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Israele e l’apartheid del popolo palestinese

Nel disinteresse generale, alcuni giorni fa il Tribunale Russell per la Palestina ha emanato il suo giudizio: in Israele e nei Territori occupati vige un sistema di apartheid di cui sono vittima i palestinesi. Sistema che, secondo il diritto internazionale, può essere definito dalla messa in atto di pratiche discriminatorie istituzionalizzaate di un gruppo etnico dominante a scapito di un gruppo subordinato.

Il regime discriminatorio si manifesta a diversi livelli di intesità e in modalità specifiche contro diverse categorie di Palestinesi, a seconda di dove essi vivono. I palestinesi che vivono sotto un regime militare nei Territori occupati sono soggetti a una forma particolarmente aggravata di apartheid. I cittadini palestinesi di Israele, benché ammessi al voto, non sono parte della nazione ebraica, così come definita dalle leggi israeliane e sono perciò esclusi da benefici della nazionalità ebraica, e soggetti a una sistematica disciminazione che coinvolge tutto l’ampio spettro dei diritti umani. Al di là di queste differenze, il Tribunale conclude che la legislazione israeliana inerente la popolazione palestinese, ovunque essa risieda, configura complessivamente un singolo regime integrato di apartheid.

Il Tribunale Russell per la Palestina è nato nel 2009 (la sua storia è brevemente spiegata qui). E’ un tribunale popolare formato da giuristi, politici, premi Nobel per la Pace. Porta il nome del filosofo Bertrand Russell poiché fu lui l’ideatore e ispiratore del primo esperimento del genere, quello relativo ai crimini di guerra in Vietnam. Questa terza seduta del Tribunale Russell per la Palestina si è emblematicamente svolta in Sud Africa.

Tra le pratiche che configurano un regime di apartheid, il Tribunale ha incluso:

l’ampia deprivazione della vita dei palestinesi attraverso operazioni militari, una politica di uccisioni mirate, e l’inusitata violenza contro le manifestazioni;

torture e maltrattamenti dei palestinesi in un diffuso contesto di privazione delle libertà attraverso una politica di arresti arbitrari e la detenzione amministrativa senza processo. Il tribunale ha verificato che queste misure vanno ben oltre la ragionevolezza giustificata dai pericoli per la sicurezza e definiscono una forma di dominazione dei palestiniesi in quanto gruppo;

una sistematica violazione dei diritti umani che preclude lo svilippo palestinese e impedisce la partecipazione dei palestinesi in quanto gruppo alla vita politica, economica, sociale e culturale. I profughi palestinesi sono anch’essi vittime di apartheid in virtù del perpetuarsi della negazione del loro diritto al ritorno nele loro case così come delle leggi che hanno rimosso i loro diritti alla proprietà e alla cittadinanza. Le politiche di trasferimento coatto della popolazione rimangono costanti, soprattutto nei Territori occupati;

i diritti civili e politici dei palestinesi, incluso il diritto al movimento, alla casa, all’espressione e alla libera associazione sono pesantemente limitati. I diritti socio economici dei palestinesi sono inoltre condizionati negativamente dalle politiche discriminatorie israeliane nelle sfere dell’educazione, della salute e dell’abitare.

 

Via Aid Neterlands. Traduzione mia.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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