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Io, La Sapienza e la Riforma Gelmini

Con un dialogo con l’ex-Rettore della Sapienza di Roma al momento del passaggio di consegne, cominciano le interviste partecipative di AgoraVox Italia.

Dopo l’ennesima protesta degli studenti contro la Riforma Gelmini, AgoraVox Italia propone un’intervista all’ex-Rettore dell Sapienza per discutere del presente e del futuro dell’Università in Italia.

I lettori domandano, il prof. Guarini risponde.

D: Lei insegna a vario titolo alla Sapienza dal 1976. In questi anni cosa è cambiato nell’Università in generale e nello specifico alla Sapienza?

È cambiato l’atteggiamento verso gli studenti. C’è una maggiore partecipazione di questi ultimi all’attività degli organi colleggiali. C’è una maggiore partecipazione alla gestione della Sapienza. Soprattutto, poi, sono migliorati i servizi per gli studenti. Alcuni anni fa eravamo noti per le disfunzioni, per le lunghe file che facevano gli studenti per accedere alle segreterie, per fare le iscrizioni. Ora, pur avendo 145.000 iscritti, non c’è nessun contatto personale tra gli studenti e gli uffici perché tutto avviene per via informatica. Vorrei segnalare, e questo è un mio vanto come Rettore dell’ultimo quadriennio, che mentre fino a 4-5 anni fa, purtroppo, alcune lezioni si tenevano in alcuni cinema di Roma - c’erano alcuni cinema affittati dalla Sapienza per poter fare lezioni - oggi tutte le lezioni sono fatte nelle aule, perché da una parte ne abbiamo costruite di nuove, dall’altra ne abbiamo razionalizzato l’utilizzazione attraverso un sistema centralizzato di assegnazione degli spazi alle facoltà e ai docenti.

D: E didatticamente?


Didatticamente ci sono state due rivoluzioni. Prima l’applicazione della 509, il famoso 3+2. Poi c’è stata una riflessione molto accurata sulle disfunzioni che si erano create nell’applicazione della legge. C’è stata, quindi, una razionalizzazione dell’offerta didattica e, soprattutto negli ultimi due anni, si è diminuita l’eccessiva proliferazione d’insegnamenti ed esami. Si è ritornati ad un numero d’esami come previsto da un decreto del precedente ministro. Per un corso triennale, quindi, il numero d’insegnamenti e di esami non può superare i 20.

 
D: Non crede che con i tagli la situazione dell’Università italiana, lontana anni luce dagli standard europei nella formazione e nei servizi, peggiorerà? Per questo motivo, non crede che una voce unica e un fronte comune dei Rettori possa essere decisivo per far allontanare le forbici dalle economie universitarie e scolastiche in generale? Insomma, perché ognuno pensa al suo orticello soprattutto politico e non guarda alla situazione formativa delle università?

Purtroppo l’Univeristà italiana è molto variegata. Tra le 77 facoltà rappresentate nel CRUI (Conferenza dei Rettori Italiani – ndr) ci sono Università molto antiche, grandi e multitematiche, così come università piccole, molto giovani e monotematiche. In questa realtà, che io da statistico definisco con una variabilità molto elevata, è difficile alle volte trovare un’unità d’intenti sui singoli provvedimenti, ma c’è, certamente, una mobilitazione unitaria nei confronti di questo decreto che taglia indiscriminatamente a tutte le università nello stesso modo. Prevede tagli per tutte, per questo c’è una grande mobilitazione contro il decreto, e infatti c’è unanimità da parte delle Università; basta leggere le ultime mozioni votate nell’ambito della conferenza dei rettori.


D: Nel decreto ricorre questa formula:“senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Questa frase ricorre in tutta la legge, e anche nella parte dedicata all’istruzione. Ma si può fare ricerca senza investire?

Assolutamente non si può fare ricerca senza investimenti, si può fare una ricerca migliore razionalizzando meglio i finanziamenti. Evidentemente quando vengono dati finanziamenti a determinati centri che non sono legati all’università, questo non può essere accettato. In questo senso il decreto non è che prevede un blocco dei fondi. È previsto che quasi l’80% dei fondi che l’università, oggi, utilizza per i docenti vengano restituiti al ministero. Non c’è neanche l’ipotesi di un’invarianza di spesa globale, c’è proprio un’ipotesi di un taglio. E quando mi si dice che ci può essere un turn-over dell’80% di tagli e quindi un turn over in ingresso del 20%, la differenza non è utilizzata per la ricerca, e in questo hanno ragione gli studenti, perché dovrebbe essere restituita al fondo nazionale.

D: Altra domanda in merito. Nessun docente sarà licenziato, semplicemente verrà ridotto il numero e aumentato il salario. Mi sembra paradossale.


È paradossale come tante cose che dice il Ministro Gelmini. Loro non dicono che i docenti sono licenziati ma che i docenti non possono essere sostituiti. Noi abbiamo molte facoltà con docenti anziani, quindi dovrebbero scomparire molti insegnamenti. Il che vuol dire che su dieci docenti che vanno in pensione ne posso sostituire due ed evidentemente altre materie rimangono scoperte. Le persone non possono essere licenziate come non possono essere fucilate, evidentemente questo non lo posso fare, è paradossale. Il problema è che dovrebbero essere sostituiti per far posto ai giovani meritevoli.

D: Il fiorire ogni anno di nuove materie più dettagliate e specifiche all’interno dei vari corsi di Laurea, che presuppongono professori più preparati o quanto meno dediti a quel preciso ramo della materia, che impatto avrà oggi come oggi sulla preparazione degli studenti? I professori che in effetti hanno reali capacità e possono preparare al meglio futuri ingegneri o medici o maestri o molto più importante... politici... quale futuro avranno?


Non hanno un futuro se non possono essere sostituiti. Non hanno futuro se non ci sono posti.

D: Quali sono le conseguenze reali in seguito all’approvazione della riforma?



Si può arrivare al blocco del funzionamento delle università e non vorrei che fosse proprio questo l’obiettivo politico. Cioè arrivare al blocco delle università pubbliche per favorire quelle private, in modo che siano i privati a sostituire quelle pubbliche. Questo, però, non è possibile perché le Università private non attivano corsi in materie ad alta specializzazione, le materie scientifiche per capirci. Mi trovi un’università privata cha abbia attivato corsi di eccellenza in fisica, chimica, in biologia, biotecnologia, etc… Perché hanno costi altissimi di ricerca. Non per ripetere un luogo comune ma il nostro dipartimento di fisica è tra i migliori al mondo e i costi di questo dipartimento devono essere sostenuti e non possono essere contenuti o ridotti perché avrebbe effetti deleteri sulla ricerca. Quindi non si vuole investire in questo, non si investe e saremo un paese dove non ci sarà futuro per i nostri giovani e la nostra ricerca.

D: Si parla tanto di Università americana, come modello da raggiungere ma guardando bene le cifre se si va a Berkeley (Università pubblica con la retta a 4.000 dollari all’anno) o se si va a Yale (dove si paga una retta di 80.000 dollari) si studia, comunque, in un’università che rientra tra le prime dieci al mondo. Quindi anche guardando gli USA notiamo che il ruolo delle Università pubbliche non è così marginale come si pensa.


Quando si fanno queste affermazioni di principio, bisogna viverla la realtà delle università americane. Ci sono tante università in cui c’è una partecipazione, anche notevole, da parte dello Stato. Spesso si parla di modelli che alle volta non esistono.

D: Lei ha finito il suo mandato. Come ha vissuto il suo passaggio di consegne?


Con molta serenità, perché sono convinto di aver operato nell’interesse della cultura e soprattutto degli studenti. C’è stata la cerimonia di saluto, e in questa manifestazione ho avuto attestazioni di compiacimento e gli interventi più belli sono stati fatti dagli studenti. E devo ammettere di essermi anche commosso, per la grande partecipazione e soprattutto per le parole che mi hanno detto gli studenti.

D: Il professor Frati è il nuovo rettore ed era già in corsa quattro anni fa. C’è questa querelle sul concorso di Medicina che avrebbe visto vincente la moglie del prof. Frati (laureata in lettere).

Io le chiamo storie da cortile. Non c’è stato alla Sapienza nessun concorso per la moglie del prof. Frati; le maldicenze sono tante. Io ho potuto apprezzare il prof. Frati che è stato il mio pro-rettore vicario per quattro anni. È una persona che ha una grande conoscenza dell’università italiana, se mi ricordo bene era un rappresentante degli studenti e rappresentante sindacale quando aveva ancora i “calzoncini corti”. È una persona che è “nata” nell’Università. L’ambiente di Medicina è un ambiente particolare, come tutte le facoltà di Medicina, perché quando c’è un collegamento con le professioni allora si possono determinare delle criticità. Come nella facoltà di Giurisprudenza dove ci sono dei professori che fanno gli avvocati. Sono particolarmente complesse queste facoltà dove c’è una grande presenza di illustri professionisti. Le altre cose personali non incidono assolutamente nella capacità delle persone e nelle loro azioni.

D: Quali sono le sue aspettative sul movimento studentesco? Avrà un impatto sull’operato del ministro?


Mi auguro che possa riuscire. In questo momento è difficile. Gli studenti hanno consegnato al Presidente della Repubblica una lettera, qui nel mio ufficio. Il Presidente ha condiviso alcune richieste e ha auspicato che tutto l’argomento venisse riesaminato in sede parlamentare, perché è lì che andrebbero affrontati questi problemi. Come risposta, putroppo, il decreto è stato approvato senza aver recepito nessuna delle proposte e degli emendamenti. Sarà molto difficile poterlo modificare. Siccome, però, condivido molto le richieste degli studenti, spero possa succedere. Trovo gli studenti molto maturi, non sono delle proteste generiche, sono delle indicazioni molto mirate; infatti, ho detto agli studenti: preparate un documento.

D: Purtroppo sempre più spesso i ricercatori sono costretti ad emigrare. Cosa ne pensa?

C’è molta amarezza. Bisogna fare un’autocritica su questo. Anche come napoletani. La mia immigrazione risale a 51 anni fa. Da allora ho operato qui a Roma e ho costatato che da un certo punto di vista i napoletani hanno una marcia in più. Però, purtroppo, a Napoli ci sono troppe buche che bloccano questa marcia in più. Se avessi potuto dare questo apporto, quest’impegno alla mia città sarei stato più contento. Mi rimane solo tifare Napoli e passeggiare lungo le strade della mia giovinezza.



Renato Guarini nasce a Napoli il 16 marzo 1932 è uno statistico italiano.
Dopo la laurea in Scienze Matematiche all’Università degli Studi di Napoli nel 1954, ha svolto attività di ricerca presso l’Ufficio Studi dell’Istituto Centrale di Statistica dal 1957 al 1975, ricoprendo l’incarico di responsabile del reparto di Metodologia Generale e Statistica Economica.

Successivamente è stato nominato professore di Statistica Economica presso l’Università degli Studi di Cagliari, ed in seguito professore di Statistica Economica presso l’Università degli Studi di Roma "La Sapienza" nel 1976. Dal 1988 al 1995 è stato Presidente del corso di Scienze Statistiche ed Economiche, mentre dal 1995 al 2004 ha assunto l’incarico di Preside della Facoltà di Scienze Statistiche.

Pro-Rettore dell’Università La Sapienza dal 1997 al 2004, nel dicembre dello stesso anno è stato eletto Magnifico Rettore dello stesso ateneo, che ha guidato fino all’autunno del 2008 per due mandati quadriennali. Guarini è socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei dal 2001.

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