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Intervista all’attore Andrea Castelli

Ai giovani nessun consiglio, perché la maggior parte dei giovani è intelligente e sa scegliere. Quelli che si fanno infinocchiare dai falsi modelli sono una minoranza. Purtroppo, ed ecco la nota dolente, è che le minoranze rumorose fanno scrivere le notizie ai cosiddetti “media”. Mi spiego meglio: se all’happy hour ci sono cento giovani intelligenti e due cretini che pisciano sui muri, la stampa parlerà dei due cretini. Questo è il livello dei tempi moderni.

Andrea Castelli e il teatro: il teatro è il mondo di Andrea Castelli?

Beh, forse “mondo” è una parola grossa. È il mio lavoro. Non sono un fanatico, ma il mio lavoro mi piace. E per vivere tutti devono lavorare, credo. A meno che uno non viva nel mondo dei furbi… Quello sì che è un mondo affollato. O no? Dicevo che il mio lavoro mi piace molto, credo si saperlo fare abbastanza bene, ma sto alla larga da “missionari e fanatici”. I missionari sono quelli che non parlano d’altro e anziché divertire vogliono convertire; i fanatici sono esaltati pericolosi ed egoisti. Però di questi ultimi nel mondo professionale ne ho conosciuti pochi…
 
I suoi monologhi sono una scelta temporale o l’esigenza di una recitazione fortemente espressiva che completano l’attore?

Se per scelta temporale si vuol intendere la voglia di un momento o di una moda, no. La scelta è stata quella di raccontare una bella storia. Tecnica teatrale che, tra l’altro, affonda le radici nella notte dei tempi: l’affabulazione. Tanti sospettano sul monologo, come su un trucchetto per andare in giro con poca spesa… per risparmiare sulla “compagnia” o per mettersi in mostra. In realtà è uno dei generi più antichi e complessi. Reggere un monologo di un’ora e mezza richiede grande energia interiore e autocontrollo. Per non parlare della memoria. Chi critica il monologo non sa cosa dice. Un attore col monologo si completa o si seppellisce per sempre. A me è andata bene.
 
Grandi successi: "Castellinara", "Sol", "Pio", "Oblò", "Ciò che non si può dire il racconto del Cermìs", "Sinigo" e "Acciaierie". Quanto la storia o l’attualità del tema sono importanti? E possono divenire protagonisti assoluti rispetto al soggetto?

Dev’essere una storia che avvince. Attuale o antica che sia poco importa. Per avvincere dev’essere raccontata bene. Comunque sì: argomento, tecnica dell’attore, attualità sono tutte componenti, anzi direi ingredienti importanti che bisogna saper dosare. Equilibrio è forse la parola che esprime meglio il concetto. Se qualcosa prevale, emerge troppo, possono nascere dei dubbi.
 
Prestanza scenica, ed espressività gestuale, quanto influiscono nella sua recitazione?

Ognuno ha il proprio bagaglio tecnico. E deve curarlo, affinarlo, provarlo centinaia di volte. Soprattutto deve renderlo vero, credibile, essenziale. Chi diceva che il talento non è democratico? Ecco. Però non basta esserne dotati. Il lavoro dell’attore, secondo me, consiste proprio nell’imparare ad usare il proprio talento. Non basta sapere la grammatica per scrivere o parlare bene. Certo, se uno non sa la grammatica è notte fonda.
 
Andrea Castelli sul palcoscenico che tipo di relazione instaura con il pubblico?

A pelle. Il mio istruttore, quando andavo a cavallo, mi diceva sempre “I primi cinque minuti servono a far capire al cavallo chi comanda”. Quando comincio penso sempre a queste parole. Non voglio paragonare il pubblico al cavallo, per carità, ma nemmeno voglio farmi disarcionare, non so se mi spiego. Devi avere una particolare antenna che ti fa capire con chi hai a che fare. Perché ogni sera cambia la chimica che si instaura tra palco e platea, anche se sei alla duecentoventicinquesima replica.
 
Il teatro è l’agorà del pensiero, fa riflettere, esalta le pause del tempo, ed è sempre stata una spina nel fianco del potere, oggi il teatro conserva ancora tutta l’energia del libero pensiero?

È una vecchia storia. Il potere, nei pochi momenti di intelligenza culturale, ha tollerato e incentivato il mondo dello spettacolo, ma sono stati bagliori fugaci, lampi. Oggi, a parte la satira d’apparenza (tollerata per mostrare lungimiranza) se critichi seriamente il potere, questo ti oscura. O almeno ci prova. Non sono bei tempi. Anche da noi si parla sempre più di cultura scambiandola con la tradizione tipica del folklore, ad esempio. E questo dimostra che non si sa cos’è.
 
Il suo ultimo lavoro "Acciaierie" e "Il Piacere dell’onestà" di Leo Gullotta , sono stati i protagonisti della grande prosa di Bolzano. Il 25 ottobre sarà in onda su Rai Tre, è l’inizio di un nuovo cammino sulla scena nazionale?

No, per carità. Intanto la trasmissione di “Acciaierie” è sulla rete regionale, ma proprio non ho ambizioni del genere. Succedesse mica ci sputo su, chiaro, ma cercherò solo di fare il mio lavoro bene. Come sempre. Invece mi ha fatto molto piacere che “Acciaierie” sia risultato il secondo spettacolo più apprezzato della stagione teatrale di Bolzano. Un bel colpo davvero.
 
Debutta in teatro con la compagnia del papà Silvio. Oggi ad Andrea Castelli, cosa è rimasto del papà?

Tutto. Ora non recita più, ma sta bene. Lui sul palco era un grande, al limite della commozione dal bravo che era. Non aveva dei metodi didattici proprio sottili, come regista, ma se uno era furbo rubava, lo guardava recitare e rubava. Non ha avuto grandi soddisfazioni da Trento, questo lo devo dire. Dai trentini sì, ma la parte istituzionale della città è ingrata ed invidiosa per natura. E lo è tuttora. È stato messo in un angolo troppo presto. Sul palcoscenico spesso mi riconosco in lui, specialmente nella gestualità.
 
Nell’ambiente del teatro è possibile coltivare vere amicizie?

Perché no?
 
Come libero artista, in questi ultimi anni, cosa sente sia accaduto, emerso dalla società contemporanea?

Ho visto dei grandi passi all’indietro.
 
Siamo inondati da notizie, di gossip, di finte verità, di arrivismo, in questo mare di nullità , quale consiglio sente di trasmettere ai giovani?

Nulla. Nessun consiglio, perché la maggior parte dei giovani è intelligente e sa scegliere. Quelli che si fanno infinocchiare dai falsi modelli sono una minoranza. Purtroppo, ed ecco la nota dolente, è che le minoranze rumorose fanno scrivere le notizie ai cosiddetti “media”. Mi spiego meglio: se all’happy hour ci sono cento giovani intelligenti e due cretini che pisciano sui muri, la stampa parlerà dei due cretini. Questo è il livello dei tempi moderni.
 
Prossimamente vedremo Andrea Castelli a...

Per lo stabile di Bolzano siamo alle prove di “La professione della signora Warren” di George B. Shaw, regia di Marco Bernardi, Con Patrizia Milani, Carlo Simoni, Gaia Insenga, Massimo Nicolini e Riccardo Zini. Saremo in tournè da ottobre a febbraio 2010.
 
Per tutte le tappe della tournée si veda il mio sito: www.andreacastelli.it.
 
 
 
 

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