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 Home page > Tribuna Libera > Non c’è un paese ideale in cui vivere

Non c’è un paese ideale in cui vivere

Oggi, visto il deteriorarsi della situazione economica e sociale si sentono sempre più spesso persone che consigliano di lasciare l'Italia.

Prima di tutto non si migliora un Paese scappando, ma lottando per attuare un'inversione di rotta radicale. Ognuno nel suo piccolo può contribuire a questo genere di evoluzione. Questione di semplice responsabilità sociale. Mentre scappare denota soltanto un egoismo fine a sé stesso e inutile al Paese. Quindi massima ammirazione per quei giovani che tornano a coltivare la terra, che rischiano in startup innovative, che recuperano borghi abbandonati e più in generale per tutte quelle persone che non stanno a piangersi addosso e si rimettono in gioco credendo nei propri mezzi e costruendo ogni giorno con pazienza e sacrifici una realtà migliore.
In secondo luogo, non è che all'estero ci sia il bengodi e che tutto ti venga regalato. Anzi!
Ad esempio nel mio paese, la Svizzera, la sanità è a pagamento e ci sono ben 800.000 persone che vivono sotto la soglia della povertà e che sopravvivono in gran parte grazie ai sussidi del comune. 
In Francia, l'industria è messa molto peggio che in Italia e questo da anni. Basta farsi un giro nella zona del ex bacino siderurgico a confine con Belgio e Germania per vedere quanta povertà c'è. Ci sono perfino donne francesi che ogni giorno vanno in Belgio a lavorare nei night per riuscire a mantenere le proprie famiglie.
Nel Regno Unito addirittura non c'è quasi più un'industria manifatturiera nazionale degna di questo nome se non quella rappresentata da aziende straniere e la vita a Londra costa talmente tanto che se non stai attento ti ritrovi in mutande. Il Paese riesce a tirare avanti soprattutto grazie ai proventi della piazza finanziaria londinese e a quelli dell'estrazione di petrolio e gas nei ricchi giacimenti del Mare del Nord. 
 
E infine nella tanto decantata Germania, si registrano il maggior numero di poveri del continente e imperversa il precariato dei mini-job (lavori a tempo determinato pagati malissimo: una vera e propria forma di caporalato alla "tedesca"). Gruppi storici come la Siemens e l'AEG hanno lasciato a spasso decine di migliaia di persone in questi anni. La sola Siemens licenziò d'un colpo 36.000 persone pochi anni fa, quando il picco della crisi era già passato. Anche in Germania dopo i 40 anni sei considerato vecchio e inutile sul mercato del lavoro. Nell'est, Berlino vive solo di cultura e turismo mentre il resto della Germania Orientale è considerata zona depressa, priva di reali opportunità di lavoro per i giovani e dev'essere mantenuta ancora oggi da tasse che pagano i Laender dell'Ovest. 
 
Quindi di cosa stiamo parlando?!
Ciò che sfugge a questi disfattisti è che oggi non c'è un paese ideale in cui stare, perché la crisi del neoliberismo è globale e irreversibile e finché non si opterà per un suo superamento il crac del sistema ci sarà per tutti. 
E non solo per l'Italia!

Yvan Rettore

Foto: Pixabay

Questo articolo è stato pubblicato qui

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