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"Pity" il film di Babis Makridis: infelice all’idea di essere felice per sempre

Altro film nuovissimo di fine 2018, greco-polacco, mostrato in streaming nell’ArteKino Festival, regista Babis Makridis. Si è inventato un personaggio quasi macchiettistico, che cmq. riassume le caratteristiche, e le esagera, di qualche appartenente al genere umano: quelle di chi ama compiangere e compiangersi, essere compatito ed esporre mestamente i propri drammi ma soprattutto piangere, un bel pianto che soddisfa ma che procura una “triste” e breve felicità.

L’attore è Makis Papadimitriou, che rappresenta benissimo il momento che un avvocato sta vivendo, con la moglie in coma all’ospedale e che approfitta e si compiace della compassione altrui: della segretaria che lo abbraccia quando lascia lo studio per impegni esterni, della vicina di casa che in quei giorni gli prepara delle torte appetitose, dell’amico con cui frequenta palestra e spiaggia, dell’addetto della lavanderia o del negoziante da cui compra un vestito nero per il probabile funerale. 

Stiamo perdendo ogni speranza è la frase che ripete a tutti. E’ pronto a compatire a sua volta Makis, immedesimandosi nei drammi di suoi clienti che a lui si rivolgono. Impeccabile nelle pose e nell’abbigliamento, non cambia mai espressione, poche parole ma ovviamente drammatiche, ha bisogno della compassione altrui come dell’aria da respirare. La sua espressione è impassibile – ricorda molto il protagonista di Mrs. Violence o quello di John May del film Still Life – non varia mai, al punto di suscitare nello spettatore curiosità sul “come và a finire” ma anche ilarità irresistibile, di tipo lugubre. Pure il suo cane sembra stufo di quella mestizia, lui lo ha abbandonato in mare, dalla sua barca l’ha buttato giù… ecco, il nostro uomo non ha mai rinunciato alle sue metodiche occupazioni da tempo libero durante la degenza della moglie, ma non pensa a godere delle viste dalla sua casa sul mare e dei bellissimi paesaggi greci, né armarsi di alcuna positività. Il cagnolino tornerà a riva per fortuna, bagnatissimo ed esausto ma ce l’ha fatta. Un quadro nello studio a soggetto ameno e tranquillizzante lo sostituisce con uno che rappresenta un veliero in un mare procelloso.

E’ talmente compreso nel probabile imminente ruolo di vedovo che al figlio adolescente, bravo pianista, suggerisce di suonare pezzi un po’ più mesti, non allegre melodie in un momento così duro, da far pensare ai vicini di appartamento che loro due non sentano dolore per la donna. Gli canta invece una canzone che egli stesso ha creato per il funerale, tutti sapranno quanto ti amiamo dice tra altre banalità e come John May è amante di orazioni funebri… Quella è una cerimonia che già quasi sogna, ha proprio il gusto della perdita o del tragico. E’ raro vedere nei film dei pianti disperati recitati così bene come quello di Makis, non riuscirà più a farli quando la moglie esce dal coma e torna felice a casa: la gente smette di compatirti, si stanca e torna tutto come se nulla fosse, così dice a sé stesso, niente più torte della vicina né abbracci della segretaria, nessun compianto né pianti liberatori, nemmeno con una bomboletta di tear-gas che si compra. E alla moglie che sul letto posa una mano del marito sul suo seno, per riprendere un po’ di sano erotismo, parla della mammografia e mastectomia. L’epilogo sarà drammatico e sanguinoso, Makis non ce la fa proprio a vivere senza drammi, e così finalmente potrà indossare il vestito nero che aveva riposto furtivo.

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