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  Home page > Attualità > Cultura > (In)ter(per)culturando: ’Il rifugio magico’ di Norman Manea
di BarbaraGozzi (sito) giovedì 11 agosto 2011 - 0 commento oknotizie
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(In)ter(per)culturando: ’Il rifugio magico’ di Norman Manea

Ci sono storie capaci di entrare nell’immaginario del lettore sin dalle prime pagine.

In alcuni casi è l’incipit ‘l’ago della bilancia’, più ragionevolmente lo diventano i primi capitoli, la loro capacità di rapire il lettore convincendolo a proseguire.

Leggendo le prime pagine de ‘Il rifugio magico’ di Norman Manea (Il Saggiatore, 2010, traduzione dal rumeno di Marco Cugno) si ha l’impressione di essere risucchiati da un vortice.

Ne ripropongo alcuni stralci per meglio comprendere cos’è questa sorta di effetto risucchio che Manea costruisce con la semplice abilità di chi narra intensamente (di seguito ripropongo stralci delle prime quindici pagine che possono comunque essere visionate per intero on line, dalla scheda del libro presso l’editore sono state pubblicate in visione gratuita dal web le prime quarantotto pagine oppure si può scaricare direttamente sul proprio computer un file pdf con le prime quarantadue pagine).


Mattina nuova, intatta. Il braccio lungo e forte, da mago, innesca l’illusionismo del giorno. La Lada gialla si ferma rasente al marciapiede.
«Alla stazione. Penn Station.»
Sopra il volante, la foto e il nome dell’autista: Lev Boltanskij.
«Lei è russo?»
«Lo ero.»
Voce rauca. Faccia larga, occhi piccoli.
«Di dove?»
«Odessa.»
«Odessa è in Ucraina, se non sbaglio.»
«Unione Sovietica! Odessa, e dunque anch’io, siamo sovietici. Pochi sanno la differenza tra Russia e Ucraina. Lei non è americano.»
«Adesso lo sono. Come lei.»
No, non è necessariamente l’inizio del giorno… L’esordio era stato lo sconosciuto che tendeva una mano piccola, bianca, e un cartoncino bianco, immacolato, con lettere dorate.
(pag.9)

Questo è l’incipit.
Manea usa la doppia aggettivazione per fornire dettagli non invasivi, qui proposti con semplicità prima e dopo il breve dialogo (nuova-intatta, lungo-forte, piccola-bianca e bianco-immacolato).
La prima scena tratteggiata - un uomo che entra in un taxi, diretto alla stazione - s’arricchisce di alcuni dettagli rimanendo però vago nei contorni specifici al punto che basta un breve dialogo, appena alcune battute altrettanto sospese per poi cambiare completamente scena perché “non è necessariamente l’inizio del giorno”.
Manea usa frequentemente i puntini di sospensione, un uso per certi versi dal sapore ferroso, come in un libro dalle pagine ingiallite.

«Mi chiedevo se non le piacerebbe fare pubblicità. Uno spot televisivo. La paga è buona.»
E, prima di lui, il piccolo dottor Koch. E, prima ancora, il pensiero rivolto a Lu, lo smacco di un incontro mancato .Il presente! Il presente, mormora il pedone. Il motto della sua nuova vita: il presente. Nient’altro: il presente! Nella vita precedente esistevano il passato colpevole e l’avvenire radioso, ma rinviato. Adesso, però, adesso…
(pag.9-10)

“L’inizio del giorno”, dunque, prima del taxi, ha portato un altro incontro, un uomo che allunga un biglietto da visita proponendo al personaggio di partecipare a uno spot televisivo. Ma “il giorno” è iniziato molto prima, con un altro incontro stavolta di una vecchia conoscenza (il dottor Koch); e prima ancora ci sono stati ragionamenti e ricordi che il personaggio stesso ha fatto di e su Lu.
In sostanza Manea riavvolge il nastro, e lo fa a rapidità supersonica, recuperando appena i ‘tag’ dei singoli eventi: ricordare Lu, il dottor Koch, lo sconosciuto con il cartoncino bianco e le lettere dorate, il taxi.
Ma c’è un presente, Manea centrifuga il lettore recuperando i fili di eventi differenti che intende proporre ‘giocando’ sui piani temporali, mischiando gli ‘ora’ a riproporre ogni singola scena con calma e parsimonia.
Il risultato è per l’appunto un risucchio.


«Ci pensi. Ha il mio biglietto da visita, mi telefoni. Se ci ripensa, mi telefoni.»
«Grazie. Gliel’ho detto, io non…»
«Never say never, come si dice da noi. Non è americano ,vero?»
«Perché non dovrei esserlo?… Gli americani non giocano a scacchi? La Coca-Cola la bevono, comunque. Anche la Pepsi. Io non la bevo, ma a scacchi ci giocavo. In gioventù.»
«Vede? Lo sapevo io. Ha la faccia giusta. Ci pensi. Ha il mio numero, mi telefoni. Come si chiama?»
«Peter.»
«Peter e poi?»
«Peter.»
«Ok, Peter, me lo ricordo. Mi chiami.»
«La faccia giusta!» bofonchia il pedone Peter, rimasto solo all’angolo tra Broadway e la 63ª Strada. Così crede il produttore, se lo sarà davvero. Una giornata gradevole, no, dottor Koch? James Curtis, produttore di pubblicità, mi ha offerto la pubblicità del giorno, dottore! Ecco, mi sono guardato allo
specchio Curtis.
(pag.11)

Dopo aver riavvolto il nastro, lasciando al lettore appena la possibilità di annusarne alcune indicazioni, Manea riparte da un punto preciso, l’incontro con “lo sconosciuto” che diventa poi “il pedone” e “il produttore di pubblicità”.
Si manifesta così, un’altra caratteristica della scrittura di Manea in questo romanzo: il variare la ‘denominazione’ di un personaggio a seconda del contesto. Una caratteristiche che diventerà ancora più evidente nelle pagine successive quando identificherà il personaggio stesso in diversi modi.

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di BarbaraGozzi (sito) giovedì 11 agosto 2011 - 0 commento oknotizie
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