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Libia: tentata rivolta in un carcere per migranti

Soltanto la malafede di personaggi come i nostri governanti può ostinarsi a minimizzare la realtà delle condizioni in cui versano migliaia di persone rinchiuse nei centri di detenzione libici.

di Gianni Sartori

Centri – oltre che di tortura – di estorsione con metodi mafiosi. I parenti dei migranti qui segregati ricevono dai trafficanti di esseri umani molteplici telefonate con richieste di denaro in cambio del rilascio.

Tale situazione era stata descritta da un reportage di Channel4 il 25 febbraio. Agghiaccianti le immagini di migranti, anche donne, incatenati, appesi al soffitto, picchiati e ustionati intenzionalmente con plastica resa liquida dal fuoco. Il giorno successivo – 26 febbraio – era scoppiata una protesta fra i 400 richiedenti asilo del centro di detenzione di Triq al-Sikka (Tripoli). Almeno 150 di loro erano riusciti a uscire dalle celle e a inscenare una protesta chiedendo l’intervento di UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati). Immediata la reazione delle guardie che – dopo averli circondati – hanno iniziato a picchiarli con bastoni e spranghe causando numerosi feriti. Piuttosto preoccupanti le condizioni di due migranti ricoverati nell’ospedale di Abu Slim.

Altri due, sospettati di essere fra i principali organizzatori della protesta, sarebbero stati rinchiusi in una cella sotterranea e sottoposti a tortura. Gran parte di coloro che avevano preso parte alla protesta (si parla di 120) sono stati trasferiti in altri centri di detenzione (Ain Zara e Sabha).

LE VIGNETTE – scelte dalla “bottega” – sono di Mauro Biani.

Questo articolo è stato pubblicato qui



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