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Niger, tutti i rebus di un paese strategico

È di pochi giorni fa la notizia che l’Italia si prepara ad approntare un contingente militare destinato all’invio in Niger, Paese emerso alla ribalta della cronaca negli ultimi tempi ma di fatto rilevante sotto il profilo geopolitico da diversi anni, in quanto sito in un’area strategica e, al tempo stesso, costretto a fungere da retroterra per tutte le dinamiche che coinvolgono il Maghreb e il Sahel, dalla guerra libica ai crescenti e remunerativi traffici di droga, armi ed esseri umani che alimentano floride economie criminali.

di Andrea Muratore

L’Italia agirà nel quadro di una missione internazionale a guida francese (operazione Barkhane) al fine di conseguire, nello scenario nigerino, precisi obiettivi strategici: secondo quando riporta Reuters, infatti, l’esecutivo di Paolo Gentiloni si propone di riequilibrare il perno strategico del coinvolgimento italiano all’estero dall’Iraq al Niger al fine di colpire i trafficanti di uomini e i jihadisti che sostengono i commerci illeciti nel Sahel, in modo tale da infliggere un duro colpo alla tratta dei migranti.

Non c’è dubbio che l’Africa saheliana rappresenti la “profondità strategica” del coinvolgimento geopolitico italiano ma, al tempo stesso, è necessario sottolineare come l’intervento previsto in Niger potrà risultare razionale e giustificabile solo se incasellato in un disegno strategico di più ampio respiro. Ragionando su una stretta logica di realpolitik, allo stato attuale delle cose, infatti, risulterebbe sicuramente controproducente per il nostro Paese lasciare che siano solo la Francia e la Germania, potenze attualmente coinvolte in Niger, a definire l’agenda europea nel Paese. Emmanuel Macron, in particolare, si è dimostrato un agguerrito concorrente del nostro Paese a partire dal suo insediamento all’Eliseo e non vi è dubbio che concedere a Parigi mano libera nell’Africa destabilizzerebbe totalmente la fragile posizione geopolitica italiana centrata sulla Libia (e metterebbe a rischio le lucrose concessioni ENI nel Paese).

Al tempo stesso, bisogna sottolineare come la necessità, ribadita da Lucio Caracciolo in un recente editoriale d’apertura a Limes, di definire concretamente prospettive e rotte dell’interesse nazionale si sovrapponga all’altrettanto impellente necessità di definire impegni e propositi coerenti. Per quanto riguarda il coinvolgimento in Niger, che Gian Micalessin su Il Giornale ha auspicato possa essere “il primo passo verso una strategia globale”, è opportuno ricordare che l’Italia si prepara a mettere piede in un vero e proprio “buco nero” geopolitico, in un Paese dalle grandi e profonde contraddizioni oggigiorno epicentro di interessi strategico-militari da parte di Stati Uniti, Francia e Germania e di forti prerogative economiche della stessa Francia (interessata alle miniere di uranio gestite da Areva) e di una Cina sempre più arrembante.

Il Niger, infatti, allo stato attuale delle cose tra gli Stati più poveri del mondo, risulta guidato saldamente dal Presidente Mahmadou Issoufou, uomo ritenuto un saldo alleato dall’Occidente ma, al tempo stesso, patrono e garante della pax mafiosa che ha portato all’evoluzione del ruolo del Niger nel campo dei traffici illegali transcontinentali. Chi scrive ha sottolineato su Gli Occhi della Guerra il coinvolgimento nell’amministrazione Issoufou di ex narcotrafficanti e esponenti della rivolta tuareg che ha infiammato il Nord del Paese nello scorso decennio. Andrea De Georgio ha sottolineato sull’ultimo numero di Limes come “l’attuale convergenza di interessi stranieri in Niger […] non tenga sufficientemente in conto le realtà locali. Il rischio è quello di creare o accentuare fratture socioeconomiche o conflitti interni di cui si giova il terrorismo neojihadista in Africa Occidentale”.

La miseria imperante in Niger e la recente crisi dell’attività di estrazione di uranio e oro che a lungo ha rappresentato la più significativa fonte di entrate del Paese hanno infatti sdoganato completamente il contrabbando come attività remunerativa per una percentuale non indifferente della popolazione. Agadez è rimasta a lungo il pivot centrale del traffico di migranti, mentre al contempo, come spiega Loretta Napoleoni nel suo magistrale saggio Mercanti di uomini, i traffici di droga provenienti dal Sudamerica sfruttano le città di snodo come il centro maliano di Gao per poi attraversare le piste nigerine e sfruttare i porosi confini del Paese per raggiungere i porti di trasbordo per il mercato europeo.

In questo contesto, l’Occidente si sforza per rafforzare un governo che ha fatto a lungo della collusione con questo sistema di sfruttamento un mezzo per garantire un certo grado di stabilità al suo potere e, focalizzando il suo obiettivo esclusivamente sul tema della riduzione dei flussi migratori, funzionale a logiche poltico-elettorali interne ai diversi Paesi, dimentica che la questione della stabilizzazione del Niger e del Sahel è ben più ampia del pur spinoso nodo delle immigrazioni.

L’Italia si prepara a scendere “stivali sul terreno” in un Paese che potrebbe rappresentare il grande pantano geopolitico africano dei prossimi anni: gli effetti di lungo termine sullo scacchiere dell’Africa nord-occidentale sono attualmente difficili da prevedere, ma un’esacerbazione delle fratture interne a un Paese fragile come il Niger potrebbe aprire scenari altamente pericolosi.

Andrea Muratore

Questo articolo è stato pubblicato qui

Commenti all'articolo

  • Di Truman Burbank (---.---.---.242) 15 gennaio 15:23
    Truman Burbank

    Gentiloni, ancora una volta, con supremo disprezzo della Costituzione, vuole mandare soldati italiani in un’impresa coloniale; in questo caso per conto dei francesi. Fa rimpiangere Mussolini che almeno le guerre coloniali le faceva in proprio. Qui facciamo i colonizzatori per procura, mentre siamo colonizzati dalla Francia.

    Perché nel Niger c’è l’uranio che serve ai francesi per le loro centrali e noi andiamo a proteggere le miniere d’uranio che i francesi considerano proprie. E’ presumibile che tra governo italiano e francese sia prevista qualche contropartita, così sporca che non può essere raccontata. Nel frattempo noi andiamo a fare il lavoro del boia sperando di ricevere in cambio qualche avanzo dell’abbuffata che faranno i francesi.

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