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«Quaderni Piacentini»: una sinistra pensante e controcorrente. Il libro di Giuseppe Muraca

«Facevamo tutto da soli, dalla redazione alla tipografia, alla distribuzione. Giravo l’Italia con il baule della macchina pieno di pacchi della rivista, andavo personalmente dai librai per convincerli a metterla in vetrina. All’inizio era dura. Ma in poco tempo arrivammo a 4-5 mila copie di vendita. Un vero miracolo». Piergiorgio Bellocchio

Nella mia formazione politica e culturale oltre al quotidiano «il manifesto» ha avuto un peso rilevante la rivista «Quaderni Piacentini»: in ogni numero era possibile trovare saggi di approfondimento di sicuro spessore qualitativo. Ho acquistato il primo numero dei «Q.P.» nel 1976. Questo ricordo mi sovviene dopo aver letto il bel libro di Giuseppe Muraca «Piergiorgio Bellocchio e i suoi amici. Intellettuali e riviste della sinistra eterodossa» (pagg 124, euro 12, Ombre Corte editore) che ci riporta con la memoria ai bei tempi della magmatica sinistra extraparlamentare e della rottura epocale con il riformismo che contraddistingueva sia il Pci che il Psi.

Oggi le riviste cartacee, tranne qualche rara eccezione, sono sparite dagli scaffali delle librerie: tutto circola in rete e chi frequenta il sito «sinistrainrete.info» ha solo l’imbarazzo della scelta, tanti sono i saggi più o meno brevi che la redazione ospita quotidianamente. Ma una rivista comporta una redazione, con relazioni conflittuali ma anche conviviali, oltre a una impressionante mole di oscuro lavoro, senza il quale non c’è alcuna circolazione della produzione culturale oltre la stretta cerchia degli amici e dei conoscenti. Per l’appunto Muraca ci restituisce il vissuto di una esperienza pressochè unica nel panorama editoriale di quegli anni – 12-13 mila copie vendute nei momenti più alti del movimento di contestazione che ha dato vita al biennio 68′-69′ – attraverso la messa a fuoco di una figura di ineguagliabile levatura morale quale Piergiorgio Bellocchio con gli inseparabili Grazia Cherchi e Goffredo Fofi.

Il primo numero dei «Quaderni Piacentini», ciclostilato, è del 1962, mentre l’ultimo apparso nelle librerie è del 1984, quando un determinato ciclo politico, passando anche per il movimento del 1977, si concluse con una amara sconfitta del movimento operaio dopo le note vicende della Fiat.

I «Quaderni Piacentini» sono stati sia un luogo di dibattito e di riflessione al di fuori dei canoni ufficiali, sia «uno dei principali punti di riferimento dei gruppi intellettuali del neo- marxismo italiano», contro ogni settarismo e dogmatismo, permettendo l’incontro fruttuoso tra due diverse generazioni.

Da un lato quella che proveniva dalla Resistenza e che era già era stata protagonista di un dissenso esplicito dopo i fatti dell’Ungheria nel 1956 e la de-stalinizzazione avviata con il rapporto Krusciov, con figure del calibro di Franco Fortini, Cesare Cases, Sebastiano Timpanaro, Edoarda Masi, Danilo Montaldi solo per citarne alcune. Dall’altro lato quella che con Guido Viale, Carlo Donolo, Francesco Ciafaloni, Cesare Pianciola e altri ancora è stata l’espressione della contestazione studentesca contro la scuola e l’università di classe, nonchè delle lotte di carattere internazionalista e terzomondista, a partire dalla guerra del Vietnam e del mito di Ernesto Che Guevara. Muraca ricostruisce meticolosamente il rapporto fra i contributi delle varie annate dei «QP» e i processi politici in corso sia sul piano nazionale che su quello internazionale, evidenziando la qualità delle collaborazioni che la redazione riusciva a intrecciare (Jurgen Habermans, Herbert Marcuse, Hans Magnus Enzensberger, Dan Georgakas, ecc..).

Al contempo si sofferma sulle pubblicazioni che successivamente Piergiorgio Bellocchio ha dato alle stampe, in particolare il sorprendente «Dalla parte del torto», per segnalare il suo rifiuto di qualsiasi logica compromissoria e la vena da pessimista radicale che lo ha felicemente contraddistinto, anticipando profeticamente alcune tendenze della società integrata, che vale assolutamente la pena riprendere per guardare al desolante presente. Scrive a esempio Bellocchio: «Guardiamoci intorno e non vedremo che gente che vive e ragiona solo in termini di lavoro e di ferie: produrre con il massimo profitto per poterci permettere un tempo libero più rilassante e privo di pensieri il quale ci rimetterà in forma onde riprendere il lavoro con il massimo profitto… Questa civiltà non può che essere “razzista”, il razzismo le è connaturato e indispensabile».

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