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Neo-colonialismo e guerra agli immigrati

Un dossier di «Il cuneo rosso»

La presentazione del dossier di «Il cuneo rosso». A seguire l’editoriale, l’indice e un testo sul tema – molto ricorrente nelle pubbliche discussioni – della criminalità portata dagli immigrati.

In questi giorni abbiamo portato a termine un numero della rivista «Il Cuneo rosso» dedicato interamente al tema Neo-colonialismo e guerra agli immigrati. Ne è venuta fuori una pubblicazione che, semi-scherzosamente, abbiamo definito una piccola enciclopedia perché ci siamo confrontati con tutta una serie di aspetti della complessa materia, dalle cause storiche del fenomeno agli effetti fino naturalmente alle risposte di lotta (e ad alcune tematiche teoriche). Chi è interessato a ricevere la pubblicazione scriva a com.internazionalista@gmail.com

Una questione-chiave, per un nuovo movimento proletario

Da almeno due decenni non passa giorno senza che gli emigranti/immigrati siano sbattuti in prima pagina. Sui giornali, le tv, i social media. Una masnada di “esperti” (metà analfabeti, metà falsari, e spesso analfabeti e falsari), di giornalisti, di deputati, etc., li accusa di ogni malefatta. Importano criminalità, droga, prostituzione, malattie, costumi primitivi. Attentano alla nostra identità, alla nostra cultura, ai nostri valori, alle nostre donne, ai nostri anziani, alla nostra razza. Sono dei concorrenti sleali sul mercato del lavoro che rubano il lavoro ai “nostri”. Sono scrocconi venuti qui per campare alla grande sul nostro generoso welfare. Violano sistematicamente le nostre sacre leggi scritte e non scritte. Sono quindi un gravissimo pericolo, una gravissima minaccia da respingere con ogni mezzo a nostra disposizione, con una vera e propria mobilitazione di guerra. E già si trovano emarginati, sbandati, relitti umani o bande organizzate di aguzzini pronti a regolare i conti con loro qui, sul territorio nazionale, armi alla mano, a Macerata, a Firenze, a Rosarno, se non bastano i nostri amici in Libia, i malavitosi al soldo di Minniti e Salvini, a torturarli/e e violentarle/i sul suolo libico, e a inabissarli/le a frotte nel Mediterraneo, dopo averli rapinati dei loro miseri risparmi.

A seconda dei momenti cambia la figura-simbolo presa a bersaglio: negli ultimi tempi vanno per la maggiore i “clandestini” e i richiedenti asilo, specie se provenienti dall’Africa. Prima era toccato in sequenza ad albanesi, rom, rumeni, islamici, cinesi (quanto se ne pentì l’incauta Moratti…). In ogni caso, inferiorizzati, criminalizzati, demonizzati non sono mai solo i singoli gruppi presi di volta in volta a bersaglio; è – con loro – l’insieme degli “stranieri”. Anche quando si fa cenno formalmente alle eccezioni, queste sono usate per confermare la regola.

Ma da decenni non passa giorno senza che gli emigranti/immigrati sbattuti in prima pagina sui giornali, le tv, i social media, facciano sentire, come possono, la propria voce e le proprie ragioni conmille forme di resistenza individuali e collettive: proteste e rivolte nei campi, nei Cie, nei Cas, dimostrazioni, lotte sindacali, organizzazioni, associazioni, appelli, interviste, libri, canzoni, suicìdi. La componente più attiva e cosciente dei proletari immigrati non accetta di essere il capro espiatorio dei mali sociali che affliggono le classi lavoratrici autoctone, perché di questi stessi mali, super-sfruttamento, precarietà, insicurezza, assenza di futuro, soffrono anche loro. E a doppio.

Questa guerra di classe a intensità variabile, scatenata ai poteri capitalistici contro le lavoratrici e i lavoratori emigranti/immigrati è una delle questioni-chiave del nostro tempo, davanti a cui non si può restare neutrali. La posta in gioco è altissima, e non riguarda solo le lavoratrici e i lavoratori immigrati. Ne va della schiavitù o dell’emancipazione di tutti coloro che vivono del proprio lavoro. Padroni e governi ricorrono a ogni mezzo, aperto e coperto, per scagliare i proletari autoctoni contro quelli immigrati, per creare barriere di incomprensione e odio tra loro, tra le differenti nazionalità dell’immigrazione e anche dentro le singole nazionalità. Tale spaccatura è il segreto della stabilità del potere del capitale, sui luoghi di lavoro e nella società, non meno della contrapposizione tra occupati e disoccupati.

Questo segreto va svelato e fatto a pezzi. E va portata in luce la sostanziale coincidenza di bisogni e di interessi tra l’umanità lavoratrice autoctona e immigrata. È un’operazione urgente. Perché nella società italiana, come nel resto d’Europa, la presa di massa del razzismo di stato è crescente. Grazie al lavoro sporco compiuto dai governi e dagli apparati istituzionali negli ultimi decenni, dalla Lega, dalle destre vecchie e nuove e, in modo più subdolo ma altrettanto metodico, dal M5S. Senza nessuna forte opposizione di classe in campo. L’anti-razzismo a sfondo umanitario, con le sue petizioni a tutela dei diversi, dei poveri, dei deboli, dei disperati, o l’anti-razzismo a sfondo liberale che si esaurisce nella difesa della libertà di migrare e nella denuncia dei confini, sono argini fragili davanti ai cingolati della propaganda capitalista e agl’interventi repressivi degli stati.

Lo stato italiano, l’Unione europea, i capitalisti hanno dichiarato agli emigranti e agli immigrati una vera e propria guerra. Allora, à la guerre comme à la guerre! Il che significa, per noi, andare alleradici, alle cause di fondo permanenti, strutturali delle migrazioni internazionali, ai meccanismi del dominio colonialista-imperialista di ieri e di oggi, e dunque ai promotori di questa guerra. Significa demolire i concetti di “emergenza” migratoria e di “invasione” migratoria. Denunciare l’uso capitalistico anti-operaio della forza-lavoro coatta all’emigrazione, e la vera funzione delle politiche poliziesche di “chiusura” dell’Europa-fortezza e di esternalizzazione delle frontiere europee, di cui il governo Lega-Cinquestelle è campione (sulla scia, comunque, dei governi del Pd). Al tempo stesso, significa illustrare, per il presente e per il passato, il ruolo di avanguardie di lotta svolto spesso dai proletari immigrati, e dimostrare quanto l’ostilità e l’odio nei loro confronti sia un veleno che paralizza e uccide ogni capacità di resistenza dei proletari autoctoni.

Non siamo tra quelli che vanno alla ricerca perpetua dei soggetti proletari “puri” da esaltare contro quelli andati d’aceto. Non consideriamo le popolazioni immigrate come un unico blocco indistinto di sfruttati pronti alla lotta di classe anticapitalista. Ci è ben presente la loro crescente stratificazione sociale e la crescente esposizione ad assorbire i decadenti ‘valori’ individualistici propri delle società occidentali. Parliamo anche di queste complicazioni, ovviamente. Resta il dato di fatto che questa nuova, giovane componente del lavoro salariato ha portato qui le ardenti aspettative di riscatto di centinaia di milioni di sfruttati e sfruttate di colore, la loro voglia di scrollarsi di dosso il peso secolare della dominazione coloniale e neo-coloniale: nei propri paesi e in quell’Europa che si è arricchita nei secoli sulla loro pelle e le loro ossa. Per questo anche là dove vedi cenere, c’è il fuoco che cova. E di piccoli fuochi accesi dai lavoratori e dalle lavoratrici immigrate ne abbiamo visti in Italia nella logistica, nelle campagne, nei loro luoghi di reclusione!

Contro lo spirito cupo dei tempi, abbiamo fiducia anzitutto nell’oggettività dei processi in corso. Le migrazioni internazionali stanno rivoluzionando la composizione della nostra classe nei campi, nei cantieri, nelle fabbriche, nei magazzini, negli stessi uffici. Sta nascendo in Italia e in Europa un proletariato multinazionale, multirazziale, multiculturale. Quali che siano i pregiudizi ad arte diffusi e le discriminazioni, questo processo epocale indebolisce inesorabilmente le barriere nazionali. È un processo molecolare, vitale che sta andando avanti, in profondità. Ed è proprio la paura della sua grande forza che spinge le formazioni più aggressivamente razziste ad uscire allo scoperto, e aprire la caccia agli immigrati. Hanno fretta, sentono che il tempo non lavora per loro. Dietro di esse la mano del grande capitale e degli stati, anche se i personaggetti di primo piano sono quasi sempre fanatici (o finti fanatici) piccolo-borghesi, e la manovalanza è spesso composta di marginali.

Contro lo spirito cupo dei tempi, sulla base della fiducia nell’oggettività dei processi in corso e del progressivo, esplosivo incasinarsi delle contraddizioni aperte dalla grande crisi del 2008, diciamo:nulla è già deciso. Anche i lavoratori autoctoni sono sotto attacco da decenni in Italia e in Europa. Nelle borse, nelle banche, nei governi, nei parlamenti che li stanno massacrando, non sono certo gli immigrati “clandestini” o i richiedenti asilo a dettare legge! Un solco di sfiducia e di risentimento si va scavando tra i poteri costituiti e una massa crescente di salariati, e di cittadini comuni che non sfruttano il lavoro altrui. Ecco perché la prospettiva della solidarietà, dell’unità tra lavoratrici e lavoratori autoctoni e immigrati non è un programma donchisciottesco. La guerra del capitale al lavoro salariato è unitaria; tale può e deve essere anche la resistenza e la riscossa del lavoro salariato contro il capitale. In questa guerra dei nostri giorni l’internazionalismo proletario non è un vecchio cimelio da tirar fuori dalla cantina e spolverare, è l’espressione naturale e viva di una realtà di classe contemporanea che internazionale è già. In ogni singolo paese, in ogni singola città, in un gran numero di posti di lavoro. È contro questa dura realtà dei fatti che si romperà le corna la masnada dei “sovranisti di sinistra” dedita a riciclare con una tinta di “sociale” le tematiche anti-proletarie delle destre ultra-nazionaliste e razziste.

Una rivista è una rivista, ovviamente. Per quanto sognatori, non possiamo ambire a un pubblico di massa. Ma speriamo di avere apprestato per le nostre centinaia di lettori un’arma affilata di lotta da usare a livello di massa. Il resto verrà.

L’INDICE

Una questione-chiave, per un nuovo movimento proletario

A crucial issue for a new proletarian movement

I – Le cause

7 punti e 2 precisazioni

Le vere cause delle emigrazioni internazionali

Perché chiamarli migranti, se sono emigranti e immigrati?

B.: Moi, je me dis que migrant, c’est pour les animaux

Gli eco-profughi crescono a vista d’occhio

Le dottrine razziste europee, frutto velenoso del colonialismo

II – L’aggressione neo-coloniale all’Africa

Il nuovo assalto all’Africa

La Nigeria neo-coloniale. Alle origini dell’emigrazione

Warsan Shire: Casa

Lettera a Salvini di un’immigrata dal Delta del Niger

Thomas Sankara: non possiamo rimborsare il debito…

Papis Ndiaye: finché non arriviamo allo scontro di civiltà…

Israele, l’allievo che si è fatto maestro…

III – Le condizioni di lavoro e di vita di immigrati e immigrate

Contro il governo Lega-Cinquestelle

Decreto-Salvini: regali a padroni e mafiosi, bastonate per chi lotta

Le menzogne di Salvini e dei suoi compagni di merende grillini

Quando eravamo noi…

Privilegiati o discriminati?

Immigrazione e criminalità, o criminalità (organizzata) e immigrazione?

Ci portano malattie o si ammalano qui “da noi”?

Chi fa violenza a chi?

Le donne immigrate tra razzismo, sessismo e super-sfruttamento

Intervista a Tatiana Safaler sul lavoro di cura

Agricoltura: dopo i caporali, parliamo un po’ dei generali

Gli immigrati diventati padroncini, o padroni

IV – Le lotte e le resistenze

Discriminati, ma combattivi. E qui e ora, avanguardie di lotta

I facchini della logistica

Mohammed Inane: la logistica può essere la chiave di tutto

Hicham El Rharbi: non mi piace vedere lo sfruttamento…

Papis Ndaye: mi hanno spaccato la macchina, tagliato le gomme…

Karim Bekkal: di fatto stiamo superando il concetto di sindacato…

Le proteste e le lotte dei richiedenti asilo

V – Contro il razzismo, arma dei padroni

Perché tanta ostilità contro gli immigrati a livello popolare?

Contro l’Unione europea e il razzismo democratico

La Lega di Salvini: un’ascesa irresistibile?

L’estrema destra sovranista e “populista” in Europa, e il nostro internazionalismo

Il neo-fascismo di Casa Pound (e non solo) si fa strada

Sull’ideologia di Casa Pound

Resistere, e preparare il contrattacco

 

Immigrazione e criminalità, o criminalità (organizzata) e immigrazione?

Una delle accuse più martellate e pesanti scagliate contro gli immigrati è quella di avere importato in Italia, dai loro paesi, attività criminali ed in particolare l’attività dello spaccio della droga. È anche una delle accuse più paradossali e insostenibili, dal momento che l’Italia è da molto tempo un paese ad altissima densità mafiosa, non solo nel Sud, anche nel Nord, ha esportato ed esporta criminalità organizzata in tutti i continenti. E però resta da affrontare una questione diventata un tabù anche nella sinistra più estrema: la lotta di classe alla diffusione delle droghe.

L’alternativa contenuta nel titolo può sembrare astrusa, ma non lo è per niente. Infatti il nesso tra “immigrazione e criminalità” che ritorna sistematicamente, oltre che nei media, anche negli studi “scientifici” redatti a strettissimo contatto con il ministero dell’interno1, suggerisce in modo più o meno aperto che l’immigrazione è portatrice di criminalità. O, comunque, che la questione da porsi è in che maniera l’immigrazione ha inciso sulla diffusione e l’aumento della criminalità. E non è un caso che chi imposta la questione così prescinde completamente, o quasi, dalla situazione esistente in Italia prima che l’immigrazione diventasse un fenomeno massiccio – come se la cosa non avesse alcuna importanza, come se l’Italia prima dell’avvento dell’immigrazione di massa non conoscesse, o conoscesse solo marginalmente, la criminalità.

L’Italia, primatista in criminalità organizzata

Il caso vuole, invece, che nel momento in cui l’immigrazione, da estremamente limitata, è diventata sempre più massiccia, nel ventennio 1994-2014, il periodo in cui la popolazione immigrata si moltiplica per dieci passando da 500.000 a 5 milioni2, il territorio italiano era già denso, pieno, di criminalità, per l’esattezza di criminalità organizzatamolto organizzata. Così potente da imporre, ed è di pubblico dominio, una trattativa all’insieme dello stato a difesa delle proprie, non rinunciabili, prerogative. In quel momento sono presenti sul territorio nazionale, e ben strutturate, almeno cinque grandi reti di imprese criminali: la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra, tutte e tre di insediamento bi-secolare, e che attraverso una serie di trasformazioni e adattamenti si sono infine conformate come vere e proprie imprese capitalistiche3, e due freschi virgulti, la Sacra corona unita, con epicentro in Puglia, nata agli inizi degli anni ’80, e la Mala del Brenta (o mafia del Piovese), sorta nelle province di Venezia e Padova qualche anno prima. Le attività di loro “competenza” erano le più varie, unite da una caratteristica comune, gli alti (o altissimi) tassi di profitto. E andavano dal traffico di droga all’usura, dal racket e dalle estorsioni al riciclaggio di denaro, dalla gestione dei rifiuti al contrabbando, dall’industria della prostituzione al gioco d’azzardo, dal traffico di armi alle frodi, dalle rapine alla ricettazione, dalla gestione degli appalti pubblici in edilizia alla corruzione, dai sequestri di persona ai sequestri di opere d’arte. Questa impressionante gamma di attività lucrose si intersecava, è ovvio, con il sistema bancario, con le attività imprenditoriali e professionali legali, con le autorità dello stato, centrali (in particolare esponenti dei servizi segreti) e locali, così da assicurare alle imprese della criminalità organizzata una serie di vantaggi e coperture. Questo, alla metà negli anni ’90. Nel ventennio successivo, nonostante il parziale ridimensionamento della cosiddetta “ala stragista” della mafia, la presenza della criminalità organizzata autoctona si è ulteriormente espansa, risalendo la penisola da Sud verso Nord. Roma è diventata “un polo di attrazione della criminalità organizzata”, di Cosa nostra in particolare, in quanto enorme mercato delle droghe, una vera e propria “centrale internazionale del traffico di droghe”4; la camorra ha preso il posto della Mala del Brenta in Veneto, dove non sono del tutto scomparsi i residui della malavita autoctona5; nel Nord da Milano all’Emilia s’è radicata la ‘ndrangheta (a sostenerlo nel febbraio 2015 è stato il procuratore antimafia Roberti), con una propaggine di rilievo in Val d’Aosta (anche nel consiglio regionale); mentre nel Sud agli insediamenti malavitosi storici si aggiungevano a Napoli “la paranza dei bambini” e in Puglia la mafia del Gargano (appena una cinquantina di omicidi negli ultimi tre anni)6, specializzatasi in un enorme traffico di marijuana e di cocaina dall’Albania.

Può essere, ed è, abbastanza controverso il valore complessivo delle attività di questa tentacolare rete di imprese – comunque, nel 2012, la Banca d’Italia lo stimò al 10,9% dell’intero pil nazionale7. Due aspetti restano, però, indiscutibili: l’occupazione, nel tempo, dell’intero territorio nazionale e la compiuta internazionalizzazione delle più grandi organizzazioni criminali, documentati a pieno da gente che sa quello che dice8. Sicché appare evidente che in Italia, come nel resto dell’Europa, “il capitalismo delle mafie è un capitolo importante del capitalismo finanziario9. Se si tiene conto di questo “particolare”, l’essere l’insieme delle imprese mafiose una componente non secondaria del capitale finanziario per la massa di capitali liquidi di cui dispone, si può apprezzare meglio questa affermazione di un capo mafioso: “Prima la politica controllava l’economia, oggi è il contrario. Noi [i boss] siamo il cuore nero dell’economia, ma sempre economia siamo”10. Bravo!

L’immigrazione cresce, i reati diminuiscono

Dunque il 90% e più degli immigrati attualmente residenti in Italia è arrivato qui quando la potenza delle organizzazioni malavitose autoctone aveva raggiunto il punto più alto nella storia d’Italia11. Perciò sostenere che siano stati gli immigrati a portare in Italia criminalità, è una menzogna tanto colossale da essere grottesca.

C’è di più: da alcuni decenni, esattamente i decenni in cui più è cresciuta l’immigrazione, è in atto una tendenza alla diminuzione dei reati di maggiore allarme sociale quali omicidi, aggressioni violente, rapine, sequestri, rapimenti e le stesse violenze sessuali, così di frequente associate agli immigrati, mostrano una tendenza alla stagnazione, con valori medi per tutti questi reati spesso più bassi rispetto ad altri paesi europei come Germania, Regno Unito, Francia – in Italia è invece assai più alta che altrove la “criminalità dei colletti bianchi” e in particolare la corruzione dei pubblici poteri, anche se gli altri paesi europei stanno rapidamente imparando dall’Italia. Sicché, in linea generale, è incontestabile la seguente conclusione, valida a maggior ragione per gli anni recenti, in cui è cresciuto molto l’allarme contro la criminalità straniera:

«Tutti i dati confermano che in Italia l’aumento del numero degli stranieri dal 2008 al 2015 (quasi 1,8 milioni di persone, che sale ad oltre 2 milioni se consideriamo anche una quota di irregolari) non ha prodotto nessun aumento degli episodi di criminalità [sopra] considerati»12.

Il sub-appalto alle mafie straniere

Questa è la realtà dei fatti, riferita alla grande massa dell’immigrazione in Italia. Diverso è invece il discorso se ci si riferisce alle mafie straniere, la cui presenza in Italia è cresciuta in parallelo – e in modo derivato – con l’aumento di potere e di potenza delle organizzazioni criminali italiane e con la crescita dell’imprenditoria straniera. Il giornale collaterale ai Cinquestelle ha sparato di recente una sua indagine sulla mafia nigeriana lanciata “alla conquista del mondo”… bum!, per essere subito smentito dal procuratore nazionale anti-mafia e dalla relazione annuale dei servizi, secondo cui è certamente la “più dinamica e strutturata in Italia”, ma “agisce solo in sub-appalto dei nostri clan”, ed è “da escludere che possa partecipare e operare autonomamente13. Una verità elementare nota da tempo, ma accuratamente nascosta al grande pubblico da ammaestrare come un gregge di pecore e da scagliare istericamente contro le popolazioni immigrate:

«Le quattro mafie italiane in casa loro – diceva già vent’anni fa un alto ufficiale della Direzione investigativa antimafia (Dia) – hanno ceduto, non certo a titolo gratuito, la maggior parte delle attività di manovalanza alle organizzazioni straniere e adesso si limitano ad incassare una tassa su ogni attività illecita che si svolge sul territorio controllato. Questo modello che in Italia garantisce un’alta massa di liquidità con bassissimi rischi, la mafia tende ad esportarla anche nelle città straniere in cui è più radicata, utilizzando così il suo know-how organizzativo»14.

Anche in questo le organizzazioni della criminalità italiana sono in totale sintonia sia con i modelli organizzativi del resto della grande impresa che con le politiche di stato: ricorrono al sub-appalto secondo il modello dell'”impresa rete” (Benetton) ed esternalizzano insieme ad una quota del rischio economico, l’intero rischio politico-sociale sugli “stranieri”, specie in due attività criminali in cui quotidianamente si imbatte la popolazione: lo spaccio delle droghe e la gestione della prostituzione. Sono “loro” che importano questa roba! E uno sguardo alle carceri sembrerebbe la prova definitiva del nesso forte tra immigrazione e criminalità.

Ma nelle carceri ci sono tanti immigrati: come mai?

Infatti un dato spacciato e ri-spacciato fino alla nausea, e non solo da “Libero” (!?), la “Verità” (!?) e “il Giornale”, è che in carcere oltre il 30% dei detenuti è di nazionalità straniera. Vero. Ma perché succede: per una maggiore “propensione naturale a delinquere” degli immigrati o per qualcosa d’altro? Nessun enigma, le risposte ci sono tutte. Primo: gli immigrati subiscono (rispetto agli autoctoni) più controlli e controlli più accurati da parte di polizia e carabinieri, di cui sono i bersagli preferiti – un immigrato, specie se di colore, ha da 10 a 14 volte in più la possibilità di essere fermato per un controllo dagli agenti dell’ordine rispetto a un cittadino italiano.Secondo: gli immigrati sono esposti ad essere fuori dalla legalità assai più degli autoctoni per la legislazione speciale che li riguarda, e a violare le leggi (per es. fare resistenza ad un pubblico ufficiale) anche solo per nascondere la propria condizione di irregolarità (circa il 90% dei detenuti stranieri sono irregolari, irregolarizzati dallo stato). Terzo: il 70% e più dei detenuti italiani è dentro per condanne definitive, mentre lo è solo il 48% dei detenuti stranieri, più della metà degli stranieri è dentro, quindi, come misura preventiva. Quarto: i detenuti di nazionalità straniera hanno assai meno chance di accedere alle misure alternative alla detenzione, o perché non hanno un domicilio stabile dove scontare la pena o perché non riescono a trovare mezzi di sostentamento (un lavoro). Quinto: hanno assai meno mezzi materiali per difendersi dalle accuse, sicché è piuttosto raro che facciano appello, rarissimo che riescano ad arrivare in cassazione. Sesto: compiono di solito proprio i reati per cui si va abitualmente in carcere (furti al minuto, spaccio di droga, contrabbando, rapine, sfruttamento della prostituzione), mentre c’è una forte specializzazione degli italiani nei reati per cui non si va in carcere quasi mai, i reati compiuti da banchieri, imprenditori, manager, pubblici ufficiali e simili (furti all’ingrosso, dai milioni ai miliardi di euro, omicidi colposi per “incidenti” sul lavoro, frodi, falsi in bilancio, corruzione, concussione, riciclaggio, etc.).

Altra cosa fondamentale da considerare: l’età media della popolazione immigrata è di 11-12 anni inferiore a quella della popolazione autoctona. Per cui nella prima è molto più ampia la fascia di età (fino ai 35-40 anni) in cui è concentrata la commissione dei reati puniti in genere col carcere. Per cui se si corregge il confronto tra autoctoni e immigrati tenendo conto di ciò, risulta che “il tasso di criminalità” tra gli over-40 è inferiore tra gli immigrati rispetto a quello esistente tra gli italiani15.

Infine, l’importanza decisiva della condizione di “irregolarità” nel coinvolgimento in attività illegali è largamente provata16. Nel 2007, quando lo status di cittadini comunitari è stato allargato a rumeni e bulgari, e quindi è decaduta per loro la necessità di chiedere il permesso o la carta di soggiorno, il tasso di recidiva per quelli che erano già stati in carcere è crollato per i cosiddetti “reati economici”. Per cui l’essere in condizioni di regolarità riduce, e di tanto, “gli incentivi a commettere crimini che sono sostituti imperfetti di attività economiche legali”. Se davvero si volesse ridurre i micro-reati degli immigrati, sarebbe semplicissimo: regolarizzare tutti – ciò che rivendichiamo noi! Ma il governo in carica, come e più dei precedenti, vuole il contrario – per tutelare gli interessi delle imprese legali e, specificamente, delle organizzazioni criminali che sul traffico di emigranti e sull’utilizzo di forza-lavoro priva di permesso di soggiorno fanno grandi affari. Guai a disturbarle. Per questo, una volta tanto, diamo ragione a Saviano: Salvini è il ministro della malavita, Di Maio&Co. i suoi picciotti.

La lotta alla droga: un compito ineludibile

Rimane comunque un dato da spiegare: come mai abbia attecchito tanto, a livello popolare, la vile menzogna di stato che presenta gli immigrati come importatori di criminalità.

Chi scrive è certo al 100% che una delle ragioni principali di ostilità di tante persone comuni verso gli immigrati, di minaccia alla sicurezza della loro vita e dei loro movimenti in città è, almeno nelle città più grandi del centro-nord, lo spaccio della droga, sempre più asfissiante e diffuso, appaltato loro “opportunamente”, come si è detto, dalle organizzazioni della criminalità italiane. Questa realtà di autentico degrado sociale che è la diffusione crescente delle droghe, un degrado degli autoctoni e degli immigrati ad un tempo, è totalmente sottovalutata, addirittura ignorata nell’estrema sinistra, in cui quasi nessuno ha il coraggio di dire: le droghe sono state e sono armi del nostro nemico di classe. Tutte, anche se non tutte sono eguali, nessuna – però – benefica per la lotta di classe anticapitalista. E come il vecchio movimento operaio rivoluzionario si battè contro l’alcolismo, così i rivoluzionari di inizio ventunesimo secolo devono battersi senza esitazioni contro le droghe, “naturali” e chimiche (oltre che contro quelle “spirituali”), proprio in quanto sono un mezzo di stordimento, evasione, (falsa, falsissima) sopportazione dei dolori, e anche di (momentanea) accresciuta produttività del lavoro (molti edili sono di fatto costretti, o almeno spinti dai carichi di lavoro, a farne uso), che colpisce tanto i proletari autoctoni che quelli immigrati. E, non da ultimo, in quanto sono un potente mezzo di isolamento, alienazione, rottura di legami sociali, affettivi e umani. Sempre e comunque, senza eccezioni, armi del capitale.

Ogni tolleranza, ogni ulteriore silenzio in materia è grave. Quello che dobbiamo prospettare è una lotta comune autoctoni-immigrati contro il binomio stato/criminalità organizzata (italiana e straniera) che è all’origine della diffusione sistematica delle droghe (fin dagli anni ’60, protagonista di questa grande impresa fu la CIA, testimone R.D. Laing17 – mai dimenticarlo!) per liberare la società da questa peste e strappare gli immigrati marginali al circuito dello spaccio della droga. Più tarderemo a farlo, più questo obiettivo verrà assunto in termini demagogici e reazionari dalle destre.

***

Dodici tesi su capitalismo e criminalità, oggi

Ovvero perché i governi del capitale non possono, né potranno mai fare alcuna seria lotta contro la criminalità organizzata, e cercano di deviare l’attenzione e la rabbia del “pubblico” sulle piccole illegalità. Proprio come fa in modo sempre più scoperto il governo Salvini-Di Maio, che si è rifiutato perfino di essere presente a Padova alla XXIV giornata nazionale in ricordo delle vittime della mafia. A quando l’introduzione del reato di “vilipendio alla criminalità organizzata”?

1. All’alba del ventunesimo secolo, in piena epoca di capitalismo globalizzato, la criminalità è essenzialmente criminalità organizzata a mezzo di grandi imprese transnazionali.

2. La criminalità organizzata costituisce, con l’insieme delle proprie attività (traffico di droghe, di persone, di armi, di organi, industria della prostituzione, della pornografia, della “pedofilia”, traffici di rifiuti tossici, doping sportivo, produzione in nero di merci contraffatte, riciclaggio, ricettazione, estorsioni, usura illegali, etc.) la prima “industria” capitalistica del pianeta, un vero e proprio pilastro del capitalismo globale.

3. Questa industria ha la sua massima corposità, il suo massimo peso e i suoi centri direttivi in Occidente, nei paesi ricchi e dominanti del Nord, non in quelli poveri dominati e controllati del Sud. L’Italia ha in questa industria un ruolo di primissimo piano a scala mondiale, che non ha in nessun altro ramo di attività.

4. Le attività dell’industria della criminalità organizzata non sono una “anti-economia”. Sono, al contrario, specie in Italia, parte integrante dell’economia nazionale, dell’economia globale e della finanza mondiale, di cui le organizzazioni criminali, con la grande disponibilità di capitali liquidi di cui godono, sono un prezioso socio in affari.

5. Le organizzazioni criminali sono essenzialmente imprese capitalistiche, in quanto il loro primo e ultimo scopo è l’accumulazione di capitali.

6. La criminalità organizzata, l’industria e la finanza che fanno capo ad essa sono fenomeni universali. Non hanno nulla di “etnico”. Nate in Occidente, si stanno espandendo ovunque se ne creino le condizioni favorevoli, sia per mezzo del processo di delocalizzazione, sia per impulso accumulativo “locale”.

7. Le organizzazioni criminali non sono un “anti-stato” che minaccia gli stati esistenti; sono invece intrecciate con gli stati capitalistici, dall’alto in basso, dal basso in alto, in modo tale da essere da loro inseparabili. Il che non toglie, come per ogni altra frazione del capitale, che ci possano essere, e ci sono, conflitti parziali con altri rami del capitale o delle istituzioni, e con questa o quella politica di questo o quel governo.

8. Le imprese criminali svolgono attività ad altissimo tasso di profitto. E costituiscono, nel loro insieme, una controtendenza alla caduta tendenziale del saggio di profitto, in quanto specializzate in affari ad alta redditività. Ciò spiega anche perché la concorrenza tra loro ricorra a metodi brutali (sebbene in Italia, da tempo, preferiscano la corruzione e gli accordi di non belligeranza agli omicidi).

9. Le imprese criminali sono profondamente radicate nel tessuto sociale delle società capitalistiche più ricche in quanto sono specializzate nel dare risposte devianti (droga, prostituzione, violenza sui minori, lavoro forzato, etc.) a bisogni insoddisfatti dalla società e dall’economia ufficiali.

10. La microcriminalità (in cui sono coinvolti di solito gli immigrati che delinquono) costituisce, nella maggior parte dei casi (v. lo spaccio di droghe), una propaggine visibile della macrocriminalità che predilige, invece, stare al coperto. L’ingresso nella micro-criminalità ha la sua causa prima nella crescita della povertà e dell’emarginazione all’interno delle quali le organizzazioni criminali cercano la propria manovalanza. Nel caso degli immigrati gioca un ruolo fondamentale l’essere senza un permesso di soggiorno.

11. Da tutto ciò deriva che nessuna seria lotta per sradicare la criminalità organizzata può essere condotta né dalle forze legali dell’economia di mercato, né dagli stati e dai governi capitalistici – e men che meno dal governo Lega-Cinquestelle. Il pugno di ferro contro la “criminalità” di strada, oltre che ad attizzare la guerra contro gli immigrati, serve a coprire questa scomoda verità. Ma anche lo sradicamento della micro-criminalità è, per questi stati, impossibile perché non sono in grado di estirpare né la povertà, né i processi di marginalizzazione che al contrario stanno dilagando in molti paesi del Sud del mondo, e si allargano anche in Italia e in Europa.

12. La sola forza sociale che potrà realizzare questo doppio sradicamento è quella dei proletari e degli sfruttati del Sud e del Nord del mondo, autoctoni e immigrati, organizzati e decisi a dare insieme una formidabile ripulita rivoluzionaria (avete presente la scopa di Vladimir Ilič?) alle proprie società, “ripulendo” nella lotta al capitalismo anche sé stessi.

1 Cfr., ad esempio, il libro di M. Barbagli, Immigrazione e criminalità in Italia, Il Mulino, 1998 (nella seconda edizione il titolo è cambiato, diventando Immigrazione e reati in Italia – ma è un cambiamento solo di forma, l’impostazione di fondo dell’analisi è immutata).

2 Vedi il puntuale comunicato stampa della Fondazione ISMU di Milano “1994-2014, vent’anni di immigrazione in Italia”, in occasione della presentazione del XX Rapporto sulle migrazioni.

3 Il primo studio che ha messo in chiara luce il carattere di imprese capitalistiche delle organizzazioni malavitose è stato quello di P. Arlacchi, Mafia imprenditrice, Il Mulino, 1983.

4 Lo sostengono l’ultima relazione semestrale della Dia: cfr. “la repubblica”, 13 febbraio 2019; Osservatorio per la sicurezza e la legalità della Regione Lazio, Terzo Rapporto Mafie nel Lazio, Roma, 2018; R. Saviano, NarcoRoma. La capitale della cocaina, inserto de “la repubblica”, 14 luglio 2017, che parla di un “business straordinario che permette di raccogliere con un solo carico un miliardo e 300 milioni di euro”.

5 L. De Francisco et A., Mafia a Nord Est, Rizzoli, 2015; G. Belloni – A. Vesco, Come pesci nell’acqua. Mafia, impresa e politica in Veneto, Donzelli, 2018, con attività nuove, rispetto a quelle della banda di Maniero, quali la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, l’infiltrazione nelle ditte appaltatrici di Fincantieri, la gestione della produzione sommersa e l’organizzazione dell’evasione fiscale.

6 R. Saviano, La paranza dei bambini, Feltrinelli, 2016; D. Seccia, La mafia innominabile, La Meridiana, 2011.

7 Cfr. G. Ardizzi et A., Measuring the underground economy with the currency demand approach: a reinterpretation of the metodology, with an application to Italy, Banca d’Italia, “Temi di discussione”, n. 864, 2012. Una valutazione analoga è contenuta nella XIII edizione del rapporto annuale di Sos Impresa e in diversi documenti della Commissione parlamentare antimafia (a presidenza Bindi). Sembrano invece accreditare stime molto inferiori M. Centorrino e P. David in un loro post su Lavoce.info del marzo 2013, Il fatturato di Mafia Spa.

8 Cfr. G. Pignatone – M. Prestipino, Il contagio. Come la ‘ndrangheta ha infettato l’Italia, a cura di G. Savatteri, Laterza, 2012; Idd., Modelli criminali. Mafie di ieri e di oggi, Laterza, 2019; F. Forgione, Mafia Export. Come ‘ndrangheta, Cosa Nostra e camorra hanno colonizzato il mondo, Baldini&Castoldi, 2009.

9 L’espressione è del procuratore capo di Palermo, Scarpinato, che in una sua recente relazione sul rapporto tra economia legale ed economia “illegale” constata che “nei Paesi europei è stato confiscato l’1 percento del fatturato globale delle mafie, praticamente il rischio di confisca è prossimo allo zero, eppure i più grandi paradisi fiscali sono in Europa” (…); “la mafia dei mercati in Italia ha contribuito a farci rimanere nel patto di stabilità [!]. Noi continueremo a fare indagini e arrestare estorsori, ma è bene comprendere che la battaglia si svolge a livello macro politico. In Europa non c’è l’interesse a fare un’analisi del sangue ai capitali finanziari che fanno girare l’economia e il capitalismo delle mafie è un capitolo importante del capitalismo finanziario” (“il fatto quotidiano”, 11 febbraio 2019). Meno che meno un simile interesse ce l’ha il governo Salvini-Di Maio. Anche in questo, il loro accordo con l’UE è totale, essendo l’Europa sempre più un vero e proprio paradiso fiscale.

10 Questa affermazione è riportata da Scarpinato nella relazione citata alla nota 9.

11 Cfr. N. Tranfaglia, Perché la mafia ha vinto. Classi dirigenti e lotta alla mafia nell’Italia unita (1862-2008), Utet, 2008.

12 Cfr. F. Ciocca, C’è una relazione tra immigrazione e criminalità?, www.lenius.it, 6 ottobre 2017. Conclusioni simili nel 1° Rapporto sulla filiera della sicurezza in Italia del Censis, presentato alla Camera il 27 giugno 2018, in cui, però, paradossalmente ma non troppo (se si ha presente cosa sono i sociologi di stato), si approva la espansione dei corpi di polizia privati, salvo chiederne la “professionalizzazione”. Molto più seri sono i testi di Caritas/Migrantes – Agenzia Redattore sociale, La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi, ottobre 2009, pp. 1-16; G. De Michele, Immigrati: costi e numeri (quelli veri), pubblicato su Carmillaonline il 17 novembre 2014.

13 Cfr. il numero di “Millennium” del novembre 2018 e “il fatto quotidiano” del 28 febbraio 2019, che riporta le parole di F. Cafiero de Raho.

14 Cfr. l’inserto speciale de “Il Mondo”, Clan emergenti, fatturati, nuovi business. Il primo rapporto sull’euromafia, 31 maggio 1997, p. 12.

15 Cfr. la Guida per l’informazione sociale 2010, a cura del Centro di documentazione Agenzia Redattore sociale della Comunità di Capodarco.

16 Cfr. P. Pinotti, Clicking on Heaven’s Door: The Effect of Immigrant Legalization on Crime, “American Economic Review”, n. 1/2017, pp. 138-168.

17 Cfr. R.D. Laing, Intervista sul folle e il saggio, Laterza, 1979, cap. 9.

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