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Non è un Paese per giovani

Il report Istat sulla popolazione italiana del 2018 delinea un quadro preoccupante dovuto al calo demografico e all’invecchiamento.

di Simone Fausti

Da dieci anni è in corso in Italia un continuo calo delle nascite, e l’anno scorso è stato raggiunto un nuovo record negativo: sono nati solamente 439.747 bambini, il minimo storico dall’Unità d’Italia e 18mila in meno rispetto al 2017 (-4%). È quanto emerge dal bilancio demografico annuale dell’Istat, che delinea una situazione preoccupante.

Nel complesso, infatti, la popolazione residente in Italia è diminuita di 124.427 unità nel 2018 (-0,2%), raggiungendo quota 60.359.546: un declino che ha prodotto dal 2015 ad oggi 400mila residenti in meno. È come se in un solo quadriennio avessimo perso una città come Bologna in termini di popolazione.

Questi numeri indicano che per la prima volta negli ultimi 90 anni siamo entrati in una fase di declino demografico. Si tratta di un calo dovuto interamente alla popolazione di cittadinanza italiana, scesa di 677 migliaia di unità in meno rispetto al 2014, perché questa tendenza è stata in parte compensata negli ultimi 4 anni da coloro che hanno acquisito la cittadinanza italiana (oltre 638mila individui). Senza il loro apporto, il calo degli italiani avrebbe superato il milione di unità. Un contributo numerico importante viene anche dai cittadini stranieri, i quali sono aumentati di 111mila unità nel 2018 rispetto all’anno precedente (+2,2%): raggiungendo quota 5.255.503, gli stranieri sono ora pari all’8,7% della popolazione residente nel Belpaese.

 

La situazione per macro-aree

Il Nord Est è l’unica zona del Paese in cui si registra un lieve aumento demografico (+0,10% rispetto al 2017). Tutte le altre aree risultano in calo, con una variazione media nazionale pari a -0,21% e che raggiunge lo -0,53% nelle Isole. Il Nord Ovest rimane l’area più popolosa sia in termini di popolazione residente complessiva (26,7%) sia in termini di residenti di cittadinanza straniera (il 33,6% degli stranieri in Italia vive in quest’area). L’Emilia Romagna guida la graduatoria con la più alta percentuale di nati stranieri (24,3%), mentre la Sardegna ha la quota più bassa (4,5%).

L’indagine dell’Istat individua alcune cause che spiegano il calo demografico del Paese. In primis vi sono fattori di natura strutturale, come la riduzione delle potenziali madri dovuta all’uscita dall’età produttiva delle generazioni del baby-boom, che erano particolarmente numerose. Fino al 2008, tuttavia, si è registrato un incremento della nascite, grazie all’arrivo di donne straniere, ma negli ultimi anni anche gli stranieri hanno cominciato a fare meno figli: nel 2018 sono nati 65.444 stranieri in Italia, pari al 14,9% del totale dei nati. La diminuzione dei flussi femminili è all’origine di tale calo, parallelamente all’invecchiamento della popolazione straniera sul suolo italiano.

 

Il saldo naturale

Il saldo naturale, cioè la differenza tra nati e morti nel corso dell’anno, è pari a -193mila unità nel 2018. La popolazione italiana dunque ha perso la sua capacità di crescere e infatti a livello nazionale il tasso di crescita naturale è del -3,2 per mille: solo Bolzano ha segno positivo (+1,7 per mille). La Liguria invece è la regione con la performance peggiore, con un tasso di crescita pari a -8,5 per mille.

Tuttavia, il saldo negativo fra nascite e decessi caratterizza esclusivamente la popolazione di cittadinanza italiana (-251mila unità). La popolazione straniera infatti vive una situazione diametralmente opposta con un saldo naturale ampiamente positivo (+57.754 unità), anche se non sufficientemente elevato da compensare il declino demografico complessivo del Paese. Questa forte differenza è dovuta da una parte alla più alta natalità degli stranieri e dall’altra alla loro bassissima mortalità, in conseguenza dell’età media piuttosto bassa che li caratterizza. Il tasso di crescita degli stranieri a livello nazionale è pari a 11,1 per mille, con picchi in Emilia-Romagna (13,1 per mille) e valori minimi – ma comunque positivi – in Sardegna (5,9 per mille).

 

Cervelli in fuga verso l’estero o verso altre regioni italiane?

Nel 2018 quasi 157mila persone hanno lasciato l’Italia, e il saldo migratorio, ossia la differenza tra iscrizioni e cancellazioni all’anagrafe dovute rispettivamente a chi arriva dall’estero e chi vi si trasferisce, si è ridotto di 175mila unità. Tuttavia, se il saldo migratorio per l’estero è negativo per gli italiani (-70mila unità) e positivo per gli stranieri (+245mila unità).

Per quanto concerne poi il movimento migratorio interno all’Italia, il 2018 conferma la tendenza degli anni precedenti: l’anno scorso, infatti, più di 1 milione e 350mila persone si sono trasferite da una zona all’altra dell’Italia. Confermata anche la direttrice storica per cui gli spostamenti di popolazione avvengono dalle regioni del Sud a quelle del Nord e del Centro. Il tasso migratorio interno (calcolato come il rapporto tra i saldo migratorio interno dell’anno e la popolazione media, moltiplicato per mille) è infatti negativo per tutte le regioni del Mezzogiorno. Inoltre, si riscontrano marcate differenze tra la popolazione di origine italiana e gli stranieri, dal momento che questi ultimi sono maggiormente propensi alla mobilità, contribuendo al movimento interno per il 18,1% nonostante rappresentino solamente l’8,7% della popolazione residente in Italia.

 

Le nazionalità che convivono in Italia

In Italia coesistono 196 differenti cittadinanze, cinquanta delle quali hanno almeno 10mila residenti. Guida la classifica la Romania, unico Paese con più di un milione di cittadini residenti sul suolo italiano, seguita dall’Albania (441mila), dal Marocco (423mila), dalla Cina (300mila) e dall’Ucraina (239mila). Queste cinque nazionalità insieme rappresentano quasi il 50% degli stranieri residenti in Italia.

 

Un quadro preoccupante

I dati dell’Istat tratteggiano dunque uno scenario poco incoraggiante. La combinazione di bassa natalità (7,3 per mille) e alta speranza di vita (82,7 anni) ha determinato un generale invecchiamento della piramide demografica della popolazione italiana, e da esso è facile trarre previsioni non rosee sulla sostenibilità del sistema previdenziale, sulla produttività e – più in generale – sulle prospettive di crescita del Paese.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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