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Libano, sfruttamento e violenze orribili contro chi svolge lavori domestici

Chissà se almeno questa domenica alle 250.000 persone migranti, per lo più donne, che svolgono lavori domestici in Libano, sarà concesso un giorno di riposo.

Un recente rapporto di Amnesty International ha descritto le violenze, lo sfruttamento, i lavori forzati e persino il traffico di esseri umani che colpiscono queste persone, intrappolate in abitazioni private che spesso si trasformano in prigioni, in cui sono trattate con agghiacciante disprezzo e crudeltà.

Le persone che svolgono lavori domestici nelle abitazioni libanesi provengono da paesi africani e asiatici tra i quali l’Etiopia (come raccontato nel film “Cafarnao”, ancora nelle sale), il Bangladesh, lo Sri Lanka, le Filippine e il Kenya.

Queste persone sono escluse dalla legislazione in materia di lavoro e sono invece soggette al sistema “kafala”, che vincola il loro status giuridico alla relazione contrattuale col datore di lavoro.

Ciò significa che un lavoratore o una lavoratrice migrante non può cambiare lavoro senza il permesso del datore di lavoro. Questa norma consente a datori di lavoro privi di scrupoli di costringere i lavoratori ad accettare condizioni lavorative equivalenti a sfruttamento.

Se un dipendente rifiuta tali condizioni e decide di abbandonare l’abitazione del datore di lavoro senza il consenso di quest’ultimo, rischia di perdere il permesso di soggiorno e di conseguenza il carcere e l’espulsione.

Le donne intervistate da Amnesty International hanno riferito di condizioni di lavoro equivalenti a sfruttamento: lunghi orari di lavoro, diniego del giorno di riposo, mancato pagamento dello stipendio o ampie trattenute su di esso, forti limitazioni alla libertà di muoversi e comunicare, privazione delle cure mediche, del cibo o di una forma di alloggio adeguata, violenze verbali e fisiche.

Il rapporto di Amnesty International denuncia otto casi di lavoro forzato ai danni di lavoratrici domestiche che non riuscivano ad abbandonare il loro impiego ed erano costrette a lavorare per paura di cosa sarebbe accaduto in caso di dimissioni.

Alcune di loro, dopo aver subito violenze, hanno chiesto ai datori di lavoro di poter tornare all’agenzia di collocamento o nel paese di origine ottenendo un rifiuto. Altre, quando hanno chiesto di poter lasciare l’abitazione, si sono sentite chiedere dai datori di lavoro il rimborso delle somme spese per il loro mantenimento.

In quattro di questi casi, Amnesty International ha riscontrato prove di traffico di esseri umani. Com’è accaduto a Banchi, una cittadina dell’Etiopia, è arrivata in Libano tramite un’agenzia di collocamento nel 2011. Il titolare dell’agenzia l’ha spostata da una casa all’altra e ha trattenuto il suo passaporto e il suo stipendio per mesi:

“Per sei mesi ho lavorato gratis. Il titolare dell’agenzia mi considerava un regalo: una volta per la famiglia della fidanzata del figlio, un’altra volta per sua figlia, un’altra volta ancora per la famiglia del fidanzato della figlia… come vivere in prigione”.

Nessuna delle donne intervistate da Amnesty International ha denunciato il suo datore di lavoro. Le stesse otto donne che erano state sottoposte a sfruttamento, lavoro forzato e traffico di esseri umani hanno ritenuto che il loro status giuridico precario impedisse loro di presentare un reclamo di fronte a un giudice e rendesse probabile l’arresto per una falsa accusa di furto (una situazione che le organizzazioni per i diritti umani sostengono si verifichi frequentemente) così come impossibile trovare un nuovo lavoro.

Il nuovo ministro del Lavoro Camille Abousleiman ha replicato positivamente al rapporto di Amnesty International rendendo noto che il suo ministero ha preparato una proposta di legge sulla protezione delle persone che svolgono lavori domestici, promettendo di attuare diverse raccomandazioni contenute nel rapporto e invitando Amnesty International a prendere parte a una “task-force” per rivedere il sistema “kafala”. Il ministro ha chiesto poi ad Amnesty International di “fornirgli una lista di violazioni dei diritti umani su cui agire immediatamente” e si è detto d’accordo sulla necessità di chiamare a rispondere del loro operato le agenzie di collocamento che violano i diritti dei lavoratori migranti.

Foto:Migrant workers carry banners as they call for fair working conditions for domestic workers duting ...

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