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  Home page > Attualità > Religione > La formalità non è essenziale nella legge come in religione
di Nereo (sito) giovedì 11 marzo 2010 - 0 commento oknotizie
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La formalità non è essenziale nella legge come in religione

Nelle leggi "vi sono formalità essenziali e formalità non essenziali". Questa è una recente affermazione di Valerio Onida, ex presidente della corte costituzionale (cfr. La7, "Otto e mezzo" del 3 marzo 2010). Ed è ciò che a suo tempo Gesù di Nazaret con parole molto più semplici esprimeva a proposito del sabato per l’uomo e non viceversa.

La formalità non è essenziale nella legge come in religione

Senza questo presupposto il sistema diventa quello del chiudere un occhio, oppure della corruzione, dato che ogni legge, come ogni cosa del mondo, va interpretata se la si vuole comprendere e rispettare. Ecco perché poi occorrono tautologici “decreti interpretativi” della legge!
 
Anche al tempo di Gesù vi era la mera coercizione legale alla quale egli appunto si opponeva dichiarandosi inadempiente ad essa e incitando tutti ad esserlo: il sabato (il sabato era la legge) è per l’uomo! In tal senso quindi Gesù parlava di epicheia (o “epikeia”, che in greco significa “equità”), concetto che troviamo nel diritto canonico ma non nel diritto civile e penale. Questo è a mio parere il vulnus principale del nostro sistema giuridico, che genera mancanza di buon senso nell’applicazione e nel rispetto delle leggi. Questa mancanza deriva a sua volta da ideologie governanti a turno secondo unilateralismo e/o meccanizzazione dello spirito.
 
Le cosiddette regole, a cui si inneggia in continuazione, “fanno parte degli aspetti superiori (guida) del collettivo, ma essendo ormai estrapolate dal cervello individuale, non ne hanno più l’elasticità e l’adattabilità. Si tenta di ritrovarle, nel caso delle leggi con l’interpretazione di esse da parte dei giudici, ma i giudici sono forzatamente distanziati dalla sostanza delle leggi, essendo queste un prodotto non del loro pensiero ma del pensiero altrui, e perciò relativamente immodificabili. [Il collettivo infatti] non può essere fatto dagli aspetti superiori del cervello umano in quanto questi, essendo altamente evoluti e differenziati sono scarsamente riducibili ad entità primitive ed aggruppabili. È fatto dagli aspetti inferiori, e quindi più vicini alle reazioni primitive […] i vari individui, quando aderiscono ad un collettivo sono sempre dei primitivi retti da poteri superiori che spesso non capiscono” (I. Majore, “Morte, vita e malattia. Introduzione all’analisi mentale, Roma, 1998).
 
In base a queste riflessioni, il collettivo, cioè il popolo, risulta essere "bue" non per incapacità degli individui, ma per loro necessità evolutiva. L’individuo non va infatti confuso col gregario o con l’esemplare della specie animale uomo.
 
Perché l’individuo è tale solo se si libera dai condizionamenti della specie stessa (o gruppo di gregari). L’istanza è allora quella di aprirsi ad una visione non egoistica (o ideologica) ma etica dell’individualismo, così come fu intuita e scientificamente studiata dal fondatore della scienza dello spirito Rudolf Steiner (R. Steiner, "La filosofia della libertà", o "Scienza della libertà").
 
Altra considerazione da fare a proposito della mancanza di epicheia nella nostra concezione romana del diritto, ancora mitologicamente basata su fratricidio e rapina (Romolo che ammazza Remo e ratto o sequestro dello Sabine) riguarda l’indottrinamento a catechismi umilianti ed antiumani (vedi, ad es. la legalità in ogni sistema totalitario, tanto nazista quanto comunista). Infatti, a ben guardare, l’istituzione della follia incomincia con la scuola dell’obbligo e con la televisione, vere e proprie catechesi occulte.

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di Nereo (sito) giovedì 11 marzo 2010 - 0 commento oknotizie
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