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Lo scandalo romano: tra garantismo e valutazioni politiche

Era un po’ che non si registravano scandali e, puntualmente, è arrivato questo del nuovo stadio romano. Per la verità era un affare che odorava male sin dall’inizio e qualcuno, nella giunta Raggi, aveva avvertito che la cosa era sospetta, ma la sindaca non volle dargli ascolto e se ne disfece come assessore. Va detto che la stampa presenta questo come il primo scandalo della maggioranza Lega-M5s, passando la mano leggera sugli arresti targati Pd e Fi, ma a quelli siamo abituati e non fanno più notizia.

Sono sempre stato garantista dunque lo sarò una volta di più in questa occasione che vede coinvolti i 5 stelle ai quali, peraltro, non ho risparmiato sberle, soprattutto negli ultimi mesi che mi hanno visto allontanare dal movimento, per cui non credo mi si possa accusare di indulgenze di parte.

Anche in questo caso, dunque, aspetto che vengano fuori le prove delle responsabilità di ciascuno, ma ci sono già dati di fatto che, al netto dalle valutazioni penali, impongono valutazioni politiche non proprio favorevoli alla giunta romana.

La sindaca si è difesa dicendo di essere stata raggirata e di sentirsi parte lesa, quindi, dando per scontato che l’affare puzza di bruciato. Insomma la stessa canzone che abbiamo sentito per il caso Marra prima e per le assicurazioni sulla vita di Romeo dopo.

Non abbiamo motivo di dubitare della buona fede della valente sindaca, che si sente assediata perché scomoda e perché donna (sic!). Va bene, figlia mia, ma tutte a te capitano?! Insomma, possiamo credere che non ne sapessi nulla delle malefatte dei Marra, Lanzalone eccetera, ma sono uomini che avevi scelto tu, per cui qualche responsabilità ce l’hai. D’accordo che sei parte lesa per gli imbrogli dei tuoi collaboratori, ma i cittadini romani sono parte lesa per le scelte disastrose che hai fatto in materia di collaboratori.

Ingenuità? Può darsi ma un sindaco non ha il diritto di essere ingenuo, fra i suoi compiti c’è anche quello di sapersi scegliere i collaboratori più stretti. Riconosciamo l’ingenuità e l’innocenza penale, ma adesso le dimissioni sono un atto dovuto e se non dovessero giungere prontamente autorizzerebbero i peggiori sospetti.

Poi veniamo alle responsabilità del M5s e dei suoi massimi dirigenti. Anche qui solito disco: chi sbaglia paga, trovatemi le mele marce e ve le metto fuori una per una. Ed allora, non ci siamo capiti: che il Capo del movimento metta fuori le mele marce dopo che hanno fatto il danno, non ci interessa nemmeno un po’. Il punto è che le mele devi verificarle prima di metterle nel cesto, soprattutto se il cesto è quello delle mele migliori, che offri come pezzi scelti.

Qui scopriamo addirittura che l’inquisito più in vista è il consulente giuridico del movimento! Adesso mi spiego le audacie giuridiche di cui il M5s si è reso protagonista in questo ultimo anno (per finire con la messa in stato d’accusa del Presidente)! Anzi, addirittura è l’autore di quell’obbrobrio di statuto imposto con un colpo di mano (e senza votazione alcuna) a fine dicembre. Quelle regole stabilivano una quantità di poteri del Capo supremo come mai viste prima e fra gli altri, quello di poter respingere senza motivazione i candidati alle parlamentarie ed, a chi chiedeva il perchè della propria esclusione, non era neppure data risposta. Questo ha caricato il Capo politico di una doppia responsabilità: da un lato quella di escludere centinaia di persone (chi dice mille chi tremila: nemmeno questo è chiaro) e senza motivo conoscibile, dall’altro ammettere candidati poi risultati discutibili (quattro maestri venerabili di loggia di cui uno è risultato eletto; un amico degli Spada e beneficiario di una casa del comune con affitto mensile di 7 euro, poi riammesso perché è risultata giustificata la seconda contestazione; per non dire dei parlamentari morosi). Sulla questione calò una pietosa cortina di silenzio, però il problema rimane.

Anche perché l’occasione dello stadio romano ha dato la stura ad una valanga di allusioni malevole contro “gli onesti” che, appena seduti su una poltrona ecco cosa fanno. Con il sottinteso che l’intero M5s è un movimento di ladri e di profittatori. So bene che non è così e che la maggioranza anche dei parlamentari del movimento è costituita da persone oneste, ma so anche che il movimento ha difese molto deboli nei confronti delle scalate ostili: profittatori ed infiltrati hanno gioco facile con queste regole del gioco ed il fatto che a scriverle sia stato un personaggio oggi così… discutibile (diciamo così) qualche dubbio lo fa venire.

Se il M5s vuole evitare infortuni anche peggiori di questo, deve in primo luogo abolire immediatamente il “regolamento Lanzalone” (anche per salvare la faccia) poi è necessario un profondo ripensamento sul modello organizzativo che lo regge: con questo modello tutto “web e gruppo parlamentare” non si fa troppa strada.

Le critiche, però, devono essere equilibrate e, per quanto possibile, evitare ogni faziosità. Ad esempio non sono affatto convinto della campagna che Repubblica e Corriere stanno conducendo sulla famosa cena che avrebbe viso insieme l’avvocato Lanzalone e Davide Casaleggio, nella quale i due avrebbero parlato di nomine negli enti pubblici. Davide Casaleggio ha spiegato che effettivamente erano nello stesso ristorante nello stesso momento ma in tavoli diversi, per cui tutto si è limitato ad un breve saluto. I due giornali hanno controbattuto che non di un incontro casuale si trattava, ma di un evento pubblico, una cena dell’Associazione Gianroberto Casaleggio e che il ristorante era stato tutto prenotato per quell’evento, dunque, Lanzalone era fra gli invitati.

Avendo partecipato alla vita dell’associazione so come funzionano queste iniziative che hanno essenzialmente lo scopo di autofinanziare le sue iniziative come quella annuale di Ivrea. In questi casi si invitano i soci che più probabilmente possono pagare il contributo (quella sera era di 70 euro a testa) e, dunque, ci sta che fra gli invitati ci fosse Lanzalone, ma è anche la dimostrazione che Davide dice la verità quando nega di aver parlato di nomine con l’avvocato: ma vi pare che dovendo parlare di una questione delicata come le nomine negli enti pubblici, lo si faccia nel corso di una serata sociale con 80 invitati? E poi, ammesso e non concesso che Lanzalone e Casaleggio siano stati allo stesso tavolo anche solo per poco, come è possibile sapere di cosa abbiano parlato se a rivelare la conversazione non sia uno dei presenti a quel tavolo?

Insomma, siamo seri: questa è la solita tirata per dimostrare che Davide Casaleggio è il super capo supremo che muove i fili da cui pende Di Maio. Peccato che questa cosa non sia assolutamente vera.

Al M5s non risparmiamo critiche politiche come non debbono essere risparmiare a nessuno, ma si evitino queste cadute di tono che sviliscono il confronto politico.

Con il M5s io voglio confrontarmi sulla posizione indecente assunta sulla questione degli immigrati, questo sì.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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