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Omosessualità: il coming out non è per tutti

L’11 ottobre di ogni anno ricorre il Coming Out Day, una giornata di celebrazioni a livello mondiale intesa a sottolineare l’importanza che ha per una persona non eterosessuale il coming out, appunto, cioè l’esplicitazione del proprio orientamento sessuale. Non si tratta della rivendicazione del diritto alla visibilità, tema centrale dei Gay Pride, perché non attiene alla dimensione pubblica nell’accezione più vasta del termine. Il coming out è qualcosa generalmente di più ristretto, intimo. Riguarda le cerchie frequentate a partire naturalmente dalla famiglia, poi dagli amici, dai colleghi di lavoro e da tutte le persone che si frequentano normalmente.

È fuori di dubbio che una persona Lgbt in assenza di coming out si trova costretta a vivere in una situazione di finzione, di doppia esistenza. Nei rapporti interpersonali ci si basa sull’assunto che l’interlocutore sia eterosessuale, per cui laddove si affrontano discussioni che hanno a che fare con l’affettività e il sesso il disagio per chi è Lgbt diventa notevole. Pensiamo al genitore che chiede alla figlia se non c’è un ragazzo che le piaccia tra i suoi amici, o al tizio che imbastisce una discussione sul sesso con l’amico maschio e si aspetta che condivida gli stessi gusti. Tuttavia, il coming out è ancora oggi troppo difficile e per nulla immune da rischi.

Quest’anno tra le associazioni che hanno organizzato campagne di sensibilizzazione sul tema ci sono state Arcigay e Polis Aperta. Quest’ultima è una realtà più specifica perché riunisce attivisti Lgbt che fanno parte delle forze dell’ordine, associata a sua volta alla rete continentale Egpa di associazioni omologhe. E se per chiunque è già difficile affrontare il coming out, per chi rappresenta lo Stato lo è ancora di più visto che sull’uso della sua immagine possono esserci restrizioni ministeriali. Nel caso della Polizia il ministero competente è quello dell’Interno, attualmente diretto dal leader della Lega Matteo Salvini, il quale ha posto il veto su due delle tre immagini che l’associazione voleva utilizzare per la campagna, senza peraltro chiarirne la motivazione.

Gabriele Guglielmo, presidente di Polis Aperta, non ha potuto nascondere l’amarezza provata di fronte alla secca mail del ministero. Amarezza anche alla luce del fatto che le altre associazioni europee hanno potuto utilizzare foto ben più esplicite di quelle proposte per la campagna italiana #identitàindivisa. Guglielmo ha inoltre tenuto a sottolineare l’importanza di questo genere di campagne che altrove «hanno contribuito ad ampliare il rapporto fra la comunità Lgbt e le forze di polizia, aiutando ad abbattere il fenomeno dell’under reporting».

Massimo Maiurana

Questo articolo è stato pubblicato qui

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