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 Home page > Attualità > Politica > La Sentenza della Lega e l’autunno che viene

La Sentenza della Lega e l’autunno che viene

Riprendiamo con qualche considerazione su quel che ci aspetta ne prossimi due o tre mesi. La prima scadenza è molto vicina: oggi (salvo rinvii), quando si deciderà sui 49 milioni che la Lega deve allo Stato.

Se la decisione dovesse essere sfavorevole, a Salvini resterebbero due strade: o trovare in qualche modo quei soldi (magari rateizzando con lo Stato quella cifra) o tentare di resistere magari cambiando il nome del partito (ed anche qui i risultati della scopertissima manovra non sarebbero così scontati come si dice). In tutti due i casi, la cosa avrebbe costi elettorali. Nel primo perché, dopo essersi dissanguati per pagare anche solo una rata del debito, dovrebbero poi trovare i soldi per la campagna elettorale delle europee (e forse per le politiche) e per tirare avanti. Nel secondo caso, oltre che rischiare una denuncia per truffa ai danni dello Stato, si porrebbe il problema di far conoscere tempestivamente il nuovo nome agli elettori (in questi casi c’è sempre una quota di elettori che va persa) e, peggio ancora se occorrerà cambiare anche il simbolo; senza contare il rischio di qualche lista dissidente che si presenti con un nome ed un simbolo simile che, quantomeno, contribuirebbe a disorientare gli elettori. In altri tempi si risolverebbe tutto con una qualche leggina di finanziamento pubblico dei partiti o con un paio di succosi appalti, ma sono tempi difficili per questo tipo di manovre con elevato rischio di potenti figuracce.

Per cui, se la sentenza dovesse essere sfavorevole alla Lega questo potrebbe costituire una remora per elezioni anticipare (non risolutiva, ma comunque da considerare), ma se dovesse essere favorevole sarebbe tutto gas per la corsa verso le urne, perché la Lega si presenterebbe come vittoriosa su una odiosa manovra per colpirla.

Comunque, l’opzione elettorale resta sul tappeto. Salvini ha il vento in poppa dei sondaggi, ma probabilmente sa di non poterci fare affidamento a lungo: la solfa degli immigrati fatalmente renderà sempre meno, sia perché con la fine dell’estate calano gli sbarchi, sia perché la scena presto sarà presa dai temi economici dove c’è molto meno da scialare. Poi, adesso 5stelle e Lega hanno a che fare con Pd e Forza Italia che sono cavalli azzoppati (ed azzoppati a tre zampe su quattro) , ma con il tempo che passa il quadro dell’offerta politica può cambiare e le cose potrebbero diventare meno favorevoli, mentre oggi l’opzione su tutto il centro destra sarebbe una strada in discesa. In discesa ma solo a condizione di una crisi di governo perché, appunto, se vuole recuperare il rapporto con il Cavaliere non può farlo con il governo giallo-verde (ma io direi giallo-nero).

Questo lo ha fiutato anche Di Maio che, senza essere una volpe, però certe cose le capisce e sa di dover passare al contrattacco. Ed ha già iniziato: dire che il reddito di cittadinanza viene prima della flat tax (e senza averne parlato prima con il suo ingombrante alleato) equivale ad una dichiarazione di guerra. Salvini non può presentarsi all’elettorato del nord per dire che le tasse non diminuiscono (come promesso) perché bisogna dare i soldi ai "terroni". Figuriamoci, gli fanno la pelle! E dunque sicuramente farà fuoco e fiamme per dire tutto o niente: reddito e flat tax insieme o niente. E la cosa si complica per le resistenze del ministro Tria che fa diretto riferimento al Quirinale e si appella a Conte nella speranza che induca Di Maio a più miti consigli.

Ma il Cavour di Pomigliano d’Arco non può fare marcia indietro anche perché inizia ad avere problemi interni e se alle europee dovesse prendere un bagno, i vari Fico, Di Battista, Taverna, Morra, eccetera se lo fanno allo spiedo. E questo rilancio improvviso del tema del reddito di cittadinanza (che si faccia o no) può andar bene come avvio di campagna elettorale. E non siamo ancora né alla legge finanziaria né al vero urto dell’economia (ma della tempesta perfetta che si sta preparano diremo prossimamente).

La verità è che questo tripartito Lega-5stelle-Quirinale non ha ragione politica di esistere. Il vero cemento fra Lega e 5 stelle è stata solo la tornata di nomine da fare (che sono nomine prevalentemente a tempo determinato, per cui restano anche se il governo cambia) e che si è risolta con una spartizione da manuale Cencelli (il Quirinale poi si è aggregato con Tria e Moavero per evitare troppi guasti con la Ue). Ora le nomine –salvo qualche casella ancora da riempire- sono fatte per cui non c’è più un particolare motivo per andare avanti e quindi le scintille interne alla maggioranza aumenteranno di giorno in giorno. Con due prospettive diverse: Salvini pensa a recuperare Fi e Fratelli d’Italia ed andare alle urne, al massimo insieme alle europee, ma probabilmente prima, Di Maio, invece non vuole le elezioni e pensa piuttosto ad un cambio di maggioranza, imbarcando il Pd (magari con una astensione o un appoggio esterno) forse con un aiutino del Colle. Poi vedremo come va, per ora questo è il gioco al nastro di partenza.

Questo articolo è stato pubblicato qui

Commenti all'articolo

  • Di paolo (---.---.---.49) 5 settembre 09:05
    Il M5S che " imbarca il PD con l’aiutino del Colle " ha una probabilità di realizzarsi asintoticamente tendente a zero.
    A tenere uniti Lega e M5S, a discapito di tutto, c’è il potente collante PD + F.I. Almeno fino a quando il PD non si sarà totalmente derenzizzato e F.I. si sarà definitivamente estinta . Come tempi prevedo non prima di metà legislatura.

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