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La felicità dipende dal Pil?

L'Italia è il primo Paese che, collegando gli indicatori di benessere equo e sostenibile alla pro-grammazione economica e di bilancio, attribuisce a essi un ruolo nell'attuazione e nel monitoraggio delle politiche pubbliche. Eppure non sembra che gli italiani siano tra i più felici cittadini al mondo. Uno studio dell'Ufficio di Valutazione del Senato. 

 

Dice Eric Fromm Il Ben-Essere è il risultato della realizzazione di quei bisogni che conducono allo sviluppo della persona” (E. Fromm, 1931)

Città cresciute in modo veloce e disordinato. Il rapporto Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, del 2015 sulla “Qualità dell’ambiente urbano” evidenzia le alte percentuali di suolo urbanizzato nei capoluoghi di provincia.

 Sono diverse le città con grandi percentuali di dispersione urbana, in particolare Napoli e Milano che toccano punte del 60%. Superano il 40% anche Bergamo, Brescia, Monza e Padova e anche tra alcune città del sud la percentuale è alta con Bari e Palermo che si attestano intorno al 40%, mentre nei comuni vicini le percentuali scendono al 30%.

Altro dato preso è l’estensione territoriale dei comuni; tra le città più ampie i valori assoluti più alti si riscontrano a Roma con oltre 33.000 ettari ormai persi e Milano con 11.000 ettari.

Quanto ci fa felici questo sistema cittadino, come incide sulla nostra salute e qualità di vita?

Soddisfazione, beatitudine, sviluppo umano, qualità della vita, libertà di essere e di fare, autorealizzazione, utilità, piacere: da tempo è in corso, a livello internazionale, un dibattito sul superamento del PIL come unico indicatore del benessere. I parametri sui quali valutare il progresso di una società non possono essere esclusivamente di carattere economico, come dimostrano le classifiche del PIL pro capite della Banca Mondiale: nel 2017 l'Italia rientrava nel 16% dei paesi più ricchi, ma era solo al 48° posto (su 155) secondo il World Happiness Report per percezione della soddisfazione. A parità di PIL, insomma, rispetto ad altri paesi all'Italia mancano alcuni "fattori di felicità".

Ma che rapporto c'è tra PIL e felicità? E come si misura il benessere dei cittadini? A livello internazionale sono stati sviluppati gli SDG (Sustainable Development Goals), un set di indicatori per andare "oltre il PIL".

Nella convinzione comune meno si ha e più si è felici, questo è vero nella misura in cui il meno si ha vuole significare meno problemi, certamente non può essere comprensivo del concetto che l'essere umano ha necessità di benessere fisico e mentale e che ciò dipendente da una serie di vantaggi e servizi da acquisire

La città è il luogo dove i problemi della vivibilità quotidiana ma anche la loro soluzione trovano la massima espressione. L’anonimato, la povertà, l’inquinamento, il traffico, la criminalità, ma anche i servizi, le opportunità di lavoro, di cura assumono connotati reali o percepiti più espliciti proprio nei contesti urbani. Questo aspetto ha portato spesso gli studiosi, inoltre, a chiedersi se esiste una numerosità ottimale della popolazione; una soglia oltre la quale i problemi sono maggiori dei vantaggi.

La cosiddetta teoria dell’optimal urban size vede in linea di principio nelle città medie verificarsi le situazioni più positive in termini di numero sufficiente di benefici (amenities, presenza di servizi, controllo sociale, etc.) e, contemporaneamente, di costi ridotti addebitabili alla scarsa concentrazione di popolazione (inquinamento, costo della vita, etc.)

OLTRE IL PIL

Nel World Happiness Report 2017 l’Italia risultava subito dietro l’Uzbekistan e l’Ecuador e molto più indietro di tutti i principali paesi europei e appena davanti all’Algeria ma rientrava nel 31% dei paesi più felici al mondo.

Nelle classifiche del PIL pro capite della Banca Mondiale, sempre nel 2017, l’Italia risulta al 30° posto su 187 paesi considerati, cioè nel 16% dei paesi più prosperi.

Ciò indica che a parità di PIL, altri fattori "di felicità" mancano in Italia più che altrove. Due variabili soprattutto incidono negativamente: la scarsa "libertà di fare scelte di vita" e la "percezione della corruzione". Sono variabili che potrebbero indicare un eccessivo grado di autoritarismo, formalismo, una scarsa trasparenza dei meccanismi di selezione e una scarsa efficienza nell’allocazione del fattore lavoro.

 

Questo articolo è stato pubblicato qui

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