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Nicaragua, sei mesi di dura repressione

sei mesi dall’inizio della repressione delle proteste sulle riforme in materia pensionistica, un rapporto di Amnesty International intitolato “Instillare il terrore: l’uso della forza letale in Nicaragua” documenta possibili gravi violazioni dei diritti umani e crimini di diritto internazionale commessi dalle autorità nicaraguensi tra il 30 maggio e il 28 settembre, tra cui arresti arbitrari, torture e il massiccio e indiscriminato uso della forza eccessiva da parte della polizia e di gruppi filo-governativi muniti di armi pesanti.

Al 24 agosto, le persone uccise (in prevalenza da forze dello stato) erano almeno 322 e oltre 2000 i feriti, cui va aggiunta l’uccisione di 21 agenti di polizia. Secondo Ong locali, alla data del 18 agosto le autorità nicaraguensi avevano aperto procedimenti penali nei confronti di almeno 300 manifestanti.

La nuova strategia repressiva del governo Ortega prevede il sempre maggiore ricorso a gruppi filo-governativi dotati di armi a uso militare i quali hanno agito, spesso in tandem con le forze di polizia, per scoraggiare le proteste, terrorizzare la popolazione e distruggere le barricate erette dai manifestanti.

Amnesty International ha documentato l’uso, da parte della polizia e dei gruppi armati filo-governativi, di fucili del tipo AK; di fucili di precisione Dragunov, Remington24 e FN SPR; di armi automatiche RPK e PKM e persino di lanciarazzi a spalla PG-7 muniti di granate. In alcuni casi si tratta di armi di guerra il cui uso è vietato nelle operazioni di mantenimento della pubblica sicurezza.

Sebbene talvolta i manifestanti abbiano usato mortai artigianali e, in casi sporadici, pistole e fucili, questo non giustifica l’uso massiccio, sproporzionato e soprattutto indiscriminato della forza letale contro tutti i manifestanti, in luogo di una risposta con la minima forza necessaria per ripristinare la pubblica sicurezza.

Il rapporto di Amnesty International denuncia anche sei possibili casi di esecuzione extragiudiziale, un crimine di diritto internazionale: tra questi, l’uccisione del 16enne Leyting Chavarría, raggiunto da un proiettile al petto mentre le forze di polizia e i gruppi armati filo-governativi stavano assaltando le barricate erette nella città di Jinotega. Secondo testimoni oculari, un agente di polizia ha ucciso il ragazzo, che aveva in mano unicamente una fionda.

Le forze di polizia hanno ucciso anche un loro collegaFaber López. Sebbene il governo abbia accusato “terroristi” armati, la famiglia del poliziotto ha denunciato che il corpo non presentava fori di proiettile bensì segni di tortura. Alla vigilia della sua morte, López aveva telefonato ai suoi familiari annunciando che avrebbe dato le dimissioni e che se non li avesse contattati il giorno dopo, sarebbe stato perché i suoi colleghi l’avevano ucciso.

Amnesty International ha poi raccolto informazioni su almeno 12 casi di tortura, compreso un caso di violenza sessuale contro una ragazza in un centro di detenzione ufficiale. In diversi di questi casi, a un mese di distanza, le vittime incontrate dall’organizzazione per i diritti umani recavano ancora i segni delle torture subite.

Un numero crescente di vittime di violazioni dei diritti umani ha rinunciato a presentare denuncia per timore di rappresaglie. Invece di condurre indagini tempestive, imparziali e approfondite, le autorità spesso intimidiscono e minacciano le vittime e i loro familiari.

La crisi ha causato lo sfollamento interno e la migrazione forzata di migliaia di persone. Il 31 luglio l’Alto commissariato Onu per i rifugiati ha segnalato che almeno 8000 persone avevano chiesto asilo nella Costa Rica, mentre altre 15.000 avevano preso appuntamento per un colloquio nelle settimane successive.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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