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Repetita iuvant

Immaginavo che il mio articolo di ieri suscitasse opinioni, approvazioni o dissensi. Nel momento stesso in cui una perona decide di prendere una posizione sa che si troverà opposto ad altri pensieri. Non in questo numero però. Spero sia possibile rispondere attraverso questo breve chiarimento, che mi auguro esaustivo.

Ne ero certo ma ho riletto con attenzione il mio pezzo di ieri: non ho mai scritto la parola "fascismo". Una sola volta "antifascista", ma il tono ed il contesto era chiaramente ironico. Mai negato la libertà di espressione. Questa, se mai avverrà, dovrà essere decisa da un giudice, non certamente da un due di picche come il sottoscritto. Ho negato invece, e nego tuttora, il diritto di alcuni di amplificare quel pensiero attraverso una fiera mediatica di rilevanza internazionale. Quindi, sino a quando la magistratura lo riterrà opportuno, L'Editore Altaforte, potrà pubblicare i suoi libri e, per la stessa libertà di espressione, alcuni librai potranno decidere di non tenere quei libri ed una manifestazione pubblica La cui sopravvivenza è garantita da fondi pubblici (quindi da noi) dovrebbe riflettere con maggior cura sugli inviti, anche economici alla Fiera.

Non entro nel merito dei contenuti dei libri, non avendoli letti. Sono sufficienti le affermazioni dell'editore per capire con assoluta certezza che quelle letture non appartengono alle mie idee.

Alcuni commenti dissertano poi su argomenti diversi (comunismo, ANPI ed altro) che nulla hanno a che vedere con il mio articolo. Per dovere di cronaca e per chiudere, spero definitivamente, questa inutile diatriba, informo che ho smesso di seguire le idee comuniste (che, si dovrebbe sapere, in Italia già differivano spesso dal pensiero padre sovietico) dal 1973, quando Enrico Berlinguer pubblicò sui Meridiani le sue tesi sul cambiamento di rotta che avrebbe dovuto avere la sinistra dopo le vicende cilene. Questo pensiero di tradusse poi nel compromesso storico e nell'Eurocomunismo, con ampio anticipo sulla caduta del muro di Berlino.

Sull'ANPI e sul suo operato chiedere conto all'ANPI stessa, e non a me. La mia definizione di partigiano, in chiusa al pezzo, era ben più ampia e diversa. Le posizioni dell'ANPI coincidono talvolta con le mie, altre volte meno sino al dissenso, come ritengo sia giusto in una normale dialettica. 

Dialettica. Ecco, forse è questo il nodo cruciale. Può la libertà di opinione garantire la parola a chi persegue, anche con la violenza, la scomparsa di questa stessa libertà? Usare un termine diverso da "suicidio culturale" nel descrivere questa posizione esiste e se c'è qual'è? Io posso avere su questo solo opinioni, le mie.
Commenti più argomentati, giudizi più severi e prese di posizione più autorevoli spettano ad altri.

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