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Reddito di cittadinanza e Centri per l’impiego: rischio collasso con la carica dei “nuovi disoccupati” e pochi rinforzi

Egregio Titolare, la montagna del reddito di cittadinanza pare stia per partorire un topolino. Non solo dal lato dell’erogazione del reddito ad una platea di cittadini che ogni giorno va restringendosi, man mano che si evidenzia la complessa sostenibilità finanziaria della misura, ma anche dal lato dell’organizzazione retrostante.

di Luigi Oliveri

Ci riferiamo, Titolare, ancora una volta ai centri per l’impiego, considerati nella visione del reddito di cittadinanza come il fulcro per la sua attribuzione ed il controllo conseguente, ma anche visti dall’attuale maggioranza come un punto debole dell’organizzazione pubblica, da rafforzare necessariamente.

Ora, si apprende che il Governo ha presentato un emendamento alla legge di bilancio 2019 per l’assunzione di dipendenti chiamati, appunto, a rafforzare i centri per l’impiego. Quanti? Giusta domanda, Titolare. Proviamo a indovinare.

Da mesi si parla di un finanziamento destinato a tale scopo, prima quantificato in 2 miliardi, poi sceso a 1,5 miliardi, infine assestato (forse) in 1 miliardo. Ora, dividendo questa somma per il costo lordo (comprensivo di oneri riflessi e imposte) medio di un dipendente pubblico che per comodità arrotondiamo a 40.000 euro, potenzialmente si potrebbero assumere 25.000 dipendenti, giungendo ad un totale di circa 32.000.

Ci si avvicinerebbe ai livelli della Francia e della Gran Bretagna, pur restando lontanissimi dagli oltre 100.000 dipendenti dei servizi per il lavoro operanti in Germania.

E, comunque, anche 32.000 dipendenti, per una platea potenziale (a questo punto, molto potenziale) di 5.000.000 di percettori del reddito, cui assicurare almeno 5 contatti (tra assegnazione del beneficio, colloqui orientativi e le famose tre offerte di lavoro), è una cifra del tutto inadeguata. 25 milioni di “contatti” divisi per 32.000 dipendenti, significa 781 contatti a dipendente, per 156 persone da seguire come “tutor” in 220 giorni lavorativi annui. Ferma restando la platea degli altri 3 milioni di disoccupati che, comunque, restano “clienti” dei centri per l’impiego e ferme restando tutte le funzioni che sono chiamati a svolgere.

Tuttavia, caro Titolare, non si era mai capito fin qui se il miliardo per finanziare il rafforzamento dei centri per l’impiego fosse una tantum o una spesa continuativa annuale. Torniamo all’emendamento governativo alla legge di bilancio, per avere un indizio. Ebbene, il Governo prevede l’assunzione di 4000 dipendenti per i centri per l’impiego, pari a meno di 6 volte quanto il miliardo di finanziamento in astratto previsto potrebbe consentire.

A questo punto, il sospetto che il miliardo di euro sia una tantum e non una spesa continuativa risulta piuttosto fondato.

Che conclusione trarre, Titolare? Lo facciamo dire al direttore di AdaptFrancesco Seghezzi:

 

 

È chiaro poi che sia con i 16mila previsti che con i 12mila che saranno i Centri per l’impiego non possono materialmente gestire la riqualificazione e il collocamento di 5,5 milioni di persone.

19 utenti ne stanno parlando

In effetti, con un drappello di 11-12 mila dipendenti, i centri per l’impiego vengono certamente rinforzati (si ha l’impressione, Titolare, che tale cifra sia maggiore dei circa 7.000 dipendenti in servizio), ma si resta ancora lontani anni luce non solo dal confronto con i Paesi competitori, dotati di molti più dipendenti pur con una disoccupazione minore, ma soprattutto dal fabbisogno minimo accettabile per gestire in modo appena accettabile il reddito di cittadinanza.

Perché sebbene le “trattative” con la Ue stiano mettendo in discussione la sostenibilità della misura ed essa vada incontro ad un progressivo dimagrimento, comunque vi sarà un’ondata di richiedenti con un impatto fortissimo sui centri per l’impiego, il cui rafforzamento di 4000 unità (che, oltre tutto, sarebbero da formare in tempi eccessivamente brevi) non pare adeguato ad assorbire. Si tenga presente, Titolare, quanto ha osservato ancora Francesco Seghezzi rispetto agli ultimi dati Istat sull’occupazione:

Potrebbe essere un segnale, se confermato in futuro; si potrebbe trattare degli avamposti della “carica” di chi, privo di un’occupazione ma fin qui mai segnalatosi come “disoccupato” (tale è non solo chi non lavori, ma chi rilasci ai centri per l’impiego una dichiarazione formale di immediata disponibilità alla ricerca di lavoro), ora intenda emergere come disoccupato, proprio per poter chiedere il reddito di cittadinanza.

Un rafforzamento estremamente labile dei centri per l’impiego produrrà rilevantissimi problemi di governo dei milioni di domande ed istruttorie necessarie, ma anche una difficoltà ordinaria nel seguire i tantissimi che saranno indotti dall’introduzione della misura del reddito di cittadinanza a manifestarsi come disoccupati. Se fin qui, poco più di 7000 dipendenti sono oggettivamente insufficienti a gestire 3 milioni circa di disoccupati, non è facile immaginare che 11-12 mila dipendenti possano risultare capaci di affrontare una platea più che doppia di persone in cerca di reddito di cittadinanza, oltre che di lavoro.

_________________________________________

Quella segnalata da Luigi (e da Francesco Seghezzi) è l’ennesima incoerenza di un provvedimento apparso da subito una autentica farsa, oltre che una caricatura delle esperienze estere, peraltro costruite in lunghi anni e con ben altre risorse fiscali. Alla fine, resterà solo il voto di scambio, pur se ristretto dai vincoli di realtà e dei mercati, prima che da quelli europei. E sarà un’ulteriore distruzione di risorse sempre più scarse, anche se i conti all’apparenza torneranno (MS) 

Questo articolo è stato pubblicato qui

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