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Iran, a 30 anni dal massacro delle prigioni responsabili impuniti

Alireza Avaei, ora ministro della Giustizia; Hossein Ali Nayyeri, ora presidente del tribunale disciplinare dei giudici della Corte suprema; Ebrahim Raisi, candidato alla presidenza nel 2017 e procuratore generale fino al 2016; Mostafa Pour Mohammadi, ministro della Giustizia dal 2013 al 2017; Mohammad Hossein Ahmadi, ora membro dell’Assemblea degli esperti, l’organismo costituzionale che nomina o revoca la Guida suprema.

Queste persone, che hanno avuto (e in due casi hanno ancora) ruoli importanti all’interno delle istituzioni dell’Iran, hanno preso parte alle “commissioni della morte”, che esattamente 30 anni fa organizzarono le esecuzioni sommarie di almeno 5000 dissidenti e prigionieri politici.

Nella seconda metà del 1988, poco dopo la fine della guerra con l’Iraq e una fallita incursione armata dell’Organizzazione dei mojahedin del popolo, che in Iraq aveva le basi, le autorità iraniane applicarono una fatwa dell’allora Guida suprema, l’ayatollah Ruollah Khomeini ed eseguirono quello che da allora è conosciuto come il “massacro delle prigioni”.

La maggior parte delle vittime stava scontando lunghe condanne inflitte per aver espresso dissenso, aver preso parte a manifestazioni contro il governo o per la reale o presunta militanza in movimenti di opposizione, soprattutto mujahedin ma anche curdi e di sinistra. In alcuni casi la condanna era stata completata ma i prigionieri erano rimasti in carcere per aver rifiutato di sottoscrivere una dichiarazione di “pentimento”.

Non appena circolarono le prime voci, le famiglie iniziarono a cercare nei pressi dei cimiteri segni di scavi recenti, le fosse comuni in cui avrebbero potuto essere stati sepolti i loro cari.

Ma dal 2003 – e negli ultimi anni con sempre maggiore insistenza – le autorità iraniane stanno cercando di cancellare ogni traccia delle fosse comuni, che secondo l’organizzazione Giustizia per l’Iran sarebbero oltre 120, sparse in tutto l’Iran.

Naturalmente nessuno è stato mai chiamato a rispondere di quel massacro, ufficialmente liquidato come “uccisione di pochi terroristi”. Ovvio, dato che alcuni dei responsabili hanno avuto per decenni o continuano ad avere ruoli influenti.

L’ex ministro della giustizia Mostafa Pour Mohammadi, all’epoca rappresentante del ministero dell’Intelligence nella “commissione della morte” di Teheran, continua a rivendicare la legittimità del massacro. Nel 2016 ha dichiarato: “Siamo fieri di aver eseguito il comandamento di Dio. In tutti questi anni non ho mai perso un minuto di sonno”.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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