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La Cannabis come fenomeno culturale

Nell'intervento pubblicato in precedenza introdussi la tesi dell'appartenenza a pieno titolo della Cannabis alla sfera culturale contemporanea, quale segmento dinamico di rottura dei canoni postbellici avente pieno titolo in quanto rappresentante di valori universali condivisibili. 

La determinazione della funzione terapeutica della Cannabis, ovverosia l'oggetto sul quale si è sviluppato prevalentemente il dibattito per la spinta alla legalizzazione, è il risultato più eclatante dei decenni del uso “ricreativo”, della più comunemente chiamata Maryhuana, al quale uso, nel mondo occidentale, si sono dedicate decine di migliaia di esseri umani, ognuno per le più svariate ragioni personali. La ricerca medica e scientifica poi, basandosi sui riscontri empirici del benessere psicofisico rilevato nei soggetti consumatori, ha approfondito gli studi a livello fisiologico arrivando a scoperte di portata tale da far considerare questa pianta utile a alleviare o risolvere un gran numero di problemi legati alla salute dell'individuo, numero che aumenta via via che le ricerche si sviluppano in ogni direzione medica.

La Cannabis terapeutica è dunque il frutto di un fenomeno culturale spontaneo che ha invaso l'occidente cristiano, in via di globalizzazione, a partire dagli anni '60 e si è consolidato in un numero molto elevato di persone di ogni età, sesso e estrazione sociale ed è rappresentato dagli attuali consumatori e dai piccoli coltivatori, e da tutte le persone loro intorno che riscuotono affetto e stima nella vita di tutti i giorni.

Nell'intervento pubblicato in precedenza introdussi la tesi dell'appartenenza a pieno titolo della Cannabis alla sfera culturale contemporanea, quale segmento dinamico di rottura dei canoni postbellici avente pieno titolo in quanto rappresentante di valori universali condivisibili.

Nell'arte in generale più che altrove si è manifestato questo fenomeno, mentre nel sociale dava vita ad un approccio critico nei confronti degli attuali modelli di sviluppo, dell'interventismo armato, delle politiche del lavoro e dell'impatto consumistico sulla natura. Allo strazio del Vietnam si deve attribuire molta parte di questo processo, partito dagli USA, transitato in Inghilterra e dal Regno Unito penetrato poi in ogni paese libero europeo, scintillante fino alla fine del millennio per quattro decenni e ancora ben vivo oggi e sorprendentemente massificato, a leggere le statistiche di consumo di riferimento. Ma ben più massificati sono gli effetti che si è portato dietro questo fenomeno, per il quale si professava (e si professa a tutt'oggi) un maggior rispetto -tra le altre cose- per la salute, per la ruralità come soluzione esistenziale e per un risanamento del mondo agricolo con le coltivazioni biologiche, per l'importanza della qualità del cibo e per le sofferenze del mondo animale e vegetale, per la sobrietà di una vita sana a contatto con la natura e per una spiritualità meno clericale e più universale... Insomma tutta una serie di valori, culturali in quanto nuova espressione di massa, qualificanti per le società interessate. Ma invero boicottati, assurdamente vincolati, spesso, come nel caso della Cannabis, criminalizzati.

Per adesso sarebbe sufficiente che si cominciasse a guardare al fenomeno anche ricordando le sue valenze culturali, testimoniate largamente nella cinematografia internazionale, nella musica colta e nella saggistica sull'argomento, oltre che in certa letteratura sopra le righe, nell'arco dell'ultimo mezzo secolo, per considerare con più attenzione prima l'aspetto definito “ricreativo” nella sua portata di coadiuvante o nella regolazione e nel bilanciamento delle fasi cerebrali o nelle situazioni postraumatiche dovute a gravi o croniche patologie, o anche nelle mai banali convalescenze post tumorali, semplicemente considerando l'etimo che descrive lo status: <ricreare> ovvero riportare in vita un organismo in via di spegnimento.

Il “ricreare” attribuito alla Cannabis ci consta essere quell'effetto psichedelico di stimolazione neuronale e cerebrale che si verifica quando la percezione è collegata all'introspezione, che ne verifica l'alterazione in rapporto ai propri sensi e al proprio organismo consentendo un set up del proprio comportamento di fronte agli eventi vissuti, per determinarne a posteriori la qualità e dunque la valenza in positivo sul proprio status psicofisico, ovvero il benessere ricercato e intransigentemente personale. I malesseri, innocui ma non certo meno orribili, che alcune volte colpiscono molti assuntori di erba “in erba” sembrano dovuti alla consapevolezza dell'errore nel comportamento pregresso; a quel punto si può scappare dalla maryhuana cercando un altro modo meno efficace per risolvere i problemi di coerenza con sé stessi oppure continuare l'esperienza e raggiungere l'equilibrio; poi mantenerlo è la cosa giusta, quella considerata illegale. Quella per la quale si deve esercitare la disobbedienza civile coltivandosi la propria erba. Quella per la quale si diventa un obbiettore di coscienza.

La sintesi di tutto ciò sta nel fatto che qualsiasi sia il tuo stato, che tu sia malato grave o meno grave o perfettamente sano, la Maryhuana è terapeutica anche se l'assumi a scopo “ricreativo”. E' per questo che deve essere legalizzata ad ampio raggio, e se una misura legislativa che tenga conto di queste valenze, e che possa contribuire a far cessare la “pulizia etnica” ai danni di chi ha un progetto esistenziale basato su valori che crede più congrui alla serietà della vita umana, per far cessare le continue persecuzioni poliziesche ai danni di questo target socialmente innocuo, fatto passare strumentalmente per criminale aggrappandosi a fatti isolati e fuori contesto, sostenendo questa visuale imposta con una propaganda indegna da parte di molta parte della stampa e contribuendo a inasprire gli animi dei più sensibili e volitivi interpreti di questa cultura ormai globale, non viene varata, allora si potrà solo continuare a seminare, a essere arrestati o terrorizzati, ma poi subito a riseminare e diffondere.

Siamo cittadini orientati culturalmente verso un piano diverso da quello che tenta di imporre l'attuale orientamento politico, mirante alla sottocultura dominatrice delle masse, di ispirazione d'alessiana, con la “ridancianità” petulante e demenziale di idioti televisivi a basso indice di popolarità, con le creste di manipoli di ginnasti esotici e con i quattromila circa volti della ribalta mediatica. Ovvero la realtà fasulla costruita dal mainstream.

 

Foto. Martijn/Flickr

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