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Inchiesta sui Testimoni di Giustizia 01: Piera Aiello: «testimonio ma non mi pento»

Prima puntata dell’inchiesta sui Testimoni di Giustizia. Nei prossimi giorni anche altre interviste, articoli, indagini e documenti audio e video. Il lavoro, inziato su Left avvenimenti, prosegue su Agoravox.it. La ricostruzione del lavoro di 8 mesi su uno dei punti più delicati dell’amministrazione della giustizia nel nostro Paese. In collaborazione con TeleJato e l’associazione Rita Atria.

Diciassette anni sotto protezione per aver deposto contro la mafia in un processo avviato da Paolo Borsellino.
Una nuova identità e una vita che la burocrazia vede solo come un "cancro"


di Pietro Orsatti

intervista alla testimone di giustizia Piera Aiello

Dopo 17 anni, Piera Aiello vive ancora sotto protezione. È una testimone di giustizia, non una pentita di mafia. Una donna che, nel 1991, si rivolse spontaneamente alla magistratura per raccontare quello di cui era a conoscenza, consentendo l’arresto di decine di mafiosi e l’apertura di stralci di inchiesta sugli intrecci fra mafia e politica nella zona di Partanna in Sicilia occidentale. A un mese dall’anniversario della morte di Rita Atria, sua cognata e anche lei testimone di giustizia morta suicida nel 1992 poco dopo la strage di via D’Amelio, racconta la sua esperienza di "protezione" offrendo un quadro di quale sia stato il modello applicato in questi anni dallo Stato per tutelare e aiutare chi ha scelto spontaneamente di testimoniare. Ha iniziato il suo percorso di testimone di giustizia con Paolo Borsellino, in un periodo in cui lo Stato non era probabilmente ancora pronto ad affrontare la "gestione" di un cospicuo numero di testimoni e molto era affidato alla gestione diretta di questo o quell’altro magistrato o funzionario.

È cambiato qualcosa da quel periodo?
Sono entrata nel programma di protezione quando ancora c’era l’alto commissario, un sistema che ho vissuto per poco tempo. Difficile giudicare la sua gestione. Penso solo che si sono ritrovati con un "problema" di testimoni e pentiti che non conoscevano e soprattutto non facile da risolvere tanto è vero che dopo poco hanno costituito il servizio centrale di protezione che, a mio parere, non ha risolto assolutamente nulla. All’interno del servizio hanno posto dei funzionari che hanno sostenuto esami di ammissione come carabinieri, poliziotti, finanzieri, senza pensare al fatto che forse occorrevano anche psicologi, psicopedagogisti, insomma qualcuno che ci aiutasse a superare il trauma dell’esilio e della perdita di identità. La mia sensazione è sempre stata che non distinguevano tra collaboratori e testimoni. Eppure c’è una bella differenza. Quando c’era "zio" Paolo - chiamavamo così, affettuosamente, il giudice Borsellino - molte volte questi si arrabbiava se qualcosa non andava nel rapporto fra noi e il servizio; appena chiamava lui si mettevano sull’attenti, sistemava tutto. Molti di loro ancora oggi ci chiamano collaboratori di giustizia, nessuna distinzione.


Anche i media spesso alimentano l’equivoco fra "collaboratore" e "testimone" di giustizia. Secondo lei le autorità che si occupano delle questioni di "protezione" sono in grado di fare la giusta differenza?
Come ho detto prima si fa confusione tra pentiti e testimoni, e i media non sono da meno. In molte occasioni funzionari del servizio, l’onorevole Mantovano, e molti altri, hanno sostenuto che il testimone deve essere gestito. Gestito? Noi non siamo animali che non riescono a badare a se stessi, ma vogliamo che ci tendano una mano per accompagnarci a nuova vita. Evidentemente pensano che siamo contagiosi e risulta più facile tenerci alla larga. Come appestati. Penso altresì che con le persone giuste la cosa si possa risolvere, ma gira e rigira ci sono sempre gli stessi funzionari. Sono testimone da diciassette anni e francamente non ho visto ancora una degna soluzione al problema.


Si è ritrovata a dover gestire da sola molti aspetti della sua vita "sotto protezione", fra cui quelli del "non avere identità", fiscale, sanitaria, eccetera. Cosa ha significato per lei anche in termini psicologici e umani? E in termini strettamente pratici, dalla salute alla normale amministrazione come scuola, anagrafe, codice fiscale, proprietà, assicurazioni?
Vivere senza identità è una cosa che può portare alla follia. Inventarsi il proprio nome e cognome per anni e dover spiegare a mia figlia che non doveva rivelare il suo vero nome alle amichette non era una cosa banale. Per quasi sette anni sono stata un fantasma, non votavo, non avevo un medico, non sapevo a chi rivolgermi se mi succedeva qualcosa. Non trovare nessuno quando hai bisogno è a dir poco drammatico. Mi sono cercata un prestanome, poi sono riuscita a mettermi in contatto con Nadia Furnari dell’associazione antimafia "Rita Atria" che per tre anni mi ha prestato i documenti, ad esempio il codice fiscale per farmi fare le ricevute. Siccome una serie di beni erano intestati a Nadia abbiamo ritenuto opportuno autodenunciarci al servizio centrale in quanto nessuno senza un permesso specifico può venire in una località segreta a trovarmi. Quando siamo andate al servizio centrale a ritirare i documenti definitivi è successa una cosa incredibile, non volevo credere alle mie orecchie. Avevano augurato buona fortuna a Nadia e non a me. Mia figlia l’ho iscritta a scuola da sola, grazie ad un direttore padre di famiglia, non mafioso, al quale ho spiegato la mia posizione e che mia figlia aveva diritto allo studio. Il servizio centrale di protezione si è accorto che esisteva mia figlia quando andava già in terza elementare.


Nei suoi molti anni sotto protezione, ha visto cambiare governi, funzionari e gestioni. Cosa è mutato e quanto "la politica" secondo lei influenza un aspetto così delicato della giustizia?
Ogni volta che si insediava un governo nuovo bisognava ricominciare daccapo. Avevamo pratiche avviate con imminenti conclusioni. Poi lo stop e bisognava iniziare tutto daccapo. Ho vissuto governi di centrodestra e di centrosinistra ma vi posso garantire che nulla cambia, tutto peggiora. Siamo stati definiti dei vecchi cancri. Non occorre spiegare come ci si può sentire a essere definiti così. Vi lascio immaginare il mio stato d’animo visto che credo di aver dato la vita per la giustizia e per lo Stato italiano. Ho urlato che il testimone è un essere umano, non è politica, ma come sempre non vogliono ascoltarmi. Per questo chiedo di urlarlo con me, con noi: non siamo politica!
 

Commenti all'articolo

  • Di Paolo (---.---.---.173) 8 ottobre 2008 22:09

    Capisco che questi testimoni si trovino veramente in una situazione assurda. Vivere senza poter mostrare la propria identità ed in molti casi relegati dal resto della società può portare dopo lungo tempo al dissenno.
    Purtroppo istituzionalmente questo è un problema che non esiste al di là del necessario supporto logistico e di protezione fisica.
    E come giustamente riporta la sig.ra Piera è indispensabile un supporto socio-psicologico guidato da specialisti.
    Mi auguro che anche questo articolo possa risvegliare qualche coscienza.

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