “Gli unici funzionari pubblici sono poliziotti, militari, frontiere e funzionari doganali. Non ci sono epidemiologi sul campo”.

Flussi migratori

Le International Health Regulations, 2005 (IHR) promuovono partenariati tra le forze di pubblica sicurezza, la sanità pubblica e la società civile, e ci sono stati casi, come per esempio nella lotta contro l’HIV, di partenariati tra polizia e organizzazioni non governative (ONG), ma – chiosano gli esperti – i progressi sono ancora pochi e lenti. Ci sono situazioni, come i flussi migratori, dove il dipartimento per l’immigrazione e quello per la salute pubblica hanno una visione diversa di partenza della gestione del fenomeno, e in molti casi essi faticano a dialogare. In Italia questo scollamento lo viviamo ogni giorno.

“Difficilmente un’agenzia internazionale è disposta a intervenire nello spazio di riforma della polizia in modo tangibile” racconta Thomson. Ma non c’è salute pubblica senza il rispetto dei diritti umani. “Nelle strade secondarie di Douala per esempio, in Camerun, ci sono anche venti hotspot in giro per la città, e intorno a ciascuno si contano 200 prostitute che operano in piccoli alberghi. Tutte riferiscono di essere state molestate e di dover pagare delle tangenti alla polizia.”

Prigioni, come interagire con chi ha il potere nelle carceri?

Un altro contesto pericoloso sono le prigioni, che non sono certo gestite da epidemiologi, ma da guardie di sicurezza senza alcuna formazione sanitaria, ed è molto difficile per un’organizzazione internazionale o una ONG riuscire a interagire con chi detiene il potere nelle carceri. L’OMS stima che la prevalenza globale dell’HIV fra i detenuti sia intorno al 3%. In alcune situazioni è 15 volte superiore rispetto a quella della popolazione adulta. Al tempo stesso i preservativi sono disponibili per i detenuti in soli 28 paesi.

Secondo gli autori, per sostenere l’ampliamento delle partnership in materia di salute e sicurezza, vi è la oggi pressante necessità di ampliare la base di prove – per esempio studi costo-efficacia – da cui partire per sviluppare strategie operative. In questa direzione, nel 2016 e poi nel 2018 si è tenuta la Conferenza internazionale sull’applicazione della legge e la salute pubblica (LEPH) che ha individuato le priorità nella cooperazione fra forze dell’ordine e della sanità pubblica: la salute mentale, la violenza (soprattutto contro le donne), i traumi (in particolare gli incidenti e le malattie professionali), le crisi e le catastrofi, le malattie infettive e l’abuso di alcol e droghe.


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Questo articolo è stato pubblicato qui

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