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Kazakhstan: l’Italia esporta anche armi

Non sono solo i dissidenti ad essere spediti da Roma in Kazakhstan. L'export di armi verso il paese dal 2007 è praticamente ininterrotto, nonostante la sua scarsa democraticità, e con il rischio che l'uso di armi letali venga predisposto a fini di repressione.

Un'interrogazione portata avanti dal deputato Arturo Scotto (SEL) amplifica le ombre sull'export di armi verso il Kazakhstan. La segnalazione giunta dall'Osservatorio Permanente sulle Armi leggere di Brescia riguardo la vendita di armi per un valore di 196.960€ viene suffragata da ulteriori dichiarazioni del ministro Bonino: l'export dal 2007 non si è mai fermato, arrivando alla cifra di 41.900 euro nel solo gennaio 2013.

Non solo armi non-letali (lacrimogeni, manganelli) come quelle utilizzate in Turchia, ma armi ad alto potenziale di offesa, le stesse che hanno dato prova della loro pericolosità in ambito di repressione interna nel 2012, quando la polizia sparò a sangue freddo su manifestanti che lanciavano pietre. Anche se lo scenario prospettato era assolutamente privo di rischi per le forze dell'ordine: pochi manifestanti, scarsamente coordinati in uno spazio aperto.

Arsenali kazaki - come spiega Globalist - "pieni di armi made in Italy", in piena violazione della normativa internazionale, che prevede l'embargo nell'esportazione di armi verso paesi non pienamente democratici. Violazione anche della legge 185/90 che la traspone nel nostro sistema normativo. Una pratica ormai consolidata: se Finmeccanica è l'ottavo produttore al mondo di armi, un motivo ci sarà pure. Si deve fare qualche sacrificio: non si guarda negli occhi di chi compra, né lo si giudica.

D'altronde il trend dell'importazioni di armi da parte del Kazakhstan lascia pochi dubbi. Già a partire dalla caduta dell'Urss, nel bel mezzo della svendita dell'arsenale militare sovietico, il Kazakhstan optò per la dismissione della propria potenza atomica. Una scelta che Nazarbayev collocò in un ambito di rifiuto del rischio atomico, ma che invece originava da ben diverse istanze. La più pragmatica visione del presidente kazako la mette in evidenza Eurasianet, facendo riferimento direttamente alla sua biografia ufficiale, "Nazarbayev And The Making of Modern Kazakhstan".

Di rassicurazioni agli Stati Uniti si tratterebbe - nessuna competizione atomica da parte del Kazakhstan - ma anche di una pur semplice considerazione: un arsenale ha costi spropositati, e ad una media potenza regionale non da alcun vantaggio, a meno che non ci si chiuda in completo isolamento come fanno Iran e Corea del Nord. Come le flotte di inizio novecento, la manutenzione non vale il potere acquisito, a meno di non poter contare su un ferreo controllo di stati satelliti in stato semi-coloniale.

Il Kazakhstan rimane però il 53° paese al mondo per l'importazione delle armi convenzionali. 27 i milioni spesi (1,5% del Pil), una cifra che però va letta alla luce del fatto che, ad eccezione del 2008-2009, l'import kazako di armi rimane in crescita. Così come cresce enormemente l'export verso l'Italia di prodotto minerari e di cava (dai 2 miliardi del 2011 ai 3 del 2012), anche se i flussi di greggio rimangono di gran lunga minori rispetto a quelli provenienti da Iran, Azerbaijan e Arabia Saudita.

La questione della politica energetica resta comunque uno dei dati principali da considerare nell'affaire kazako, assieme alle ingenti risorse minerarie e al flusso di armi. La pratica di scambiare armi per prodotti energetici e minerari non è nuova, né scevra di conseguenze.



Foto: West Point - Usa Military Accademy

 

 

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