Nella puntata della trasmissione Annozero di giovedì 12 maggio scorso, su Raidue, è andata in onda anche l’intervista ad una donna visibilmente invasata che, partecipando ad una manifestazione politica della campagna elettorale milanese, brandiva un cartello, ricavato da una prima pagina de Il Giornale, con il quale chiedeva di processare il magistrato Ilda Boccassini.
La cittadina indossava addirittura una toga e, di fatto, si nominava giudice affermando di voler mettere sotto processo i magistrati: giustizia sommaria fai-da-te per conto terzi. Interpellata dal giornalista, la cittadina travestita ha infatti risposto decisa: “Io oggi processo tutti i pm, i magistrati. Perché? Perché Berlusconi è innocente”. Le telecamere hanno mostrato che si dimenava come un’ossessa sostenendo che il bunga-bunga non sarebbe altro che un “ballo bellissimo”, del quale la travestita da giudice improvvisava perfino i passi, producendosi poi in una piroetta e facendo svolazzare con la mano sinistra la toga che, abusivamente e indegnamente, aveva addosso. Tutti abbiamo così assistito al dileggio pubblico della toga. Ciò ha provocato in me rabbia, tristezza e dolore.
La toga non è un abito da Carnevale che chiunque può vestire ma è quel mantello portato con responsabilità e sacrificio da fedeli e capaci servitori dello Stato, di ieri e di oggi, molti dei quali sono morti ammazzati dal terrorismo e dalla mafia.
Bisognerebbe riscoprire di più un grande giurista come Piero Calamandrei: “Amo la toga, non per le mercerie dorate che l’adornano né per le larghe maniche che danno solennità al gesto, ma per la sua uniformità stilizzata, che simbolicamente corregge tutte le intemperanze personali e scolorisce le disuguaglianze individuali dell’uomo sotto la divisa della funzione. La toga, uguale per tutti, riduce chi la indossa a difesa del diritto”.
La toga è il simbolo della funzione giudiziaria, dell’attività forense, e di tutti coloro che per la giustizia hanno dato la propria vita. Qualche nome? Francesco Coco, Vittorio Occorsio, Riccardo Palma, Girolamo Tartaglione, Fedele Calvosa, Emilio Alessandrini, Giorgio Ambrosoli, Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini, Mario Amato, Guido Galli (che fu ucciso con il codice tra le mani proprio a Milano…), Pietro Scaglione, Cesare Terranova, Gaetano Costa, Giangiacomo Ciaccio Montalto, Bruno Caccia, Rocco Chinnici, Alberto Giacomelli, Antonino Saetta, Rosario Livatino, Antonino Scopelliti, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino.
Un tributo altissimo di sangue versato per la legalità. Persone alle quali sono infinitamente grato.
Anche ora ci sono magistrati in prima linea, alcuni costretti per le minacce a vivere da anni sotto scorta, che rischiano la pelle ogni giorno. Ed è anche dopo aver visto, nei funerali di stato, le toghe di questi eroi adagiate sulle bare accanto al tricolore che tanti di loro hanno intrapreso, ancora più determinati, la professione perché colpiti dall’esempio limpido, dalla testimonianza autentica e profonda, di questi martiri della giustizia. Dopo quegli attentati mortali, molti giovani magistrati chiesero di poter sostituire i colleghi caduti e di essere trasferiti proprio nelle sedi più difficili e pericolose della Penisola. Ilda Boccassini è una di loro. Dal Nord scese volontariamente in Sicilia per perseguire i colpevoli delle stragi nelle quali persero la vita Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le loro scorte. Poi è tornata a Milano ad indagare su mafia e terrorismo, non solo sull’attuale presidente del consiglio.
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