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Regeni: tortura e omicidio come ragione di Stato

La morte violenta, violentissima, di Giulio Regeni è già derubricata da omicidio di Stato. E non tanto perché l’impresentabile, ma presentissimo sui media nostrani, Luttwak sparge la sua spazzatura velenosa: “Magari l’ha ucciso un’amante. Se uno fa cose pericolose, si assuma i suoi rischi”. Ma perché ciò che iniziano a sostenere e divulgare gli esegeti del politicamente corretto d’ogni governo, ovviamente anche dell’attuale, già istillano fra passi di iperrealismo il perdonismo per la ragione di Stato e per la guerra al terrore.

Cosa centri Regeni con tutto ciò sarebbe facilissimo da provare, se non fosse che per terrore la banda Al Sisi inserisce non solo, e probabilmente non tanto, la presenza dell’Isis in casa, che comunque c’è, ma soprattutto chi continua a ostacolare il suo gioco di raìs assolutista, con ogni mezzo lecito e illecito. Come avevamo sospettato per quel l’Egitto mostra da anni, Regeni è stato prelevato in strada da un paio di mukhabarat e condotto in uno dei mille luoghi di detenzione, ufficiali e ufficiosi. Dove gli interrogatori sono conditi da torture. Se per convalidare questa versione - sospettata dopo il ritrovamento del cadavere del ricercatore da amici, colleghi, attivisti locali con cui lui era in contatto nel soggiorno cairota - la lobby di Stato si serve di tre agenti rivelatori al prestigioso New York Times, il fine risulta quello d’uscire allo scoperto, poiché non reggono più le balle sull’incidente stradale o il crimine di piccola malavita.

Quindi s’accetta la versione della responsabilità delle forze dell’ordine, avanzata quasi compattamente anche dalla stampa mainstream finora semicieca verso la repressione dell’alleato Sisi, e si fa avanzare l’eterna e utilitaristica ipotesi di Servizi deviati o in lotta fra loro. Contro la volontà dell’ignaro presidente che sarebbe in balìa di forze che gli remano contro e cercano di ostacolarne il percorso stabilizzatore in un Paese sotto l’attacco terroristico. Che bella favola!!!

Certo che in Egitto è entrato in scena, da almeno due anni, un jihadismo autoctono (Ansar al Maqdis) prima qaedista e ora dialogante col Daesh. Come può starci che, dalle settimane seguenti alle strage militare della moschea di Rabaa, una componente radicale della Fratellanza abbia scelto percorsi di lotta armata, vedendosi chiusa la strada legale e pubblica. Ma questo non può nascondere il terrore diffuso dalla lobby militare che controlla lo Stato, incrementato col golpe di luglio 2013 e la scalata nelle Istituzioni.

Il ministro dell’Interno Abdel Ghaffar, generale anch’egli, continua a sviare sui temi di tortura e repressione anche di fronte alle campagne di Ong di peso come Human Rights Watch e Amnesty International. E ne ostacola sempre più le indagini. E che dire del ministro di Giustizia al-Zind che dichiara in tivù di voler applicare contro gli oppositori vendette e rappresaglie peggiori di quelle naziste o dei generali argentini? Il caso Regeni potrebbe porre l’Italia, nazione seviziata nel corpo del suo cittadino ricercatore, in testa a una campagna internazionale per curare il tumore egiziano che da due anni sta facendo precipitare la nazione nel buco nero d’una dittatura sanguinaria.

Invece il salvagente è già pronto. Fornito da cavalli di Troia del sisismo, che poi è quel sistema di feloul, che rievocano il regime amico dei raìs trascorsi (Sadat, Mubarak) utili alle manovre imperialiste in Medio Oriente. Dopo aver falisticamente ipotizzato che le autorità italiane non sapranno mai cosa sia realmente accaduto a Regeni, Sergio Romano sul Corriere della Sera scrive che un passo di sdegno del nostro Esecutivo comportante l’interruzione dei rapporti diplomatici ci priverebbe “dei nostri abituali contatti con uno dei maggiori protagonisti della regione. Saremmo meno informati su ciò che accade in Medio Oriente e perderemmo il capitale (lapsus forse economico, ndr) di amicizia che l’Italia ha costruito con quel Paese nel corso degli anni”. E ancora “siamo in una situazione difficile e imbarazzante… non possiamo dimenticare che l’Egitto sta combattendo contro un mostro responsabile, tra l’altro della distruzione di un aereo russo pieno di turisti, e dei massacri di Parigi… Piaccia o no, l’Egitto, in questo momento, è un alleato, non un nemico”. Quindi concede “… abbiamo il diritto di dire al Cairo che non si vince una guerra senza il sostegno della pubblica opinione”.

Ma è una boutade inopportuna che ostacolerebbe la real politik. L’ex ambasciatore da tempo opinionista mainstream, è l’altra faccia del Giano bifronte del cinismo occidentale che ha in Luttwak il volto sfrontato del negazionismo imperialista. La buona e la cattiva coscienza mediatiche son qui a convincerci che Sisi è il minore dei mali possibili e i Regeni non hanno ragione d’esistere. 

Enrico Campofreda, 15 febbraio 2016

articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it

 

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