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Libertà di insegnamento

In questo mestiere-professione che svolgo dal 1986 ho attraversato momenti straordinari, ho riso e pianto, mi sono entusiasmata e ho amato molto i ragazzi e le ragazze che avevo di fronte.

Non è mai stato facile. Ho girato per scuole “disperse nel territorio” fra boschetti ameni, in zone minerarie dove l’abbandono era tanto ma l’umanità delle persone sovrastava il tutto.

Da vent’anni insegno in scuole di frontiera. Ho scelto di restarci. 

Non ho nulla a disposizione (tipo Lim) e a volte nemmeno il gesso per scrivere sulla lavagna di ardesia. Ho le mani, sempre piene di libri, la passione, che ogni tanto si deprime, e la voglia di fare qualcosa per far scaturire una scintilla di libero pensiero. 

Semino. Sono una contadina della parola, non vedo tutte le piante crescere; di molte di loro ho perso la traccia. Ogni tanto però vedo fiorire la bellezza di uomini e donne che si sono fatti grandi e che attraverso le parole restituiscono, moltiplicato, quello che ho cercato di trasmettere: «Buonasera prof. scusi il disturbo ma ci tenevo a confessarle il mio pensiero nei suoi confronti. Penso che il ruolo di professoressa sia molto difficile, in quanto si ha, nell’idea comune degli studenti, il pensiero che la scuola sia noiosa e pesante. Tante professoresse mi hanno insegnato la loro materia (facendo il loro lavoro d’altronde), lei no. Lei non mi ha trasmesso solo insegnamenti di tipo scolastico. In lei ho trovato più che una professoressa un’educatrice. Per le tante che ho avuto è stata l’unica a darmi insegnamenti di natura quotidiana. Parlo di insegnamenti che saranno utili per tutta la vita. Ho notato tanta differenza tra le prof. che insegnavano per poter portare a casa lo stipendietto e quelle che che facevano il loro lavoro con tanta passione. Lei trasmette passione, ama quel che fa, è disponibile ad ascoltare le opinioni altrui e a sua volta dire la sua ma sempre senza influenzare il pensiero personale, tralasciamo tutte le doti letterarie che ha cercato di trasmetterci con i piccoli gesti (note, commenti). È stata una grande fortuna poter passare 3 anni con lei alla cattedra. Le svelo un segreto: non so se ricorda il primo giorno nella nostra classe. Ma io sì e oltretutto bene. Dopo la sua presentazione, le chiesi un suo commento sul sionismo. Dal primo giorno è riuscita a farmi “innamorare”. A parer mio (anche se non ho nessun titolo per giudicare), la prof deve essere sinonimo di educatrice. Non penso di essere l’unico ad aver notato questo. È una prof. da 100 e lode».

Ora io non so se merito davvero queste parole, ma le rileggo ogni volta che “la passione si deprime”.

Credo fermamente che raccontare la vita di chi ci ha preceduto per metterla in relazione con la nostra sia straordinario. Si chiama amore per la polis, si chiama politica. Noi abbiamo il dovere come educatori, di fare politica, chè questa è una parola pregna di significato. Chi teme la politica è il tifoso, colui che appartiene a uno schieramento, che urla e strepita contro chi la pensa in modo diverso. 

Uniformare, punire, questa è la tentazione, il pericolo.

La prima finalità dell’insegnamento che è stata formulata da Montaigne dice: «è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena». Una testa ben “fatta” significa: «invece di accumulare il sapere è molto più importante disporre allo stesso tempo di: un’attitudine generale a porre e a trattare i problemi; princìpi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare loro senso»; così Edgar Morin.

Professoroni, radical chic, buonisti: così ci chiamano. Chiediamoci: chi?

La risposta ognuno la troverà nella sua onestà culturale, senza bisogno di disturbare la Madonna e i santi. Senza imbracciare il rosario come fosse un fucile.

Intanto io oggi alle 11 del mattino ho imbracciato l’arma più potente: la Carta costituzionale e ho sfoderato le cartucce degli articoli 33 e 21. Ho fatto lezione con tutto il materiale portato da casa. Ho esercitato la libertà di insegnamento assieme ai miei studenti e studentesse.

Ho seminato, ancora una volta. Giugno è alle porte e, si sa, è tempo di raccogliere.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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