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Monte dei paschi di Siena: a quanto cedere le sofferenze per determinare il minor buco di capitale possibile?

Da quanto si legge sulla stampa, pare che per MPS persistano problemi legati alla quantificazione del prezzo di cessione dell’intero stock di sofferenze.

Se questa frase vi pare del tutto anodina e il tema vi avrebbe pure stancato, possiamo capirvi: ma è dietro questi dettagli che si nasconde il diavolo della realtà. Quella stessa realtà che sul settore bancario italiano viene aggredita quotidianamente dalla nostra classe digerente.

Traduciamo: se andate a rileggervi questo post, scoprirete che il punto della questione, per MPS, è sempre quello, da sempre: a quanto cedere le sofferenze per determinare il minor buco di capitale possibile? Lo scorso anno, nelle more del piano “di mercato” per il quale Matteo Renzi aveva assunto JPMorgan, si favoleggiava di una cessione intorno al 32% del valore nominale dei crediti. Venuto meno quel piano, si è cominciato a parlare di valore di cessione intorno a 25. Anche in questo caso, però, la vittima sacrificale destinata a comprare la tranche mezzanina della cartolarizzazione delle sofferenze era Atlante 2. Come ricorderete, la missione “ufficiale” di questo veicolo era nientemeno quella di “creare un mercato” per le sofferenze. Molto più prosaicamente, la missione era quella di strapagare le sofferenze, per minimizzare il buco di capitale prodotto dalla cessione. La famosa “pazienza” di Atlante 2 era quello, in pratica.

Poi, la brutta notizia: si scoprì che il veicolo non aveva i soldi per comprarsi tutte le sofferenze a quel prezzo. Servivano quindi nuovi investitori. Ecco quindi che si giunge al coinvolgimento di Credito Fondiario e Italfondiario-Fortress. E qui, arriva l’intoppo. Gli acquirenti privati ritengono che il prezzo di cessione medio andrebbe rivisto al ribasso, sotto l’attuale livello di 20-21. Incredibile, vero? Sui giornali si legge che quest’ultima difficoltà sarebbe imputabile all’arrivo tra le sofferenze di altri due miliardi di crediti, relativi al quarto trimestre dello scorso anno. Ora, la domanda sorge spontanea: possibile che due miliardi di nuove sofferenze lorde spostino in modo rilevante il prezzo dello stock degli altri 27 miliardi, già analizzato mesi addietro dalle due società specializzate? Se la risposta fosse affermativa, si potrebbe inferire che le nuove sofferenze hanno valore di recupero presunto molto basso, per usare un eufemismo. O che la massa dei crediti sofferenti è stata rettificata assai poco o che la sfortuna continua implacabile a colpire la banca senese.

Oppure si potrebbe pensare che le valutazioni dello scorso anno fossero state piuttosto “generose”, e soprattutto finalizzate a dare copertura “tecnica” ed asseverazione all’acquisto da parte di Atlante 2. Quale sarà la versione “vera”? Ah, saperlo. Attendiamo fiduciosi che si trovi la quadra anche su questo aspetto. Poiché i due specialisti contattati non sono onlus, a differenza di Atlante 2, il problema resta sempre quello. Sempre sulla stampa filtrano letture “particolari” sulla gestione di questo ennesimo intoppo. Del tipo che Atlante 2 “non ha fretta”. Ecco, questa potrebbe essere la chiave di lettura di questo ennesimo tormentone. Facciamo che i privati non-Onlus si prendono le sofferenze a prezzo più basso, quello di mercato, e che il privato-Onlus, al secolo Atlante 2, le strapaga perché lui è “paziente”? Ad ogni buon conto, poi non dite che non vi era stato detto. Su questi pixel. Tutto il resto sono chiacchiere e minuetto.

A proposito: non perdete di vista l’evoluzione della situazione di Carige. Che ha un azionista di maggioranza assai relativa, Vittorio Malacalza, che non arriva al 18% e che fa e disfa dei manager della banca. Ultima testa a cadere, quella dell’a.d. Guido Bastianini. Che aveva elaborato un piano per deconsolidare le sofferenze, assegnandole agli azionisti della banca, e vai con dio. Inoltre, aveva previsto un aumento di capitale da 450 milioni di euro per finanziare le rettifiche su crediti, e la conversione in azioni di un bond subordinato. Solo che Malacalza non pare avere intenzione di “svendere” le sofferenze (dove il verbo indica una purissima percezione soggettiva) né di mettere altre palanche per rettifiche crediti (anche se afferma da sempre il contrario), e neppure di perdere il controllo della banca, anche se il valore del suo pacchetto azionario si è deprezzato di circa il 90%. Del resto, già due anni fa il fondo americano Apollo aveva proposto di rilevare le sofferenze ad un prezzo medio non lontano da quello a cui erano state risolte le quattro banche, a novembre 2015, e mettere mezzo miliardo di aumento di capitale per colmare il buco causato dalla cessione. Ma così facendo, Malacalza sarebbe stato buttato fuori dalla banca. Il bond subordinato che Bastianini voleva convertire è in mano a Generali: la conversione metteva a rischio il controllo di Malacalza, oltre a non piacere affatto a Trieste. Ecco quindi che Bastianini ha dovuto rimangiarsi questo piano ma alzare contestualmente il fabbisogno di capitale. E si torna al via, con Malacalza che non gradisce e mette alla porta l’a.d. Anche qui, il punto resta uno ed uno solo: il valore “di mercato” delle sofferenze.

Come finirà? Boh. Noi però un piccolo suggerimento alle autorità nazionali di vigilanza lo daremmo: evitate di farvi arrivare la brace sui piedi o farvi spiazzare dalla vigilanza della Bce. Perché, se ciò accadesse, poi sarebbe del tutto inutile farsi intervistare dai giornali e dare la colpa a destra e a manca per quanto omesso e commesso negli ultimi anni. Agire preventivamente tende a ridurre le responsabilità successive. Persino in un paese come l’Italia, dove a posteriori sono tutti vittime del destino cinico e baro o si scoprono geni incompresi e veggenti inascoltati.

Foto: glulladuepuntozero/Flickr

Questo articolo è stato pubblicato qui

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