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L’arte del compromesso e l’alba del bipolarismo: quale futuro per il M5S?

Nei giorni in cui si lavora alla composizione del governo Conte bis appoggiato dalla vacillante coalizione giallo-rossa tra M5S e PD, sembra lecito porsi una domanda: qual è l’identità di un movimento che in poche ore passa dall’accordo con la Lega al Partito Democratico?

Agosto volge al termine, e insieme alle vacanze – ahimè - si porta via la crisi che ha scombussolato la politica italiana durante le settimane più calde dell’anno, decretando irrimediabilmente la fine della coalizione giallo-verde alla guida del Paese. Il primo governo della XVIII Legislatura si è quindi sciolto, ed un altro è in fase di composizione proprio in queste ore. I contraenti sono ancora una volta due, M5S e PD, rispettivamente primo e secondo partito italiano, stando alle ultime elezioni politiche del 4 marzo 2018. L’ipotesi di governo giallo-rosso, già bocciata dal PD lo scorso anno durante le lunghe trattative che dopo ben ottantanove giorni hanno portato alla formazione del governo tra M5S e Lega, è tornata in ballo. Uscita dall’ingresso principale delle segreterie dei due partiti a suon di insulti ed iperboliche diffamazioni, l’idea di un accordo è stata rapidamente rivalutata e sottoposta ufficialmente all’attenzione del capo dello Stato durante le consultazioni che hanno avuto luogo al Quirinale negli scorsi giorni.

Il ricorso al compromesso

Come ben sappiamo “la politica è l’arte del possibile”, dove l’ideologia – o per meglio dire ciò che oggi ne resta – dovrebbe assumere il ruolo di spinta propulsiva nelle decisioni e nell’operato di un partito, ma quel che davvero ha il potere di muovere l’inamovibile e di unire ciò che apparentemente risulta privo di qualsivoglia legame è l’arte del compromesso. La storia italiana del recente passato pullula di esperimenti di ingegneria politica più o meno riusciti che hanno visto mettere d’accordo comunisti e democristiani, socialisti e liberali, secessionisti e nazionalisti, per arrivare ad oggi, dove sulle spoglie del governo giallo-verde se ne modella uno nuovo tra grillini e democratici.

La parabola pentastellata ed il ruolo del PD

La crisi agostana ha messo in discussione quel che restava delle assai ridotte certezze degli elettori. Solo poche settimane fa chi avrebbe scommesso su un ribaltone ai danni della Lega che potesse disarcionare il fiero ed osannato “Capitano” Matteo Salvini? E ancora, chi avrebbe ipotizzato un’alleanza tra due forze politiche così antitetiche come il PD e il M5S dopo anni di strenua contrapposizione? Basti pensare che il movimento di Grillo, meno di dieci anni fa, pose le basi per la sua nascita proprio sulla lotta a colpi di onestà contro quel sistema partitico saturo di scandali e clientelismo che aveva infangato volti e simboli della politica del tempo. Il 25% degli italiani diede fiducia al M5S nelle elezioni politiche del 2013, quando per la prima volta in Italia si profilò uno scenario tripolare, che vedeva da una parte gli alfieri del passato bipolarismo PD e PDL e nel lato opposto della barricata il ruggente movimento dei “cittadini” pronti ad “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno”. Col passare del tempo, tuttavia, l’anima movimentista e antisistema che ha guidato l’azione dei 5 stelle durante gli anni dell’opposizione ai governi di centro-destra e centro-sinistra si è fatta sempre più flebile, e non sono mancati i tentativi di istituzionalizzare l’apparato pentastellato investendo su volti più rassicuranti, come Luigi Di Maio, non a caso nominato capo politico del Movimento. Sebbene le elezioni politiche del 2018 abbiano premiato i 5 stelle con più del 32% dei consensi, l’esperienza di governo in coalizione con la Lega si è dimostrata tutt’altro che soddisfacente, avendo quest’ultima fagocitato il Movimento, costretto a cedere su una serie di provvedimenti cardini del proprio programma elettorale. I grillini hanno dovuto contendersi il palcoscenico con un politico navigato ed esperto come Salvini, segretario del partito italiano più longevo dell’emiciclo, e per questo ben strutturato e capillarmente radicato nei territori.

Le elezioni europee di tre mesi fa hanno ribaltato i risultati delle politiche dell’anno precedente, facendo volare la Lega al 34% dei consensi, e relegando il M5S ad un assai deludente 17% (quasi 5 milioni di voti persi), venendo superato persino dal fiacco Partito Democratico che ha raggiunto il 23%. Quel risultato ha rimesso in discussione gli equilibri del governo giallo-verde, ridimensionando il potere contrattuale dei Movimento, che tuttavia è riuscito a superare indenne l’abbandono da parte di Salvini ricorrendo ancora una volta al vituperato compromesso, accettando la proposta del PD – o per meglio dire del suo ex segretario – di impegnarsi a formare una nuova maggioranza di governo.

Il M5S dunque è riuscito nel compimento del doppio salto mortale che lo ha visto tramutare da onesto stendardo antisistema a ordinato e ubbidiente socio subalterno in un governo di destra, per poi saltare da quest’ultimo alla nascente compagine di centro-sinistra, il tutto nel giro di poche settimane. Se dunque era stato difficile per il popolo grillino ingoiare il rospo dell’alleanza con Salvini, ora i dirigenti pentastellati si trovano di fronte all’oneroso compito di spiegare a militanti ed elettori il motivo della recente sterzata a sinistra tra le grinfie del “partito di Bibbiano” – come si ostinavano ad appellarlo fino ad una manciata di giorni fa -. La verginità politica del M5S è stata compromessa irreversibilmente. Un ragionamento pressoché analogo può essere esteso anche al PD, che nell’arco di pochi giorni ha archiviato anni di discussioni interne regolarmente volte al netto contrasto dell’azione del Movimento, giungendo alla conclusione che fosse opportuno aprire la strada ad una coalizione di governo giallo-rossa.

Cenni di bipolarismo

L’Italia repubblicana è storicamente abituata al repentino succedersi di governi e governicchi, basti pensare che in 73 anni se ne sono formati e sciolti ben 65, con una durata media di circa tredici mesi l’uno. Tuttavia i recenti accaduti politici sembrerebbero delineare un nuovo assetto bipolare, che vede da un lato una destra forte e coesa – almeno a livello locale – e dall’altro un corpaccione non ben definito che pare aver trovato l’intesa nella coalizione di governo tra PD, M5S e Leu. Già si pensa di estendere la neonata alleanza anche alle prossime elezioni regionali e locali, proprio per tentare di contrastare la galoppata del centro-destra, che nell’ultimo anno ha vinto ogni sorta di competizione elettorale. A questo punto sorge spontanea una domanda: in un contesto di richiamo al bipolarismo, dove prevale la tradizionale contrapposizione dicotomica tra destra e sinistra, quale identità e quale funzione potrà assumere il M5S, visto che nello stesso mese ha dato prova di trovarsi a proprio agio tanto al banco della Lega quanto a quello del PD? La crisi d’agosto si chiude danneggiando i maggiori partiti del panorama nazionale ed i loro leader, e peraltro rischia di dimostrare ancora una volta che “il miglior sedativo per placare le smanie rivoluzionarie è una comoda poltrona ministeriale”.

Foto: IJF/Flickr

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