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Khashoggi: l’omicidio scomodo e gli irrinunciabili interessi con i sauditi

Il barbaro assassinio del giornalista Jamal Kashoggi, compiuto ad Istanbul lo scorso 2 ottobre nel consolato dell’Arabia Saudita, non ha di certo lasciato indifferenti tutti coloro i quali si occupano di cronaca internazionale. Non solo per l’efferatezza con cui è stato eseguito l’omicidio (corpo letteralmente fatto a pezzi).Ma anche perché, per il giudizio di molti, è stato ucciso il classico “giornalista scomodo”, eliminato a causa dei suoi scritti, dove denunciava gli scandali che avvolgono, non da poco tempo, la casa reale saudita. Non erano neanche mancate, come è fisiologico che sia, delle critiche a Kashoggi ed ai sui articoli, firmati per il Washington Post.

Alcuni critici lo avevano infatti accusato di prendere delle posizioni squisitamente politiche in favore della fratellanza musulmana. Ogni giornalista, quando scrive, si assume sempre le responsabilità di quello che afferma, ed è normale ricevere critiche o apprezzamenti. Ma , della tragica storia di Jamal Kashoggi, non sono ora in discussione le sue opere.

Vi è da riflettere su qualcosa di profondamente diverso e altamente più importante. Perché è abbastanza grave, anzi gravissimo, che un giornalista possa entrare, legittimamente, nel consolato della sua nazione per ottenere dei documenti (quelli che gli servivano per sposarsi) e non uscirne più, finendo orrendamente macellato. 

Ed è altrettanto gravissimo che tutta la comunità internazionale non abbia ancora fatto assolutamente nulla per chiedere conto alla monarchia saudita di questo brutale delitto. Per la sua morte chi per prima ha puntato il dito contro l’Arabia Saudita sono state le autorità turche, le quali hanno da poco emesso due ordini di cattura nei confronti di due funzionari sauditi, Saud El Kathani e Ahmed Asiri. Sia Ankara quanto la CIA avevano, sin da subito, accusato in maniera esplicita e diretta il principe Mohamed Bin Salman, il tanto discusso e controverso erede al trono.

Negli ultimi giorni è stata anche diffusa la notizia dell’esistenza di un’intercettazione telefonica, dove Bin Salman avrebbe chiesto a suo fratello, ambasciatore negli Stati Uniti, di “mettere subito a tacere Kashoggi”. Ponendo in risalto che non vi è una verità accertata e consolidata, nonostante sia stato divulgato un video che incastrerebbe alcuni uomini vicini al principe ( pubblicato dal New York Times), resta ancora un dato di inequivocabile gravità su cui riflettere: quello dell’omicidio di un reporter perpetrato in una sede diplomatica. Un episodio criminale a tutti gli effetti. Invece in tanti, forse in troppi, hanno fatto finta di nulla .

Contro Riad non vi è stata nessuna presa di posizione ufficiale di alcuna nazione né, tantomeno, qualcuno ha cercato di sollecitare una discussione, che sarebbe stata invece necessaria, all’interno delle Nazioni Unite. L’emblema di tutta questa imbarazzante situazione lo si è avuto al recente G20 di Buenos Aires, dove Bin Salman, accusato del pesante reato di essere il mandante di un omicidio, ha potuto ritagliarsi un ruolo importante come un qualsiasi altro capo di stato, stringendo mani e facendo foto con i più prestigiosi leader mondiali.

Come mai? E’ inutile negare un fatto del tutto chiaro: l’Arabia Saudita è sempre stata, ed è ancora adesso, un forte partner in affari di importanti ed influenti nazioni. Per capire il volume di affari che ruota intorno ai sauditi, basta leggere i dati ufficiali della loro bilancia commerciale, messi a disposizione dalla Farnesina (disponibili a questo link). I numeri sono da capogiro, e rappresentano un ampio e imponente giro di business.

Per quanto riguarda le importazioni, gli ultimi dati presentati risalgono al 2016, dove Riad ha importato dall’ estero beni per oltre 140 miliardi di dollari. I principali fornitori sono Stati Uniti, Cina e Germania. Anche l’Italia è un partner di tutto rispetto, piazzata al nono posto con oltre 4 miliardi di dollari di fatturato. Sulle esportazioni, la cifra ( relativa sempre al 2016) è di oltre 183 miliardi di dollari, e i principali acquirenti sono Cina, Giappone e Stati Uniti ( qui l’ Italia è al numero 17, ma con dei ragguardevoli 2 miliardi e mezzo e oltre di spesa ). Accanto a questo ricordiamo l’annunciata privatizzazione del 5% della compagnia petrolifera nazionale, la Saudi Aramco, che fa indubbiamente gola agli investitori internazionali.

Seppure, recentemente, i sauditi hanno visto drasticamente diminuire gli introiti provenienti dal petrolio, di cui sono i principali produttori al mondo, il vertiginoso volume di affari che ruota intorno alla monarchia saudita la rende inattaccabile. Come si può facilmente evincere, quindi, gli interessi in ballo sono troppo alti. Interessi che sono sempre prevalsi, tanto da non mettere mai in discussione i rapporti con l’ assolutismo saudita, neanche quando si è parlato, con insistenza e da più parti, dei pericolosi legami di Riad con gruppi terroristici di matrice fondamentalista (la Jabhat Al Nusra in Siria ne è stato un esempio). Per questo, quella di Jamal Kahsoggi rischia seriamente di restare una delle tante, troppe, uccisioni di un giornalista senza giustizia e senza memoria.  

 

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