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Omaggio ad un senzatetto morto di freddo in una notte d’inverno

16 ottobre 2105. Budapest, Ungheria.
Testimonianza di viaggio.

Stamani qui a Budapest questa panchina era circondata dalla polizia. Un nastro giallo e nero delimitava Il perimetro. Due ambulanze presidiavano la strada coi lampeggianti accesi. Pochi passanti si fermavano a guardare e nessuno faceva foto con lo smartphone. Semplicemente qui, su questa panchina, stamani è morto un uomo o, meglio, un homeless. Lo hanno coperto con un sacco nero e hanno atteso per mezza giornata che arrivassero gli addetti a prelevare il corpo.

Di senzatettoce ne sono a manciate qui vicino alla stazione. Mi hanno spiegato che con la transizione dal socialismo al libero mercato democratico, nell'89, molte persone hanno perso il lavoro (cosa non contemplata nei paesi socialisti), la famiglia e infine la casa. Una crudele sequenza piuttosto logica. Queste persone si sono poi riversate a frotte nelle strade, scegliendo gli angoli urbani più adatti che qualche architetto ha inconsciamente regalato loro.


Sono passati 26 anni e molti di loro sono ancora lì e portano avanti le loro vite così come possono, spesso riscaldandosi con una bottiglia. A volte, poi, soli come cani muoiono alla luce del sole nelle affollate via di questa capitale europea, mentre i loro concittadini ungheresi fanno finta di essere da sempre stati occidentali, e trafelati corrono ai loro appuntamenti lasciando appena uno sguardo e una smorfia su questi episodi disdicevoli.

In questa strana capitale europea il sistema dei trasporti funziona benissimo e per le strade non ci sono buche. Però nessuno si occupa dei senzatetto, non la caritas, non le associazioni, cattoliche o meno, tantomeno lo stato o i comuni. In questo strana capitale europea quando muore un senzatetto nessuno batte ciglio, anche se 26 anni fa probabilmente i senzatetto non si erano mai visti.

Forse questo popolo vuole solo dimenticare e ciò che cambia è solo il metodo. Chi dopo la transizione si è trovato nel colore giusto della roulette fa finta di niente, e come un londinese qualsiasi se ne fotte di tutto, facendo finta che così ha sempre fatto, che niente è drasticamente cambiato meno di 30 anni fa. C
hi si è trovato nel colore sfortunato per dimenticare beve e a volte, senza tante cerimonie, toglie il disturbo. Il tutto in un surreale gioco di finzione di un popolo che vuole solo lasciarsi qualche decennio di occupazione sovietica alle spalle.
 

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