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La morte di Che Guevara nei ricordi dei militanti. Un libro insolito

La casa editrice Nova Delphi ha aggiunto alla sua collana “Viento del Sur” un volume di interviste su Guevara fatte a 25 militanti internazionalisti o letterati o artisti che hanno avuto a che fare in qualche modo con il Che. Io e il Che, si chiama.

Ci sono soprattutto latinoamericani (anche se nessun cubano), a volte con incarichi importanti come David Choquehuanca, che è stato a lungo ministro degli Esteri della Bolivia con Evo Morales, e ora è segretario generale dell’ALBA, o come José “Pepe” Mujica, ex presidente dell’Uruguay. Ci sono guerriglieri che al momento della morte del Che stavano in un carcere peruviano (Hugo Blanco). C’è una dei pochi sopravvissuti della rete di sostegno alla guerriglia, Loyola Guzmán Lara, catturata a La Paz in settembre del 1967, che descrive le indicazioni date dal Che per la rete cittadina, che fu presto disarticolata dalla repressione e non ricostituita. Ma molti dei contributi sono di italiani, storici (tra cui spicca Aldo Garzia), letterati, perfino un matematico come Odifredi che testimonia dei risultati ottenuti dal Che con lo studio rigorosissimo che lo impegnò appena arrivato al potere.

Per gentile concessione dell’editore ho scelto un ampio stralcio dall’intervista finale di Raúl Zibechi, che comincia come altri a descrivere il proprio dolore di adolescente alla notizia della morte del grande rivoluzionario, ma poi parla di come il Che divenne riferimento per i Tupamaros (di cui egli fu da giovane un militante), e di come sia estraneo alla sinistra di oggi (liquidata con una frase durissima: “Non so nemmeno se il Che si definirebbe di sinistra oggi, se la sinistra è rappresentata da Lula, da Renzi”). E Zibechi frena gli entusiasmi sull’ex presidente dell’Uruguay degli intervistatori (che hanno curato anche un libro su Mujica, il “presidente impossibile”) ricordando diplomaticamente che “alla fine anche lui si è istituzionalizzato e porta avanti un tipo di politica tradizionale”.(a.m.)

 

“Ser como el Che” di Raul Zibechi (Montevideo)

Avevi 15 anni quando Ernesto Che Guevara è stato assassinato. Hai qualche ricordo particolare del giorno in cui hai appreso la notizia?

Frequentavo la scuola secondaria e ricordo i titoli dei giornali e le notizie alla televisione. Poi ovviamente mi è rimasta impressa la foto che fu mostrata, e che tutti conosciamo, quella del suo cadavere, con la bocca semiaperta e i capelli lunghi; l’immagine di un Cristo. E ricordo molto bene la sensazione di pena, di angoscia, di oppressione, direi quasi di sconfitta se non fosse un termine troppo ideologico. Sicuramente c’era la consapevolezza che se ne andava una persona molto importante e che se ne era andata combattendo, che era stata uccisa. E questo faceva male. Stavo vivendo la mia adolescenza in un momento di grandi trasformazioni e utopie e la morte del Che fu come piombare nella realtà, avere la consapevolezza che tutto ciò poteva accadere realmente. Fu davvero molto scioccante anche se io non avevo ancora perfezionato un mio impegno politico, cosa che avvenne appena più avanti, un paio di anni dopo. A quindici anni però ero nel pieno della mia ricerca, mi sentivo molto attratto dai movimenti più radicali di sinistra e stavo maturando delle scelte.

In quegli anni l’Uruguay era attraversato da grandi conflitti sociali. Il movimento dei Tupamaros, nel 1969 organizzò l’occupazione della città di Pando proprio come omaggio a Che Guevara.

Quando il Che fu ucciso, nel 1967, i Tupamaros ancora non avevano raggiunto il loro apice e compiuto le grandi azioni con cui si fecero conoscere e per le quali ancora li ricordiamo. Nel 1967 in Uruguay era molto forte il movimento operaio con mobilitazioni molto grandi, scioperi e manifestazioni; e poi di quegli anni ricordo la lotta dei grafici. Quella di Pando fu un’azione eclatante; era la prima volta che una guerriglia urbana occupava un’intera una città. L’azione finì male ma fu molto importante, soprattutto a livello di immaginario, perché era molto audace e ben pensata. La polizia uccise a sangue freddo tre guerriglieri che si erano arresi. L’opinione pubblica inorridì di fronte all’episodio, fu orribile.

Il Che era mito già da vivo: cosa è accaduto dopo la sua morte?

Dopo la sua morte il mito si amplificò e tra i militanti si diffuse una consegna: “Ser como el Che” (“Essere come il Che”). Voleva dire essere disposti a giocarsi la vita, a scommettere sulla rivoluzione. Con il tempo questa consegna si fece più chiara e brillante e si riferì in particolare all’etica del Che: una delle cose che quando eravamo ragazzi più ci meravigliava era che Ernesto Guevara, pur essendo ministro a Cuba, continuava a svolgere lavori manuali. Da questo punto di vista il Che era l’uomo dell’impegno etico, era l’etica della volontà. Poi c’era la sua austerità, il suo vivere non per accumulare ma per una causa e la difesa di questa causa portata fino alle estreme conseguenze, con il proprio corpo. Con gli anni questo vincolo etico si è fatto sempre più importante, tanto che oggi in America latina, durante i corsi che teniamo a esponenti dei movimenti sociali, parliamo di quattro correnti politico-culturali latinoamericane: le comunità di base legate alla teologia della liberazione, l’educazione popolare, i movimenti indigeni e le loro cosmovisioni e il guevarismo.

Che cosa è il guevarismo?

È l’impegno etico dei militanti con i settori popolari. È l’ispirazione basilare della militanza e dell’attivismo. Questo si vede chiaramente in Argentina, dove nei gruppi militanti, soprattutto quelli informali non legati a Ong o istituzioni, è praticato un attivismo basato su questo tipo di legame, un vincolo di tipo vocazionale che si mantiene malgrado i governi progressisti negli ultimi decenni abbiano cercato di istituzionalizzare la figura del militante. L’etica guevarista ha fondamenta molto profonde, è una guida per molti e molte, e continuerà a esserlo perché ha radici nel vecchio impegno degli anarchici, dei marxisti, dei cristiani.

Negli ultimi anni la figura di Pepe Mujica, soprattutto fuori dall’Uruguay, ha quasi assunto queste caratteristiche guevariane. Che ne pensi?

La figura di riferimento della sinistra uruguayana è sempre stata Raúl Sendic, almeno fino a quando Mujica non è arrivato alla presidenza della repubblica. Sendic era il Che, per il suo modo di stare in mezzo alle persone e per le sue scelte politiche e personali. Quando gli mancava un solo esame per laurearsi in Legge decise di trasferirsi nel Nord dell’Uruguay per lavorare con il sindacato rurale. Una volta lo stesso Mujica mi ha detto: “Sendic non era un uomo delle moltitudini, era un uomo per i piccoli fuochi, per una chiacchierata con un giro di mate”. Raul Sendic, come il Che, non ha mai voluto alcun privilegio, è sempre stato un uomo vicino alla base. Quando venne catturato e gli chiesero se era Sendic, se era il capo dei Tupamaros, mostrò le manette e rispose: “Sono solo un soldato”. Il suo funerale fu una delle manifestazioni più grandi che si siano mai svolte in Uruguay. Sendic incarnò sempre l’etica del Che, l’etica del servizio. Al contrario i Tupamaros non simpatizzarono mai con la Rivoluzione cubana che fu sposata in Uruguay dal Partito comunista. Sendic è sempre stato il nostro Che, fino a quando Mujica non è diventato famoso. Pepe conserva alcune delle caratteristiche che appartenevano al Che, come la semplicità nell’esprimersi e nel vestire e l’attaccamento alla terra, però alla fine anche lui si è istituzionalizzato e porta avanti un tipo di politica tradizionale.

[Qui ho omesso due paragrafi sul corpo del Che e sulla poesia di Guevara.]

Dove sarebbe Ernesto Che Guevara oggi?

In Rojava, tra i curdi; in Chiapas, con le comunità zapatiste; nella lotta di alcune comunità mapuche; nella fattoria senza padroni di Mondeggi, vicino Firenze, che ho visitato quando sono venuto in Italia. Sarebbe dove sono le persone che lottano, lontano dal potere e dalle istituzioni e vicino alla gente. Sarebbe dove si resiste e si creano cose nuove e dove si discute, permanentemente, su tutto. Immagino anche che a un certo punto avrebbe scoperto i popoli indigeni, le lotte femministe. Credo che avrebbe rispettato i diritti civili delle persone con differente orientamento sessuale, magari non sarebbe stato d’accordo ma avrebbe compreso. Molte cose sono cambiate da quando lui non c’è più ma il Che continua a essere nel grande dibattito sul potere, sullo stato, sul destino del nostro pianeta. Da quando lui non c’è più sono accadute delle cose incredibili, ad esempio che le Ong siano diventate degli apparati quando è chiaro che la militanza non può essere pagata. Il Che aveva un forte spirito critico, e soprattutto autocritico, che la sinistra ha perduto. Non so nemmeno se il Che si definirebbe di sinistra oggi, se la sinistra è rappresentata da Lula, da Renzi. Ma neanche questo è importante. Ciò che è importante è la sua presenza tra le persone che lottano.

E in che cosa può essere utile ricordarlo?

Il Che non è una linea politica ma impegno e volontà di trasformazione del pianeta Terra. È una guida etica per orientarsi in questa selva, una bussola, ma non una linea politica, non una organizzazione. Oggi ci serve su due terreni: quello dell’autocritica e quello della discussione permanente sulle nostre esperienze. Ad esempio il Che fu molto critico con la Rivoluzione russa, con il socialismo sovietico, perché lui era radicalmente antiburocratico. Nel panorama odierno il Che è quindi una fonte inesauribile perché rappresenta l’altra faccia della politica ed è la politica che oggi non si fa. Non era un politico professionista del potere, al contrario rifiutò il potere andandosene da Cuba. Era un disertore del potere.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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