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  Home page > Attualità > Cronaca > Quell’ipocrita commozione sulla tragedia rom
di Carmine Tomeo (sito) mercoledì 9 febbraio 2011 - 7 commenti oknotizie
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Quell’ipocrita commozione sulla tragedia rom

Se non sarà domani, sarà dopo qualche giorno, ma alla fine saranno dimenticati quei quattro piccoli bambini morti bruciati in un campo rom di Roma. Basta poco, sarà sufficiente rigettare la condizione di vita nei campi rom nel buco nero della cronaca in diretta dalle mutande del presidente. E allora tutto tornerà al suo posto: parole commosse a far vibrare lingue ipocrite; lacrime che non saranno di umanità, ma di coccodrillo; proclami fatti di cose già sentite e utili solo alla diffusione di agenzie di stampa. Alemanno, sindaco di Roma e campione di tutte quelle versioni dell’ipocrisia, ha potuto dire, subito dopo il tragico rogo che «Non possiamo permettere che la gente continui a vivere in baracche di plastica, dove basta un cerino che cade nel posto sbagliato per farle diventare dei forni crematori a cielo aperto». Come se la baracca fosse la causa di quelle morti, e non fosse invece riconducibile ad una politica che in maniera quasi trasversale declina un problema sociale a questione di ordine pubblico.
 
Solo il velo di un’ipocrita commozione può fare apparire dignitosa la proposta di Alemanno di «arrivare a 10 campi autorizzati e legali» che sostituiscano quelli abusivi. Si tratta in realtà di una politica perfettamente in linea con quella annunciata a settembre dello scorso anno, quando il sindaco di Roma pianificava lo sgombero di 200 accampamenti, alleanze con la Francia che stava già adottando politiche razziste condannate dall’UE e la realizzazione di 10 campi autorizzati e, verosimilmente, controllati dalle autorità. Ordine pubblico, appunto, per affrontare una questione sociale.
 
E la questione è la considerazione di avere a che fare con “qualcosa” di diverso dagli italiani (dimenticando oltretutto che sono italiani moltissimi rom e sinti), che non potrà mai essere integrato ai purissimi del Belpaese, ma al massimo potrà essere sopportato se tenuto (quel qualcosa) a debita distanza. Come la spazzatura, che si getta in discariche possibilmente lontano dai nostri occhi, perché «i cittadini chiedono sicurezza e rispetto delle regole», ripeteva il sindaco di Milano Letizia Moratti, all’indomani del rogo avvenuto il 27 agosto scorso in un altro campo rom di Roma, nel quale morì un bambino di soli 3 mesi. E gli sceriffi con la fascia tricolore la sicurezza la regalano allontanando gli “indesiderati” dalla vista della brava gente e il rispetto delle regole è viene dall’autorizzazione stessa ai campi, dove gettare i rifiuti umani da utilizzare al momento opportuno dai solerti “imprenditori politici del razzismo”, come li definisce Alberto Burgio nel suo (ottimo) libro “Nonostante Auschwitz.
 
Così si parla ad esempio di “bonifica dei campi rom” per dire delle ruspe che spazzano via baracche con le poche (e uniche) cose che quella povera gente possiede, compresi i libri ed i quaderni di scuola elementare dei bambini (come avvenuto per lo sgombero del campo di Ponte Mammolo a Roma nel dicembre 2007, con l’allora sindaco Veltroni. Tanto per ricordare la trasversalità di certa “imprenditoria politica”). Oppure si parla, come Alemanno, di «accoglienza sostenibile». Un concetto apparentemente condivisibile, forse proprio perché istintivamente riconducibile alla sostenibilità ambientale. Ma in genere lo si dice con riferimento all’inquinamento sopportabile da un certo ambiente. E denota, quella frase, una netta chiusura sociale, perché ammette elementi (considerati nocivi) fintanto che il corpo (sociale) può assumerne senza conseguenze per la sua forma ordinata e stabilita gerarchicamente, dove ci sentiamo al sicuro, fintanto che ad essere ghettizzati sono gli altri.
 
[foto di inviatospeciale.com]
di Carmine Tomeo (sito) mercoledì 9 febbraio 2011 - 7 commenti oknotizie
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