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 Home page > Attualità > Cronaca > PosteItaliane: la privatizzazione è la malattia!

PosteItaliane: la privatizzazione è la malattia!

"Ormai, a passi sempre più spediti, il processo di privatizzazione di Poste Italiane si avvia verso il traguardo." La privatizzazione vuol dire: riduzione del servizio con la chiusura degli sportelli, a danno dei cittadini, e peggioramento delle condizioni per i lavoratori.

Qui di seguito il testo del volantino dei lavoratori delle Poste organizzati con i Cobas "La privatizzazione non è la cura ma la malattia"

Ormai, a passi sempre più spediti, il processo di privatizzazione di Poste Italiane si avvia verso il traguardo. Addirittura si dice che l’unica e vera privatizzazione del 2015 sarà quella di Poste. Tempo di attuazione: autunno; incasso per lo stato: 4 miliardi di euro.

Ma se tutto sembra già definito, ci sono molti aspetti che non tornano o che comunque mettono in rilievo che non avremo nessun miglioramento né del servizio per gli utenti né, tanto meno, delle condizioni di lavoro. Infatti analogamente a quanto si dice sulla privatizzazione, vi sono varie e molteplici voci che si susseguono su quanto e come verranno colpiti i lavoratori, perché in definitiva sarà questo uno degli aspetti principali di quest’operazione, che di fatto è solo e soltanto un’operazione a carattere economico. “E’ necessario ridurre i costi…” e quindi si decide la chiusura di una notevole quantità di uffici (in Toscana si dice che siano ben 59) alla faccia delle proteste di cittadini ed amministratori locali; gli anziani avranno difficoltà a spostarsi per dover riscuotere la pensione in un’altra località? Che si arrangino, le Poste non sono certo né un ospizio né un assistente geriatrico; la corrispondenza è in calo perché c’è internet ecc. ecc.? Aumentiamo le tariffe postali (così anche i pochi che ancora spediscono con noi ci penseranno…) – ma come sta accadendo nel mercato edile, dove le case non vengono acquistate perché non ci sono soldi, non sarebbe meglio invece diminuire le tariffe…? – e ancora, siccome devo quotare la società in borsa e non riesco a trovare il modo di liberarmi della vera e propria palla al piede che è il recapito, cosa posso mai inventare? La consegna a giorni alterni, (che di fatto già avviene, a volte anche a settimane alterne…). La Commissione Europea ha detto di no? E noi andiamo avanti comunque. La meravigliosa invenzione che tutto cambierà per non cambiare nulla (per il servizio) è il PLUS: una supposta che verrà somministrata ai portalettere, sbandierata come la medicina che guarirà un settore – come quello del recapito – ormai in coma profondo. Un’aspirina che viene data come cura ad un paziente in diagnosi grave.

Il tutto sta avvenendo, è bene dirlo, con incontri, e proiezioni delle famose slides (diapositive) alla presenza delle organizzazioni sindacali firmatarie che si guardano bene dall’informare i lavoratori. Se poi mancano i mezzi per consegnare la posta, gli uffici sono senza aria condizionata, ecc… che importa? Comunque dobbiamo andare in borsa. Noi abbiamo sempre ribadito la nostra contrarietà alla privatizzazione di Poste, Poste deve restare pubblica e svolgere il proprio servizio pubblico. La svendita dei servizi, vediamo quanto avviene per i trasporti o nella sanità, serve solo e soltanto a fare cassa.Pensiamo sia utile, anzi necessario arrivare ad un momento di confronto reale tra lavoratori (magari anche con la partecipazione dellle associazioni degli utenti) per ragionare sul futuro di quest’azienda e sugli strumenti di cui dobbiamo dotarci per far fronte a quest’attacco a tutta la categoria. Nessuno si salverà a scapito di qualcun altro.

Firenze, 20.7.2015

Cobas Poste Italiane

 

 

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