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Io teatro e forse anche tu teatri

dove un tal db racconta il 20° «Festival dei tacchi» e soprattutto si lancia in consigli; se non bastasse il suddetto scrive pure una “lettera” ad Ascanio Celestini

 

Ogni volta che posso vado, a inizio agosto, in Ogliastra dove fra Jerzu, Ullassai e dintorni c’è il «festival dei Tacchi» che dura una settimana. Bei posti, ideali per rocciatori (io non lo sono) e/o per chi magari vuol fare un piccolo tour de force con mattina al mare e pomeriggio-sera seduto a vedere, ascoltare, stupirsi.

Non mi pretendo critico teatrale – piuttosto un innamorato infedele – ma siccome la faccia tosta abbonda vi racconto (in pillole) cosa ho visto sperando di invogliarvi a cercare in giro le meraviglie… quasi tutte. Secondo me questa 20esima edizione è stata la più bella. Per i motivi più diversi – ma soprattutto gli acciacchi dell’età – ho bucato un laboratorio, le presentazioni di due libri (su tre) e 5 spettacoli dei quali chi invece c’era mi ha detto che erano belli, anzi più: in particolare «Marbeland» della compagnia Stradevarie. Mannaggia a me che li ho persi.

Per chi ama il teatro Marco Baliani è una certezza. Quasi sempre è solo in scena ma la riempie. Io – appunto innamorato infedele – in realtà l’avevo veduto dal vivo solamente tre volte. Quest’anno finalmente (dopo 1500 repliche o qualcosa del genere) ho incrociato «Kolhass», tratto da Heinrich Von Kleist. E poi ho avuto il piacere di partecipare ai suoi laboratori mattutini che partivano da quel testo – Germania 1500, ma sembra il 1977 oppure domattina – per andare mooooooooolto oltre. Adesso sto leggendo un suo libro (grazie a Mary che me lo ha prestato) e magari ve ne racconterò. Mi ha colpito al cuore e alla testa. Ora gli darò la caccia per vedere… tutto il resto.

«Il principio dell’incertezza unplegged» più che teatro è una “lezione” ben sceneggiata su misteri e bellezza della meccanica quantistica. Il fisico Andrea Brunello è in scena da solo con qualche oggetto concreto più un famoso gatto “astratto” o se preferite paradossale… il quale può essere sia vivo che morto allo stesso tempo. Io ho capito quasi tutto – ma il merito è di Brunello – e lo consiglio vivamente a tutte/i, pur se digiune/i di scienze e fantascienze. Per saperne di più potete cercare in rete Jet Propulsion Theatre.

Mi stupisco che Giuliana Musso sia così poco conosciuta: anche lei è di una bravura straordinaria. Un’altra “solista” (quasi sempre). In «Mio eroe» riporta parole, gesti, pazzie, dolori, verità di alcune madri italiane che hanno perso i figli in Afghanistan in una guerra così assurda da chiamarsi “missione di pace”. Questa sua narrazione potrebbe essere un punto fermo per chi in Italia si impegna davvero contro la nuova dittatura delle armi. Proprio come un suo precedente testo – «Sex Machine» (*) – avrebbe dovuto essere in ogni luogo (e in ogni scuola) dove si ragiona di sessismo cioè di vita quotidiana. Ma quei “potrebbe” e “avrebbe” hanno un corollario, cioè «se fossimo un Paese che vuole capire»; siccome invece l’Italia è impaurita come mai… beh Giuliana Musso pussa via.

 

Credevate che i clown facessero ridere solo i più piccoli? E che fossero tutti maschi? Beh arriva la svizzera Gardi Hutter e vi cambia la vita. Ho visto il pubblico di ogni età rotolarsi – non esagero – dal ridere. Sola in scena? Macchè: tra forbici e fili, ad accompagnare «La sarta» c’è una folla. Chi non vede l’invisibile e/o chi non sa ridere si faccia un serio esame di coscienza.

Non conoscevo Luigi D’Elia e le sue storie – «Preludi all’amore» – mi hanno stregato: il sapore è antico ma perfino chi ha perduto ogni memoria dopo un po’ lo riconoscerà in gola e nel cuoricino. Se vedrò il nome di Luigi D’Elia in zona correrò a prendere i biglietti. Se siete furbe/i fatemi compagnia.

 

Di nuovo Marco Baliani. Il suo «Del coraggio silenzioso» sa viaggiare in luoghi e tempi diversi. Fa male al cuore ma fa bene alla testa. Vale lo stesso discorso fatto sopra per Giuliana Musso: se in Italia si credesse che la scuola serve a formare le cittadine e i cittadini allora il ministero della Pubblica Istruzione regalerebbe questo spettacolo a tutte le scuole “superiori”. Ma io temo che tante scuole ormai siano “inferiori” (alla decenza). Voi però organizzatevi e fatelo vedere a figli e figlie; beh non discriminate madre-padri, cugini e zie, nonne e nonni.

«Sos laribiancos» in sardo indica quelli con le labbra bianche (perchè mangiano i cibi dei poveri). Così nel dopoguerra Francesco Masala titolò un suo libro bellissimo dove come in una “Spoon River” i morti e un vivo venivano a raccontare le storie di chi da un paesino sardo si ritrova a far la guerra – perchè? a chi? – in Russia. Qualche anno fa Pier Paolo Piludu ne trasse «Laribiancos» (**): Piludu è solo in scena, con la musica – a volte registrata, ma talora dal vivo – di Paolo Fresu. Come farvi capire quanto mi è piaciuto? Forse basta dirvi che l’ho visto 4 volte, cioè tutte le volte che mi è capitato a tiro.

 

I fascisti vecchi e nuovi sono fra noi. Purtroppo. Raccontarli è un dovere soprattutto perchè i giornalisti “mainstream” stranamente – o no? – a quell’ora sono a prendere un aperitivo mentre le istituzioni si distraggono facilmente. In teatro ne ha saputo narrare «Mai morti» di Renato Sarti. A mia vergogna devo svelare che un paio di volte stavo per vederlo ma poi l’ho “bucato”. Stavolta ero – come tutto il pubblico – annichilito, forse spaventato. Alla fine ho chiesto a un ragazzo e a una ragazza giovanissimi se avevano, come me, un mix di rabbia, paura e voglia di reagire. Hanno risposto «sì»: vuol dire che Renato Sarti sa farsi capire da tutte/i. Non perdetevelo.

 

Torna in scena Giuliana Musso in duetto con Ascanio Celestino: «Potente e fragile» è un collage di loro testi, di memorie e di ricerche. Per ora è solo uno studio: se finirà “in cartellone” vi consiglio di snidarlo: vale una sera ma anche un viaggio. Si passa dal dramma al surreale (Dio che viene imprigionato in una cantina da suore gelose) senza un attimo di tregua. Loro sono di una bravura che di solito viene definita mostruosa ma stavolta potremmo ribattezzarla extraterrestre.

 

Bis per Ppp, cioè Pier Paolo Piludu che con «Pòsidos» – in sardo è tesori – si aggira nelle narrazioni di anziane/i a Scano Montiferro, il paesino sardo dove lui passò parte dell’infanzia. Pura magia.

 

Il festival dei Tacchi numero 20 si è chiuso con «Storie comiche ferroviarie – studio Barzellette» di Ascanio Celestini. In qualche modo ispirato al libro «Barzellette» (Einaudi, 2019) è uno studio, una “prova” che forse diventerà spettacolo. Ho già detto che Celestini è un mostro di bravura ma ho un “boccone amaro” in gola che non riesco a mandar giù. Così mi sono permesso di scrivere all’autore una letterina che, se volete, troverete qui sotto.

Noticina: in ogni spettacolo era importante la musica (in alcuni casi, come in «Preludi all’amore» o in «Pòsidos» era fondamentale) e spesso scenografia, luci, invenzioni tecniche (in «La sarta» forse più che altrove) giocavano un ruolo decisivo. Mi scuso se non ne faccio cenno ma altrimenti queste “pillole” si allungavano troppo.

(*) Se vi interessa qui in “bottega” trovate una mia intervista a Giuliano Musso su questa sua narrazione.

(**) Ho già scritto di «Laribiancos» in “bottega”. E potrei parlarvene per ore. Lo faccio volentieri se mi invitate in cena… ma certo è più bello per voi se riuscite a vederlo in scena.

LETTERA A UN AMICO cioè ad Ascanio Celestini

Tu non mi conosci ma io mi sono “innamorato” di te dalla prima volta, quando ti ho sentito – tanti anni fa – in quell’incredibile scioglilingua che è «la Santa minanta buffanta». Ogni volta che ti ascolto rimango sorpreso e incantato dalla tua bravura e intelligenza. Non guasta ovviamente che tu sia un compagno e che ti esponga senza paura. Per questo Ascanio mi permetto di scriverti. In «Storie comiche ferroviarie – studio Barzellette» qualcosa mi ha fatto incazzare. E voglio dirtelo.

Una persona intelligente come te non può raccontare sulle donne solamente le solite storielle in cui… sono tutte troie. Banale, pigro, pericoloso. Tu stesso al «Festival dei Tacchi» hai spiegato che non racconti più barzellette contro i rom perchè ti sembra che un certo pubblico razzista “goda” troppo. E all’inizio dello spettacolo a Jerzu hai detto – con dotte citazioni – che, per rispetto della tragedia, solo gli ebrei oggi possono raccontare le più tremende barzellette… contro gli ebrei. Secondo me hai ragione Ascanio. Ma allora amico mio perchè contro le donne quella sera non hai tirato fuori quantomeno 2/3 storie di segno diverso? Cattivissime magari ma che non fossero le solite banalità sulle “tutte puttanaccie”. Da te mi aspetto mooooooooooooooooolto di meglio. Certo è faticoso ma tu puoi farlo. Se vorrai. Grazie dell’ascolto. E sempre grazie per tutto il resto.

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