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Intelligenza artificiale: che cosa ci attende nel 2018?

La ricerca scientifica e tecnologica sull'AI e le relative applicazioni sono cresciute con ritmo impressionante nel 2017. Che cosa succederà nel nuovo anno, e perchè è opportuno informarsene per tempo.

di Gianpiero Negri 

Il 2017 è stato un anno davvero esaltante per le applicazioni della intelligenza artificiale, nei settori più disparati: OggiScienza ha affrontato ampiamente questo tema, descrivendo alcune tra le principali ricadute in bioinformaticaastrofisica, nell’industria e nella società.

Tuttavia, sebbene tutto il settore possa considerarsi sempre in fortissima crescita ed espansione, nel corso del prossimo anno assai probabilmente si andrà incontro a diverse rimodulazioni e calibrazioni che, senza determinare un’inversione del trend, segneranno una crescita verso una dimensione di maggiore maturità sia delle tecnologie che del mercato.

Un’analisi lucida e puntuale su quello che c’è da attendersi per l’anno prossimo venturo è stata pubblicata su Forbes: cerchiamo di analizzarne gli aspetti principali.

Prima di tutto, si sgonfieranno di molto le idee e le applicazioni più esotiche ed astratte a vantaggio di una maggiore concretezza: per intenderci, molti dei miti più diffusi sull’AI, spesso ereditati da una ardita tradizione cinematografica anni ’80 e ’90, andranno sempre di più a cadere nel dimenticatoio.

Scordiamoci dunque di vedere robot terminatori provenienti dal futuro che si aggirano armati per le strade delle nostre città, o androidi senzienti che si struggono per amore del loro proprietario o partner umano: la ricerca e le applicazioni saranno sempre di più orientate ai ‘piccoli passi’ nella direzione del miglioramento delle tecniche di machine learning per l’esecuzione di task molto concreti ed utili, come quelli discussi nel preambolo: scoprire nuovi pianeti o stelle, realizzare macchine più sicure per l’uomo, agevolare la scoperta di nuove diagnosi o terapie per le malattie più gravi.

Un altro leitmotiv della ricerca e dell’impresa nel settore dell’AI sarà la sempre maggiore disponibilità di finanziamenti, sia pubblici che privati: il motivo fondamentale è che la consapevolezza dei governi e dei grandi player industriali della potenzialità delle tecniche di intelligenza artificiale, oltreché i timori di ‘perdere il treno’ della innovazione tecnologica e soccombere alla dura legge del mercato, sono aumentati di molto nel corso dell’ultimo anno.

Su questo versante, il tema dei veicoli e delle macchine autonome, emerso già da qualche anno ormai, sta assumendo una importanza sempre più rilevante: uno dei motivi principali è che si tratta di un ambito che richiede ricerche e tecnologie sempre più avanzate, e di fatto si configura in molti casi come un terreno vergine sia per i fornitori di componenti e sistemi che come argomento per ottenere finanziamenti governativi ingenti in ambiti molto avanzati. Un esempio su tutti? I progetti della divisione Autonomous Systems del Jet Propulsion Laboratory della NASA.

Un altro aspetto molto rilevante è che, per il 2018, si comincia a profilare una sorta di meccanismo di ‘selezione naturale’ dei filoni di ricerca e applicazione nell’ambito.

Questo perché diversi programmi ambiziosi, che hanno previsto lo stanziamento negli anni scorsi di ingenti finanziamenti, hanno statisticamente una probabilità non trascurabile di fallire senza raggiungere lo scopo prefissato.

E, si sa bene, nell’ambito della ricerca un fallimento può portare molte lessons learnt, ma anche far propendere i finanziatori verso la scelta di desistere dal procedere in una certa direzione, per quanto la si fosse ritenuta promettente agli esordi.

Quale, allora, la strada da perseguire per chi intenda avviare una impresa nel settore? Lo si ricordava poco più su: privilegiare concretezza e chiarezza di intenti. Per intendersi, pensare di progettare una nuova generazione di androidi con cervello positronico con elevato grado di empatia è sicuramente un obiettivo affascinante, ma non molto realistico. Invece, sviluppare un nuovo sistema di riconoscimento dei gesti delle mani per comandare da remoto dei dispositivi può essere un tantino meno avveniristico, ma sicuramente più perseguibile nel breve/medio periodo.

Anche per chi non aspira a creare una nuova azienda, ma che semplicemente si preoccupa per tempo di quale corso di laurea o specializzazione scegliere per avere più opportunità lavorative, è opportuno cogliere questi input, soprattutto se ci si orienta verso professioni ingegneristiche o tecnico-applicative: che ben vengano, quindi, le idee più ardite e la ricerca di base più specialistica ed evoluta, ma sempre con un occhio alla applicabilità e alla spendibilità.

E proprio sulle modalità avanzate di interazione con le macchine si continuerà ad investire in modo molto importante.

In particolare, saranno ulteriormente potenziate le interfacce vocali, che consentono di catturare comandi senza utilizzare tastiere o altre periferiche ingombranti e, soprattutto, consentire di avere la visuale e le mani libere. Con un notevole incremento di efficienza e di sicurezza.

Su questo versante, qualche sorpresa potrebbe riguardare lo sviluppo di automi in grado di sostenere una conversazione in modo credibile, evitando magari le trappole che nel corso del 2017 hanno causato non poco allarme in giro per il mondo.

Nell’ambito della robotica avanzata, ci si potrà attendere una sempre maggiore evoluzione nel campo dei robot utilizzati per la cura di pazienti con bisogni speciali, come gli anziani, o i malati di Alzheimer o Parkinson: difficile, se non impossibile, pensare invece che sarà già disponibile una parvenza di comportamento realmente senziente da parte di una macchina o di un robot.

In effetti questo ultimo aspetto rappresenta una vera e propria frontiera, e un problema filosofico, prima ancora che tecnologico: come fare in modo che una macchina possa realmente sviluppare consapevolezza? Può una ‘mente’ di silicio o germanio che esegue calcoli o algoritmi, per quanto sofisticati, comportarsi come un cervello umano?

C’è chi sostiene di sì, e chi sostiene che no, invece, non sarà mai possibile, per il semplice fatto che il cervello umano non esegue nulla che assomigli nemmeno vagamente a dei calcoli nel senso aritmetico o matematico tradizionale.

Che dire: chi vivrà vedrà, magari non nel corso del 2018, che comunque, i lettori lo avranno intuito, si avvia ad essere un altro anno davvero straordinario per la ricerca e le applicazioni nell’ambito della intelligenza artificiale.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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