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L’Ecuador dà asilo politico a Julian Assange ma censura i media

Martedì Julian Assange, fondatore di Wikileaksè entrato nell’ambasciata ecuadoriana di Londra e ha formalmente chiesto asilo politico a Quito. Si tratta di una mossa a sorpresa – per alcuni piuttosto disperata – per cercare di evitare l’estradizione in Svezia che oramai pare scontata, dopo che lo scorso 30 maggio la Corte Suprema britannica ha respinto il suo ricorso.

Già nel 2010, dopo lo scoppio della bomba Wikileaks, il ministro degli Esteri ecuadoriano aveva offerto un permesso di soggiorno ad Assange, ma la sua mossa era stata bloccata dal presidente Correa. Proprio Correa, tra l’altro, è stato intervistato lo scorso maggio da Assange per The World Tomorrow, il programma che conduce sul canale Russia Today. Nella circostanza, Assange aveva definito Correa “un populista di sinistra che ha cambiato l’Ecuador”.

Per un riassunto della vicenda Assange e dei suoi legami con l'Ecuador, si veda questa analisi di Pepe Escobar sull'Asia Times (tradotta qui), dove si legge:

I grandi gruppi dei media statunitensi stanno già conducendo una campagna denigratoria anti-Ecuador. Il paese viene deriso perché “solo uno su tre abitanti hanno accesso al web”. Correa viene duramente descritto come un mostro peggio di Hugo Chavez, con una reputazione da “sfrontato provocatore nei rapporti tra i paesi in via di sviluppo dell’America Latina e gli Stati Uniti”.

Eppure tali campagne cosiddette "denigratorie" non sono del tutto campate in aria. Certamente Correa non può definirsi un dittatore, sia chiaro, ma le violazioni alla libertà d'espressione perpetrate sotto la sua presidenza sono ampiamente documentate.

Per cominciare, si veda questo post su Journalism in America's Blog, corredato da numerose fonti. In questo lungo rapporto di CPJ (Committee to Protect Journalists) si denuncia come l'amministrazione Correa abbia fatto precipitare l'Ecuador in una nuova era di silenzio e repressione, attraverso una serie di misure legali restrittive tesa ad ostacolare l'attività dei media indipendenti. Concetto ribadito anche da Freedom House. L'ultima puntata di Listening Post - "The propaganda behind Obama's drone war" -, trasmessa oggi, tra le altre cose ricorda che le autorità delle telecomunicazioni ecuadoriane hanno decretato la chiusura di sei stazioni radio e due emittenti tv in appena un paio di settimane. Ci sono poi i risarcimenti nelle cause per diffamazione intentate contro alcuni quotidiani nazionali, tra cui quello da 42 milioni di dollari contro El Universo. Si veda anche cosa scrive Examiner. Infine c'è il blog di Maurizio Campisi, che cita Human Rights Watch.

Non vi è dubbio che Correa abbia promosso una politica di riforme volte a traghettare l'Ecuador nella modernità. Tuttavia, come notava GlobalProject già nel 2009, parlando delle rivolte popolari in seguito alla legge sull'acqua:

La rivoluzione cittadina che guida Correa è un processo pieno di contraddizioni. La Costituzione dell'Ecuador, approvata il 28 settembre di 2008 dal 64% degli ecuadoriani, è una delle più avanzate del mondo in materia di ecosistema, al punto che riconosce che la natura è un soggetto di diritti. La natura o Pacha Mama, dove si riproduce e realizza la vita, ha diritto che si rispetti integralmente la sua esistenza ed il mantenimento e rigenerazione dei suoi cicli vitali, struttura, funzioni e processi evolutivi, dice l'articolo 71.

Tuttavia, il governo ha emesso un insieme di leggi che vulnerano lo spirito e la lettera della nuova Costituzione, in particolare la legge del settore minerario, quella della sovranità alimentare e quella dell'acqua. Ognuna è stata respinta dai movimenti promuovendo mobilitazioni.
...


Correa ha intrappreso l'attività politica nel 2005 ed è arrivato al governo, vincendo le elezioni del 2006, grazie a quasi due decadi di lotte sociali antineoliberali. Tuttavia [...] il suo personalismo gli impedisce di comprendere che lui è lì, nella presidenza, grazie a tutto lo sforzo realizzato dalla società ecuadoriana.
...
il chiamato socialismo del secolo XXI non può permettersi la repressione agli stessi settori che hanno formato una relazione fra forze dalle quali è sorta una Costituzione come quella promulgata nel 2008. Non si tratta che il regime di Correa abbia vocazione repressiva, oltre i germogli autoritari del presidente.
La questione è il modello di sviluppo: fino ad ora è stato il petrolio; d'ora in poi il settore minerario. Sia quello che sia il socialismo di Correa, la repressione è l'altra faccia del disegno estrattivo.

Le proteste degli indios contro l'amministrazione Correa, come si legge in un recente rapporto di Amnesty Internationalproseguono ancora oggi. Pertanto, il presidente ecuadoriano non è esattamente quel difensore della libertà di pensiero che la protezione offerta ad Assange potrebbe far sembrare.

Questo articolo è stato pubblicato qui


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Commenti all'articolo

  • Di Damiano Mazzotti (---.---.---.160) 25 giugno 2012 12:56
    Damiano Mazzotti

    L’Ecuador viene deriso dai "media" perchè ha dichiarato illegale gran parte del debito di stato contratto da una classe politica corrotta. Cosa che dovrebbe fare anche la Grecia.

    Un team di avvocati governativi ha lavorato molto bene è ha ottenuto la marcia indietro dei rappresentanti degli Stati Uniti che avevano organizzato una porcata coi fiocchi: potete cercare "Ecuador dichiara illegale il suo debito estero" su www.youtube.com.

  • Di (---.---.---.62) 25 giugno 2012 19:41

    L’ Ecuador ha scelto la soluzione giusta per Assange concedendogli l’asilo politico.

    Se dovesse essere estradato in Svezia certamente sarebbe condannato a priscindere da prove o evidenze del caso, e’ noto lo sciovinismo svedese, che in questo caso e’ particolarmente sentito "una svedese che accusa uno straniero" non puo’ che avere ragione la svedese come il 100% di casi simili per processi celebrati in Svezia.
    La giusta soluzione dovrebbe essere che il processo fosse in una corte di giustizia inglese, dove la Svezia rappresenterebbere il PM, ma davanti a giudici e giuria di nazionalita’ inglese.

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