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Medio Oriente: stiamo creando il deserto

Ormai se pensiamo a quella vasta regione che – con uno smaccato residuo di eurocentrismo britannico – chiamiamo ancora Medio oriente, immaginiamo il deserto: ci viene in mente la sabbia rovente del film Lawrence d’Arabia o al massimo una distesa di pozzi di petrolio cresciuti in un paesaggio altrimenti brullo.

Ancora Fischia il Vento-Luca Billi

 Eppure in prima media ci hanno spiegato – nel libro c’era anche un disegno per farcelo capire meglio – che lì si trovava la cosiddetta “mezzaluna fertile”, come viene definita dagli storici quella vasta regione che si estende dalla Mesopotamia alla valle del Nilo, passando per la valle del Giordano. Proprio la presenza di questi grandi fiumi e la loro particolare vocazione agricola hanno fatto sì che in queste terre si sviluppassero le prime grandi civiltà dell’uomo: noi siamo anche i lontanissimi pronipoti di quegli antichissimi popoli.

Mi è tornata in mente questa espressione, leggendo che le sponde dell’Eufrate sono invase da pesci morti. Secondo alcuni studiosi questa moria è stata provocata dallo sversamento di sostanza tossiche nel fiume, mentre altri sostengono che si tratti di una malattia partita da alcuni allevamenti di itticoltura della regione. Comunque sia, questo avvenimento ha di fatto bloccato una delle attività più importanti della regione.

L’Iraq – il cui territorio coincide con la “terra in mezzo ai fiumi”, ossia la regione in cui è nata la civiltà sumera, poi quelle assira e babilonese – deve importare dall’estero circa l’80% del grano e del riso necessari per sfamare la sua popolazione. Come probabilmente per quello che riguarda la moria dei pesci, la responsabilità di questa situazione è dell’uomo. L’Eufrate arriva dalla frontiera con la Siria con una portata di 250 metri cubi al secondo: un record negativo. Mentre il Tigri ha una portata dimezzata rispetto al 2003, da 1.680 a 836 metri cubi al secondo. La decisione della Turchia di costruire una serie di grandi dighe sull’alto corso dei due fiumi è un elemento che rende questa situazione sempre peggiore.
 
La mancanza d’acqua ha fatto aumentare la salinità dei terreni, rendendoli di fatto inutilizzabili per scopi agricoli: il 40% delle terre agricole dell’Iraq sta subendo questo processo di salinizzazione. La mancanza d’acqua e il sempre più diffuso bisogno di tagliare gli alberi per avere legna da ardere ha provocato la desertificazione del 50% della terra che era produttiva negli anni Settanta. Il continuo stato di guerra, le lotte tribali, lo stato di insicurezza, la scelta di investire unicamente sull’industria petrolifera hanno provocato i mancati investimenti nell’innovazione e nella meccanizzazione dell’agricoltura e così, per colpa dell’uomo – unicamente per colpa dell’uomo – una delle terre più fertili del mondo è diventata poverissima e costretta a vivere con le importazioni straniere, naturalmente pagate a caro prezzo.
 
Un terzo della popolazione irachena vive nelle aree rurali e naturalmente sono queste persone quelle che stanno soffrendo di più; secondo i dati delle organizzazioni internazionali il 69% della popolazione irachena definita in “povertà estrema” vive proprio in queste aree.
E la stessa cosa sta succedendo in Palestina, visto che ormai si sta prosciugando il Giordano, di cui la Bibbia esalta la ricchezza di acqua e la capacità di portare fertilità. Nel Libro di Giobbe è scritto che il fiume “durante tutti i giorni della mietitura è gonfio fin sopra tutte le sponde”: oggi il fiume è perennemente in secca e il Mar morto si ritira di un metro ogni anno.
 
Anche il Nilo sta sparendo. Alla continua riduzione della portata del fiume che per millenni ha nutrito il “granaio del mondo” – per questo combatterono Ottaviano e Antonio, non certo per la bellezza di Cleopatra – potrebbe causare un danno inimmaginabile e drammatico la costruzione della diga Renaissance in Etiopia. Riempire in tre anni un bacino idrico di oltre settanta miliardi di metri cubi d’acqua distruggerebbe il 51% dell’agricoltura egiziana, che impiega un quarto della popolazione del paese.
 
Questo è quello che succede davvero nel mondo. Quando ci sono queste condizioni di sussistenza, francamente credo che qualunque altra analisi debba essere ricondotta a questo. Per anni abbiamo letto articoli e saggi sullo scontro di civiltà o analisi geopolitiche sulla situazione mediorientale, ma continuiamo a dimenticare, più o meno scientemente, questo dato di fatto: in una regione fertile, in una delle regioni potenzialmente più fertili del mondo, si soffre la fame, per responsabilità precise e definite degli uomini.
Desertum fecerunt et pacem appellaverunt: così dicevano i nemici di Roma. Guardando alla condizione di quelle terre, quei popoli non possono neppure dire questo. Abbiamo fatto un deserto e lo abbiamo chiamato guerra.

se avete tempo e voglia, qui trovate quello che scrivo…

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