Il 23 Maggio 2010 è stata decretata ’la giornata nazionale per la promozione della lettura’ lanciata con una campagna intitolata ’Se mi vuoi bene, il 23 maggio regalami un libro’.
Maggiori informazioni e alcune annotazioni preliminari dal
sito di Panorama, Valeria Merlini il 20 maggio 2010.
QUI il sito delle iniziative.
Dal 24 Maggio in poi saranno rintracciabili eventuali tracce dell’ennesima ’giornata nazionale’ nonché eventuali commenti, esperienze, opinioni su iniziative, statistiche di vendita, e quant’altro abbia eventualmente scatenato l’abbinamento ’bene’ e ’libro’.
Il silenzio, eventualmente, costituirà altra traccia, non meno rilevante.
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Si terrà sabato 29 e domenica 30 Maggio presso il Castello Malaspina di Fosdinovo in Liguria.

Le iniziative organizzate riempiono le due giornate di interventi, voci, creatività differenti, tese a virare tra tematiche, intenti e dibattiti.
Si discuterà di critica letteraria, ad esempio, un’anticipazione:
alla ricerca del vocabolario perduto. Ma anche della ‘Responsabilità dell’autore’ che da tempo scatena commenti, interventi e contrasti in seguito a una serie di interviste che la Redazione di N.I. ha espressamente iniziato a pubblicare dal 20 gennaio 2010 (primo intervento di
Helena Janeczek, tutte le pubblicazioni sono rintracciabili da QUI).
La Festa non prevede alcun pagamento per l’accesso, sarà necessario organizzare eventualmente il pernottamento nei paraggi.
Qui il programma per intero.
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Su
Satisfiction, Gian Paolo Serino resoconta a modo suo la Fiera del Libro di Torino (alla quale ha partecipato), un estratto:
“Se la Fiera del Libro di Torino fosse esistita negli Anni Trenta avrebbe salvato delle vite umane, perché i tedeschi ti ci avrebbero deportato anziché mandarti in un campo di concentramento, peggio che stare a casa ma sempre meglio di Auschwitz. Invece qui ci vengono spontaneamente, come tra poco andranno al mare, magari a piedi, viste le conferenze con titoli radical-prodiani come “Il bello della lentezza, la filosofia dell’andare a piedi e in bicicletta al tempo del suv”. E ci mancava solo l’India, quest’anno, come “paese ospite” del Salone (ma perché deve esserci un paese ospite?), sarà per questo che ogni anno il mostruoso ammasso moribondo di stand è tumulato nel Lingotto, sarà per questo che mi coglie un senso di nausea ogni volta che finisco qui dentro, dove lo spettro degli Agnelli si aggira per i Padiglioni, una retorica vaporizzata da Fiat New Age aleggiante nei corridoi, sui libri, nei loculi degli espositori più sconosciuti, negli incontri ravvicinati del terzo tipo con gli autori che non vorresti mai incontrare, nel girovagare sonnambolico dei visitatori e degli addetti ai lavori funerari.
È per questo che colorano i saloni, la Sala Blu, la Sala Rossa, la Sala Gialla, per farli sembrare un allegro Kindergarten o l’ingrandimento in scala di una camera da letto di Malgioglio mentre, varcata la soglia, si celebrano omelie da brivido, per nascondere la morte come Andy Warhol la rappresentava nelle sue electric chairs intonate al colore delle tende, e molti standisti si sono adeguati e listati a lutto, è nero Rubettino, è nero Aragno, è nero Gaffi, è nero il buco nero di Fazi, è nera la Fandango e è nera Nottetempo dove c’è anche uno standista nero vestito di nero. Il simbolo del salone invece è un albero, identico a quello di Avatar.
Grazie all’India, tra l’altro, il salone è più radicalchic e sdilinquito del solito, dalle conferenze sulle “tecniche mnemoniche dei pandit” ai testi vedici e tanta spiritualità a buon mercato profusa nelle sale e nel caffè e nelle sporte di libri e take-away gastro-meditativi che vengono recapitati negli stand dalle standiste più attive, incaricate del mangime. Si possono ascoltare “le più belle pagine di Gosh e Deshpande” e mirabili incontri con altri venerabili scrittori come Sahitya Akademi e Tishani Doshi e Kiran Nagarkar e Kiran Deasi e ovviamente “la condizione delle donne in India” di cui parla Anita Nir e altre chicche come “il sari rosa e il movimento di liberazione delle donne” e chi se ne fotte, qui abbiamo ben altri problemi, siamo già alle prese con le donne in Italia per le quali se dici a una che è bella offendi sia le brutte che le belle, le prime per esserti appellato a una gerarchia estetica le seconde perché sottintendi che non abbiano un cervello. Nessuno piuttosto che spieghi a questi scrittori indiani che a noi con l’India i coglioni ce li hanno già rotti gli occidentali che ci vanno almeno una volta nella vita per rovinarci la nostra, tornando tutti spiritualizzati e felici di aver ritrovato “se stessi”, insomma abbiamo finito le scorte di attenzione e a guardare quel puntino in mezzo alla fronte, il kumkuman o come diavolo si chiama, ci viene in mente solo il mirino laser di Half-Life 2 quando arrivi nel paesello degli zombi e devi farli fuori tutti per salvarti.”