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di Lou Del Bello (sito) mercoledì 1 dicembre 2010 - 1 commento oknotizie
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Il vento che uccide le montagne

Non è la giornata migliore, per addentrarsi nei boschi e scalare i pendii di Monte dei Cucchi, nel Comune di San Benedetto Val di Sambro. C’è nebbia, a tratti una pioggerella sottile che gela le dita. Eppure, arrancando dietro la mia guida, mi sento fortunata perché tra un anno o due questi alberi non esisteranno più.

Al loro posto, un mega impianto eolico, delicatamente promosso come “parco”, composto da 24 pale per oltre 20 megawatt complessivi di potenza, attualmente, ma non per molto, il più grande del nord Italia. Siamo a oltre 1100 metri di altezza, e Alberto Cuppini, membro del Comitato Monte dei Cucchi e mio accompagnatore, assicura che nelle belle giornate il panorama è davvero suggestivo.

Nonostante le nuvole che avvolgono il crinale, aguzzando la vista si scorge l'impianto di Monte Galletto, primo esperimento realizzato nel 1999 che conta dieci torri monopala da 350kw l'una. Definito finanche dalla Provincia un fallimento, in quanto “inefficiente e rumoroso”, l'impianto ha comunque spianato la strada a una serie di progetti sempre più imponenti, di cui quello di Monte dei Cucchi non è l'ultimo né il più ambizioso. É infatti in corso di progettazione un “parco” nel vicino comune di Monghidoro, sempre in provincia di Bologna, della potenza complessiva di 36 megawatt.

Le principali critiche alla tecnologia eolica applicata ai nostri monti riguardano da un lato il paesaggio e l'ecosistema, dall'altro l'efficienza. “A Monte Galletto l'anno scorso le pale hanno funzionato in modo utile per sole 848 ore su 8760 complessive. È evidente – spiega Cuppini - che una resa del genere è tanto bassa da non giustificare investimenti economici di grande portata, come quelli necessari per installare le torri eoliche”. Ma allora dove sta il guadagno? “La parola magica è 'certificato verde'. Con questi incentivi statali, tra i più alti d'Europa, il mercato è totalmente falsato e investire sul vento conviene sempre, anche quando gli impianti rendono pochissimo”.

Mentre arranchiamo nel fango, stretti nelle giacche a vento, Alberto mi mostra grazie a un dispositivo satellitare la posizione esatta delle torri che verranno: molte sorgeranno dove ora vi sono boschi fittissimi di alberi pregiati, come conifere o faggi. Le conifere, mi fa notare, sono specie alloctone, piantate all'inizio degli anni Cinquanta dopo la gigantesca frana che nel 1951 ha creato il lago di Castel dell'Alpi. Da qui possiamo vederlo, grande specchio d'acqua circondato da alberi, che non porta memoria del cataclisma che lo ha generato. I sempreverdi che ora danno un tocco di colore al bruno della montagna autunnale dovevano servire a contrastare le frane, tipiche di questa zona geologicamente instabile. Durante il nostro giro ne incontriamo diverse, alcune delle quali hanno bloccato le strade ormai da mesi.pala

Disboscare completamente la montagna per realizzare le infrastrutture necessarie alla costruzione dell'impianto (grandi strade per il trasporto dei materiali, piazzole per i lavori) comporterà quindi un rischio idrogeologico concreto e grave, mettendo in pericolo anche la sicurezza dei centri abitati.

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di Lou Del Bello (sito) mercoledì 1 dicembre 2010 - 1 commento oknotizie
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Bologna Eolico

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