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di David Incamicia (sito) mercoledì 21 settembre 2011 - 0 commento oknotizie
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La lunga marcia dei palestinesi verso l’indipendenza giunge alla tappa decisiva

Questa settimana l'Assemblea generale dell'ONU avrà addosso gli occhi di tutto il mondo, perché sarà chiamata ad esprimersi su una proposta che potrebbe segnare il cambio di rotta di decenni di negoziati di pace fra israeliani e palestinesi: il riconoscimento ufficiale e definitivo dello stato palestinese.

Oltre 120 nazioni di Medio Oriente, Africa, Asia e America Latina hanno già dato la loro adesione all'iniziativa, ma a pesare su un percorso storico che parte da lontano, segnato da anni di scontri sanguinosi, c'è il veto degli Stati Uniti non disposti a tradire le aspettative del "fratello minore" israeliano. Atteggiamento che ha indotto molti paesi europei, Italia inclusa, a tenere un profilo basso ed ambiguo.

I negoziati di pace imposti e guidati dagli stessi Stati Uniti, che vanno avanti ormai da decenni, non hanno mai prodotto risultati veramente apprezzabili. Con l'unica conseguenza pratica di incoraggiare Israele a ghettizzare il popolo palestinese, confiscandone le terre e soffocandone i sogni di indipendenza. L'occasione odierna, pertanto, potrebbe essere l'unica in grado di risolvere una volta per tutte il conflitto che infiamma il Medio Oriente e mina la stabilità dell'intero pianeta.

Una considerazione supportata dal dato che perfino la maggioranza della popolazione di ambedue le parti è d'accordo su un punto: il modo più efficace, l'ultima possibilità per raggiungere la pace è la creazione di due stati. E ciò a dispetto dei numerosi e reciproci episodi di violenza: dall'occupazione israeliana dei territori in Cisgiordania e dal blocco umanitario di Gaza, alle ritorsioni indiscriminate di Hamas.

Tuttavia, l'ostacolo più grande a questo processo è proprio l'atteggiamento ostruzionistico di Israele, che di abbandonare i territori occupati non ha alcuna intenzione nonostante i ripetuti appelli di ONU, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, pronti da tempo a sostenere uno stato indipendente palestinese. Anche lo stesso Obama ha chiesto a Israele di mettere fine all'espansione e di tornare ai confini del 1967, rinnovando gli accordi sugli scambi di terra. Ma il premier Netanyahu ha reagito furiosamente, bloccando sul nascere ogni possibilità di trattativa.

Tanto che alla vigilia di questa decisione epocale, che potrebbe determinare il passaggio da uno sterile processo di pace a un cammino di reale progresso e cooperazione, l'amministrazione americana si è premurata di definire l'iniziativa palestinese come "unilaterale e pericolosa", riguadagnando così la benevolenza dell'alleato israeliano.

Al di là dei posizionamenti tattici, il riconoscimento globale della Palestina isolerebbe gli estremisti e incoraggierebbe il crescente movimento trasversale nonviolento israelo-palestinese, altro fenomeno sorto sulla scia del vento di rinnovamento democratico che sta soffiando in quell'area del mondo. Inoltre, avrebbe l'importante effetto di salvare l'iter dei negoziati sugli insediamenti, consentendo ai palestinesi di accedere con piena dignità a tutte le istituzioni internazionali dove potrebbero finalmente gridare il proprio messaggio di libertà senza più doverlo delegare ad altri.


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