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Relazioni tese tra Iran e Occidente, a pagare sono le prigioniere

Dall’Iran arrivano in questi giorni notizie estremamente preoccupanti per quanto riguarda la situazione dei diritti umani.

Lunedì scorso è stata trasferita nel reparto psichiatrico dell’ospedale Imam Khomeini la prigioniera anglo-iraniana Nazanin Zaghari-Ratcliffe, detenuta da oltre tre anni per l’assurda accusa di spionaggio.

Lo stesso giorno è finita in carcere, per accuse al momento ignote, la ricercatrice franco-iraniana Fariba Adelkhah.

Sempre lunedì 15 è stata arrestata la giornalista Moolod Hajizadeh. Poco più di un giorno dopo è stata rilasciata su cauzione come avvenuto quattro mesi prima, quando aveva preso parte a una manifestazione di donne di fronte al ministero del Lavoro per chiedere l’uguaglianza di genere e la fine dell’obbligo d’indossare il velo.

La campagna contro l’obbligo del velo continua a essere un nervo scoperto per le autorità iraniane, che la ritengono un’invenzione pubblicitaria statunitense.

Dalle ricerche di Amnesty International è emerso che, dal mese di aprile, in almeno sei casi attiviste della campagna sono state poste in isolamento, private di ogni rapporto con l’esterno, minacciate di ripercussioni contro le loro famiglie se non avessero “confessato” di fronte a una telecamera di provare rincrescimento e pentimento per essersi piegate al volere di “agenti dell’opposizione anti-rivoluzionaria all’estero”, ossia la campagna dei cosiddetti Mercoledì bianchi.

Il caso più recente riguarda Saba Kordafshari, 22 anni, arrestata il 1° giugno. Per i primi 11 giorni è stata tenuta in isolamento nel centro di detenzione Vozara della capitale Teheran. Qui, hanno provato invano a farla “video-confessare”. Poi è stata trasferita nella prigione di Shar-e Ray, dove ha ricevuto altre pressioni. Il 2 luglio è scomparsa, per ricomparire in carcere 12 giorni dopo. Nel frattempo, il 10 luglio è stata arrestata anche la madre, Raheleh Ahmadi.

Gli altri casi sono descritti qui.

Spicca la pessima figura, alla faccia della deontologia professionale giornalistica, del personale della Islamic Republic of Iran Broadcasting (IRIB), che filma interviste forzate senza il minimo consenso. Come nel caso di Yasaman Aryani e di sua madre Monireh Arabshahi, arrestate il 10 e l’11 aprile, e di Zarrin Badpa, l’anziana madre di Masih Alinejad, giornalista iraniana residente negli Usa e ideatrice della campagna dei Mercoledì bianchi.

Ricordiamo che per aver difeso le attiviste della campagna è in carcere, condannata a un totale di 33 anni e 148 frustate, poi ridotti a 12 anni per il divieto di cumulo, l’avvocata per i diritti umani Nasrin Sotoudeh.

Nella foto da sinistra a destra Yasaman Aryani e Saba Kordafshari

Questo articolo è stato pubblicato qui

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