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 Home page > Attualità > Cronaca > Quando i servizi segreti ci mettono lo zampino

Quando i servizi segreti ci mettono lo zampino

“Io dovevo essere eliminata - dichiara Sonia Alfano - per aver scoperto, e non soltanto per averne parlato quando ancora nessuno ne parlava, il protocollo farfalla. La chiave di tutto è in quel protocollo. Ho dato fastidio a Riina (il sanguinario boss dei Corleonesi) perché avevo portato Provenzano ( il capo della cupola mafiosa) a “pensare” a una collaborazione e sappiamo che fine gli hanno fatto fare. Il protocollo farfalla serve proprio a quello: far desistere, monitorare, intercettare e capire se ci sono anelli deboli. Perché vi è una parte di questo Stato, di queste Istituzioni che non può e non deve svelare la verità”

In una lunga e recente chiacchierata Sonia Alfano, già europarlamentare e da sempre attenta al fenomeno mafioso per la tragica morte del padre ucciso dalla mafia, ci racconta di come per aver parlato di protocollo farfalla la sua vita sia stata messa a rischio. “Ci sono delle intercettazioni chiare, chiarissime. Nelle intercettazioni in maniera chiara e inequivocabile il mio nome e cognome, Sonia Alfano, viene fatto sette volte nella stessa riga. Non si tratta di una lettera anonima o di una interpretazione che può essere lasciata al libero arbitrio. Si parla chiaramente, continua, di un disegno di morte”.

Al di là dei detrattori, che vorrebbero la parlamentare europea intenta a “crearsi” un nuovo consenso dopo le vicende delle ultime elezioni politiche e l’abbandono del supporto politico da parte del PD, le minacce di morte di cui è stata oggetto hanno subito attivato la rete di protezione necessaria. Tanto è vero che la sua scorta, originariamente formata da una macchina blindata e due agenti, oggi è stata raddoppiata, con un innalzamento del livello di protezione immediato, a dimostrazione della serietà e gravità delle cosa. “Di questo devo ringraziare il Ministro Alfano ed il Prefetto di Palermo, il Capo della Polizia, il Presidente della commissione antimafia Rosi Bindi e il Presidente del Senato Pietro Grasso”.

Le parole di Sonia Alfano hanno dato il via a tutta una serie di dichiarazioni del mondo politico e di quello che possiamo chiamare dell’Antimafia. Tra tutte spiccano quelle di Antonio Ingroia che, sentito in merito alla trattativa e al protocollo farfalla, e con riferimento alla vicenda dell’aumento della protezione per l’ex europarlamentare, ai nostri microfoni ha dichiarato. “La vicenda si aggiunge a tante altre…hanno riguardato anche me le minacce di Salvatore Riina… io ho scoperto per caso e leggendolo sui giornali che Riina in quelle famose intercettazioni si era espresso dicendo delle cose molto negative sul mio conto. Ciononostante non vi è stata nessuna iniziativa degli uffici giudiziari preposti, o degli uffici della sicurezza, anzi nel frattempo il mio apparato di sicurezza è stato ridotto, cosa di cui non mi lamento non essendomi mai occupato di sicurezza e considerando che non tocca a me occuparmi delle mia sicurezza, ma tocca agli organi preposti.”

“Mi sono trovato a parlarne con il Prefetto di Palermo - continua Ingroia - e mi ha detto che non ne sapeva nulla. E quindi il caso che lei cita (quello di Sonia Alfano) non mi lascia sorpreso… è una delle tante inefficienze del sistema… poi se capita una lettera anonima di dubbia paternità che riguarda un politico e la cosa finisce sui giornali, al politico viene rafforzata la scorta. Non parlo ovviamente dei magistrati, che invece meritano e molte volte scorta non ne hanno”.

Per tornare al protocollo farfalla, esso dovrebbe essere, ma il condizionale è d’obbligo perché ad oggi nessuna fonte ufficiale o governativa ha ammesso la sua esistenza, l’accordo sottoscritto tra il SISDE, il servizio segreto interno oggi diventato AISI, e il DAP, uno dei quattro dipartimenti del Ministero della Giustizia che gestisce l'amministrazione penitenziaria. In altri termini, la gestione da parte del servizio segreto di "contatti" e "relazioni" non registrate con i detenuti al regime del 41bis, una sorta di canale preferenziale che al difuori di qualsiasi controllo della magistratura consentiva che agenti dei servizi segreti avessero contatti con criminali del calibro di Salvatore Riina ed altri. 

Le parole di Claudio Fava rilasciate ad Antimafia Duemila sono l’occasione per accendere i riflettori su una prassi penitenziaria che vede coinvolti i mafiosi al 41bis, cioè al carcere duro, i sevizi segreti e il dipartimento di polizia penitenziaria del Ministero della Giustizia. “Dobbiamo capire - dice Fava - il perché sia stato creato un documento del genere, perché interessavano particolarmente i detenuti al 41 bis, con quale scopo si sarebbero dovuti incontrare certi personaggi, con quale obiettivo, e se si volesse in quel modo ottenere o proporre qualcosa. Questo diventa un passaggio della trattativa da ricostruire e da svelare, sul piano penale e politico".

Ancora oggi non si ha una vera certezza dell’esistenza del protocollo farfalla. Non vi è certezza perché, nonostante sia stato tolto il segreto di Stato, i “silenzi” inquietanti da parte del Governo e delle autorità competenti buttano un’ombra sinistra che unisce il protocollo a quella scia di sospetti e semi certezze che vorrebbe lo Stato colluso con la mafia. Conosciuta come la “trattativa”, tale rapporto è oggi al centro di un rilevantissimo processo penale che si sta svolgendo a Palermo e che vede tra i testimoni addirittura il Presidente delle Repubblica, Giorgio Napolitano. Ed è su questa scia che si colloca il protocollo, un mezzo e uno strumento, secondo alcuni, per controllare i mafiosi al carcere duro ed evitare che essi possano nel “collaborare” e per tal via confermare l’esistenza di quella trattativa che dopo gli attentati mafiosi del 92/93 avrebbe visto un accordo tra Stato e mafia.

Ma non sono solo i personaggi come Sonia Alfano o Claudio Fava che parlano del protocollo: di esso si trova traccia nelle relazioni della Commissione Antimafia, nelle parole di Sebastiano Ardita, il sostituto procuratore della Repubblica di Messina, e di tanti altri magistrati tra cui quelle di Antonio Ingroia. Ex magistrato delle Procura di Palermo, con alle spalle l’esperienza politica di Rivoluzione Civile, in merito al protocollo farfalla e alla trattativa dichiara: “Per certi versi vi sono due elementi in contraddizione. Da una parte e finalmente la tematica incomincia a diventare oggetto d’interesse diffuso da parte di tutti, film, interventi e quant'altro; dall'altra parte una superficialità imperante per cui chi poco sa pretende di pontificare tranciando giudizi a destra e a manca senza conoscere nel dettaglio di cosa sta parlando… La semplificazione nella quale indugia la politica, la “grande” informazione o la televisione certamente non fa bene all’immagine della Magistratura e delle Istituzioni.”

Pietro Giunta

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