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Lo sguardo dell’angelo

Vi è mai capitato che, d'un tratto, qualcosa o qualcuno che, fino allora, era per voi quasi invisibile, nella sua scontata quotidianità, abbia acquisito forza di esistenza e visibilità? E sia riuscito ad offrirvi addirittura motivi impensati del suo insostituibile "esserci"? Al punto da darvi l’impressione di riscoprire in quel momento la vita stessa? Ecco, è allora che avete sperimentato una specie di “miracolo” che ha modificato il vostro sguardo e il vostro "sentire"!
 
Vi è mai successo? A me è accaduto, qualche rara volta. È come vedere veramente qualcosa o qualcuno, che fino allora era come in ombra.
Da allora ho cominciato a pensare che vivere, “vivere davvero”, forse, è soltanto una questione di “sguardi”.
Ho cominciato a convincermi che, se esistesse un’arte del vivere (il che è molto dubbio!), essa dovrebbe consistere essenzialmente nel lavorare su di sé per “imparare a vedere”, per allenare il proprio sguardo, per acquisire il giusto sguardo sulle cose!
Si tratta di addestrarci a vedere, in altro modo, ciò che è già visibile e sta lì, davanti ai nostri occhi!
 
Questo tipo di riflessioni si è andata articolando e corroborando in me, grazie all’incontro con l’opera di Wim Wenders: i film, tra cui il suo capolavoro, Paris, Texas, o il suo film più noto, Il cielo sopra Berlino, ma anche testi letterari, saggi sulla fotografia e sulla logica della percezione; o il recente dialogo con la filosofa Mary Zournazi,, intitolato “Inventare la pace”, in cui torna centrale il tema dello sguardo e dell’educazione al “vedere”.
In questo dialogo filosofico, Wim Wenders ricorda un pensiero di John Berger secondo cui in passato guardare voleva dire comunicare con il mondo e il suo mistero. Mentre oggi, invece, le persone, e noi, non abbiamo più “la pazienza di guardare veramente, di soffermarci sui dettagli o indugiare”.
Forse dobbiamo “ripensare a come guardare il mondo, a come lasciare che il mondo ci parli”.
 
E allora, anche tornare a rivedere ogni tanto “Il cielo sopra Berlino”, film lirico, visionario e intrigante, è per me un modo per imparare ad avere la pazienza di guardare, a lasciare che il mondo mi parli. In questo, Damiel e Cassiel, gli angeli de “Il cielo sopra Berlino”, possono essere delle guide eloquenti e convincenti.
 
Come ci vedono gli angeli in quel film? - ci domandiamo con Wim Wenders - “In modo critico? Compassionevole? Senza pietà? Con indifferenza? No, di sicuro gli angeli ci guardano amorevolmente." 
E allora? Basta contemplare e ascoltare? Risponde Wim Wenders: “Sì, basta ascoltare. Si può fare. Ne abbiamo la capacità”.
Sì, quando Damiel e Cassiel osservano gli esseri umani, ci aiutano a capirli, perché guardano senza voler giudicare. Non è questo il modo migliore di scoprire e accogliere ciò che un altro dei grandi maestri del 900, Wittgenstein, chiamava il “mistico” e cioè il semplice e incredibile “fatto” che “il mondo è”, che le cose sono? Non potrebbe questo, questo  alla vita, questa contemplazione del suo mistero, essere la modalità più vera di approccio alla realtà e un primo tentativo di risposta alla domanda sul senso delle cose?
 
L’incredibile presenza degli angeli ne “Il cielo sopra Berlino”, con quello sguardo che non giudica, quello sguardo partecipe, uno sguardo di qualcuno a cui le cose, gli eventi, le persone, stanno a cuore, ha molto da “rivelarci” e da dirci, sul nostro desiderio e i nostri progetti di umanesimo possibile.
Un progetto che può essere illuminato ancora meglio se ci fermiamo su un pensiero su cui Wenders torna più volte nel dialogo “Inventare la pace” sopra citato.
“Lo sguardo amorevole - lo sforzo, la dedizione, l’intento che implica - ha un effetto su ciò che si guarda”. Il modo in cui guardiamo le cose, scrive Wenders, le cambia davvero”. 
L’atto di vedere ha “la capacità e il potere di cambiare ciò che è visto”
 

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