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Quanto sono inquinate le città italiane?

Gli ultimi dati pubblicati parlano di troppe città che superano le soglie consentite di emissioni di particolati e di ozono, con importanti conseguenze per la salute. Traffico e riscaldamento i principali responsabili.

di Cristina Da Rold 

 Gli ambienti urbani in Italia, quanto a inquinamento non se la cavano affatto bene. Lo scenario dipinto dall’ultimo Dossier di Legambiente – che ogni anno analizza la situazione attraverso la raccolta dei dati aggiornati quotidianamente dai siti delle Arpa, delle Regioni e delle Province – è infatti poco confortante. Nel 2015 ben 48 delle 90 città italiane monitorate hanno superato la soglia dei 35 giorni consentiti per lo sforamento dei valori limite per il PM10. In altre parole, oltre la metà delle città esaminate supera il limite di 50 migrogrammi di PM per metro cubo giornaliero per troppi giorni durante l’anno. Frosinone, Pavia, Milano, Torino e Vicenza hanno le situazioni peggiori, e il 6% delle città supera questo limite più del triplo delle volte.

L’aspetto più preoccupante è che la situazione non sembra migliorare: le città più popolose d’Italia sono maglia nera da almeno 7 anni consecutivi. “Milano avvolta in una cappa che la fa somigliare a Pechino – si legge nel rapporto – la Pianura Padana coperta da un manto di nebbia e smog, la città della Mole dove non si intravedono sullo sfondo le montagne e la vetta del Monviso, o Roma che si risveglia più volte velata da un’insolita foschia sono solo un esempio.”

È il Veneto a ottenere i risultati peggiori quanto a livelli di inquinamento: il 92% delle centraline urbane monitorate ha superato il limite dei 35 giorni: in particolare tutte le centraline di Padova, Rovigo, Treviso, Venezia, Verona e Vicenza. Maglia verde solo a Belluno con 8 superamenti nel 2015. A seguire la Lombardia con l’84% delle centraline urbane che ha superato il limite normativo, il Piemonte con l’82% e l’Emilia Romagna con il 75%.

Clicca sull’immagine per visualizzare una versione interattiva dell’infografica. Elaborazione grafica di Cristina Da Rold.

I dati sul PM2.5, più pericoloso del PM10 perché si tratta di polveri dal diametro più sottile, sono un po’ migliorati, ma ancora allarmanti, soprattutto nel Nord Italia. Il punto è che le soglie previste dalla legge non coincidono con quelle considerate sicure per la salute umana. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la soglia di sicurezza dovrebbe essere di 10 μg/m3, di molto inferiore rispetto a quella prevista dalla normativa. Ebbene, se consideriamo il valore suggerito dall’OMS, sono ben 72 i capoluoghi su 76 quelli che superano questo limite. Anche se si osserva un piccolo miglioramento rispetto al 2013, dove il 97% delle città aveva superato questo limite, il dato in ogni caso deve far riflettere.

Clicca sull’immagine per visualizzare una versione interattiva dell’infografica. Elaborazione grafica di Cristina Da Rold.

Anche i dati forniti dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) confermano che alcune aree del nostro Paese, in particolare la Pianura Padana, riportano statistiche allarmanti, soprattutto per il PM10 e per il diossido di azoto. Riguardo al PM2.5, circa il 9% della popolazione in ambiente urbano risulta esposta a valori di polveri ultrasottili che superano il valore limite della direttiva europea e approssimativamente l’87% è esposto a valori di concentrazione eccedenti i valori raccomandati dall’OMS.

Anche rispetto alle concentrazioni di ozono troposferico (O3) i numeri non sono confortanti. Su 86 capoluoghi di provincia monitorati, 28 (cioè circa un terzo) hanno oltrepassato il limite dei 25 giorni di superamento consentiti nel corso dell’anno. E una città su 5 lo supera da 5 anni a questa parte. Si tratta di un gas molto tossico per l’organismo, che se inalato in grandi quantità irrita le vie aeree e può portare a diverse patologie cardio-respiratorie. L’ozono troposferico ha inoltre effetti tossici anche sulle cellule delle piante, ostacolando la fotosintesi.

Clicca sull’immagine per visualizzare una versione interattiva dell’infografica. Elaborazione grafica di Cristina Da Rold.

Ma da dove derivano queste emissioni? Non è facile fare delle stime precise, ma resta il fatto che secondo i più recenti studi la maggior parte delle emissioni di particolati che respiriamo sarebbe originata dal traffico. Secondo quanto riportano le stime di ISPRA elaborate dagli esperti di Legambiente, l’impronta maggiore sarebbe dovuta ai trasporti stradali, che contribuiscono per il 49% alle emissioni di ossidi di azoto, per il 12% a quelle di PM10, per il 22% a quelle del monossido di carbonio e per il 44% alle emissioni di benzene. A seguire troviamo il riscaldamento domestico, responsabile da solo del 59% del PM10 primario e del monossido di carbonio che respiriamo, e dell’11% degli ossidi di azoto, e solo al terzo posto troviamo il settore industriale ed energetico, che rappresenta la fonte dell’11% del PM10 nell’aria.

Clicca sull’immagine per visualizzare una versione interattiva dell’infografica. Elaborazione grafica di Cristina Da Rold.

Lo snodo principale di questa situazione è costituito dall’impatto sulla salute dei cittadini, e di conseguenza sull’economia sanitaria. I dati più aggiornati in materia vengono dal progetto VIIAS (Valutazione Integrata dell’Impatto dell’Inquinamento atmosferico sull’Ambiente e sulla Salute in Italia), coordinato dal Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale del Lazio con la collaborazione del l’ENEA, dell’ISPRA, delle ARPA e delle Università di Firenze, Urbino e “La Sapienza” di Roma. Il progetto è nato per valutare le conseguenze sulla salute di un’esposizione a lungo termine (a partire dal 2005) a PM2.5, O3 e NO2, sia in termini di mortalità che di morbilità, cioè di incidenza di malattie croniche. Il progetto ipotizza diversi scenari, a seconda dei livelli di diminuzione nella produzione di inquinanti che potremmo raggiungere, stimando che il solo rispetto dei limiti di legge previsti per il PM2.5 potrebbe salvare ben 11 000 vite all’anno, che diventerebbero 16 000 se riuscissimo a ridurre le concentrazioni del 20%.

Certo, per raggiungere simili obiettivi è necessario che i sistemi di verifica siano in grado di individuare le falle, per esempio per le emissioni dovute al traffico, cosa che spesso non avviene, come ci ha mostrato il recente scandalo Volkswagen. Secondo quanto riporta il rapporto di Legambiente, “un autoveicolo benzina o diesel Euro 5 dovrebbe emettere meno di 4,5 – 5 mg/Km di particolato (PM10), mentre le stime ufficiali di emissioni suppongono 26”. Lo stesso avviene per la sottostima delle emissioni di biossido di carbonio. “Oltre a un aumento di dimensioni e di peso dei veicoli e di apparati ausiliari – si legge – la causa dell’aumento dei consumi è anche il risultato dei nuovi sistemi di controllo e abbattimento degli inquinanti (in particolare i sistemi di abbattimento degli NOX nei motori diesel). Insomma, soprattutto per i diesel, risulta molto difficile, con l’attuale tecnologia, rispettare i limiti alle emissioni combinati per NOX e CO2.” Questo nonostante la tecnologia per far rispettare alle auto il limite vigente per le emissioni di NOX esista e abbia un costo ridotto.

@CristinaDaRold

Questo articolo è stato pubblicato qui

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