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di gianluca lunedì 4 ottobre 2010 - 0 commento oknotizie
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Ladri di mestiere. Prove di tolleranza in un bar di provincia

Lo fisso agitato, sperando che non interrompa la quiete del mio caffè quotidiano. Sto parlando di lui, l’italiano medio. È seduto al tavolo vicino, con indosso una Lacoste verde intolleranza, guarda inebetito, sul LCD del bar, un Tg di un canale nazionale. In onda c’è un servizio inquietante che urla allarmato di acciaierie dimenticate, di lavoratori in rivolta, ministri silenti, città perdute; snocciola numeri, ferisce gli animi con taglienti statistiche ed imbarazzanti rapporti.

Alla fine lo fa, si volta verso di me, unico altro avventore, e dopo avermi assicurato con serietà affettata che no, lui non è un razzista, finalmente me lo dice: < Colpa loro. Sono gli immigrati che ci rubano il lavoro >. Utilizza proprio quel verbo, rubare: sottrarre indebitamente qualcosa a qualcuno cui appartiene – presumibilmente appartenenza che nel nostro contesto dovrebbe derivare da un diritto per nascita. A questo punto vorrei fargli presente quello che persone più informate di noi, come gli economisti della Banca d’Italia, hanno riscontrato nelle loro ricerche: ovvero che quel che dice corrisponde ad una panzana.

Starei lì lì per porgli una semplice e sibillina domanda a conferma di quanto affermato dagli economisti: ”quante, tra le amiche di tua moglie, passano le proprie giornate a bussare di porta in porta per cercare un impiego come badante?” o magari “conosci qualcuno degli amici di tuo figlio che nelle lunghe pause universitarie, tra una lamentela per un esame non passato e uno sbuffo per un altro ancora da dare, si dichiari pronto ad abbandonare tutto per trascorre 16 ore al giorno alla guida di un Tir?”. Lascio perdere e decido di dar credito alla sua apodittica assunzione. Gli pongo però una questione che dà il via al dibattito. Se è vero che ci “rubano” alcune nostre occupazioni, ciò vuole dire che in Italia esiste un’offerta lavorativa pronta ad assumerli. < Ovvio>. Bene. Allora, se non vogliamo asserire che gli imprenditori e le famiglie nostrane abbiano una naturale preferenza antropologica per l’estraneo, dobbiamo andare a cercare i motivi di questa scelta in un altro elemento, facile facile da trovare. < E certo: li pagano di meno!>. Ottimo mio omologato amico!

Converrai con me, però, che nessuno si auto-decurta lo stipendio per masochismo. Evidentemente lo faranno per venire incontro ad un’offerta salariale al ribasso. <quindi?>. Quindi, forse sarebbe opportuno capire perché un imprenditore (o una famiglia italiana) deve mettere in moto questo gioco al ribasso. Le ipotesi, a guardar bene, sono solo due: o gli italiani, cosa non escludibile a priori, sono dei rapaci votati alla massimizzazione estrema del profitto sino ad abdicare il proprio patriottismo e la propria moralità per sotto-stipendiare dei disperati, oppure le condizioni economiche del nostro paese sono tali per cui riusciamo a rimanere competitivi (o meglio: a sopravvivere) solo abbassando gli stipendi sino ad un livello-soglia accettabile solo dalla popolazione immigrata. In questo secondo caso molta della responsabilità la possiede il governo (ma dato che si tratta di una situazione inveterata e di remota origine, direi i governi) che in questi decenni non ha fatto nulla per ridurre la vorace pressione fiscale divoratrice di redditi, ed è rimasto inerte ed immobile di fronte al declino economico che stava, e sta, vivendo il nostro paese.


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