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 Home page > Tribuna Libera > Il trionfo del no al referendum? Quel risultato è ripetibile

Il trionfo del no al referendum? Quel risultato è ripetibile

Giunge da più parti, sommesso ma pressante, probabilmente con l’intenzione maligna di costringerti a scelte frettolose, l’invito a prendere parte attiva al tentativo in atto di ricomporre le forze della sinistra. 

Quello che insospettisce è soprattutto un errore grossolano, che pare banale ma non lo è: il ricorso al singolare, quel “tentativo” tendenzioso e inappropriato che, di fatto, non consente di capire di che e di chi si parli e lascia credere a una via obbligata. E allora diciamocelo: di tentativi in campo ce ne sono due: uno è di Pisapia, l’altro fa capo ad Anna Falcone e Tommaso Montanari.

D’accordo, gli incontrollabili “ben informati” o, peggio ancora, fonti così “riservate”, da risultare anonime e quindi – fino a prova contraria – totalmente inattendibili, fanno girar la voce di un accordo preso sottobanco sin dall’inizio, per il quale dopo un gran polverone, si finisce tutti sotto la stessa bandiera: quella del centrosinistra capeggiato dal PD. E allora sarà meglio dirlo subito: il PD di Renzi, azionista di maggioranza di un governo che produce decreti come quello Minniti, è del tutto estraneo alla sinistra.

Se fosse necessaria, ma non lo è, la risposta alla scorretta sollecitazione genera anzitutto una inevitabile domanda: Pisapia o Falcone? In realtà, chi prova a ragionare con la propria testa, scopre che il percorso è chiaro, così come chiaro si mostra il punto partenza: un progetto politico ha un futuro solo se rappresenta una risposta possibile a una domanda che nasce dalla realtà politica e sociale; se ha, cioè, una sua stringente attualità storica. Ricostruire una sinistra nel nostro Paese è una necessità storica. 

L’Italia, così come la conosciamo, è figlia di tre culture politiche ben distinte tra loro: liberale, cattolica e socialista. Ognuna aveva valori, pensatori di riferimento e un’idea di società e ognuna si era andata strutturando in grandi partiti di massa. Oggi non è così; oggi nessuna di quelle grandi famiglie politiche è autonomamente presente nella nostra vita politica; quel vuoto di rappresentanza ha determinato un’altissima astensione e la nascita di un nuovo, anomalo “terzo polo” senza storia e senza cultura di riferimento, costituito dal movimento di Grillo. Ci sono liberali dispersi nei diversi campi – anche in quello di una destra illiberale con fortissime venature autoritarie – ma non c’è una destra liberale. Non esiste un centro autonomo, ma una formazione berlusconiana, che non ha vita autonoma e sembra poter sopravvivere solo in simbiosi con un’altra parte politica – il cosiddetto centrodestra – e una sinistra snaturata e priva di identità, che a sua volta mostra di saper esistere solo come ala avanzata di un partito – il PD – che si definisce di “centro-sinistra”, ma scavalca continuamente a destra la Lega di Salvini e riporta in vita addirittura piccoli capolavori di violenza fascista, come ha fatto recentemente Minniti.

Di una sinistra autonoma, c’è solo un’abbondanza di sigle che stentano a rappresentare persino se stesse. Così stando le cose, la rinascita di una moderna e autentica sinistra non può e non deve coincidere con la proposta in campo di chi intende di fatto tornare a una formazione programmaticamente pensata come ala avanzata di uno schieramento di centrosinistra. Una iniziativa che rischia di cristallizzare un recente, fallimentare passato e allo stesso tempo un azzardo, perché, nei fatti, l’alleato di “centro” non c’è e se c’è vuole essere un baluardo del neoliberismo. Il cuore del problema è proprio qui.

Una sinistra autentica, che non intenda ripudiare la sua cultura, la sua storia e la sua tradizione è, infatti, geneticamente anticapitalista e assolutamente ostile al neoliberismo. In questo senso, personalità e gruppi politici che hanno finora professato dottrine neoliberiste, dando di fatto una mano a chi ha ridotto il Paese nella condizione in cui si trova, non possono essere legittimamente accolti nella sinistra che si va riaggregando. Né, d’altra parte, in una formazione che solleva la bandiera della Costituzione, può esservi posto per chi ha difeso il sì al referendum o si è schierato strumentalmente per il no, dopo aver lungamente negli anni contribuito a stravolgerla, portando il Paese in guerra e varando Bicamerali che meritarono l’elogio di Berlusconi e i voti leghisti.

Il compito di chi intende ricostruire la sinistra è quello di delimitare un perimetro difeso da un sistema valori , entro cui raccogliere esclusivamente forze che condividono un’idea di società anticapitalista e antiliberista. Dar vita a un organismo che sia la sinistra di uno schieramento parlamentare – il centrosinistra – destinato a governare il Paese più o meno come hanno fatto Renzi e Berlusconi, non solo non è la risposta a una necessità della storia, ma diventa un azzardo, perché un “centro” per la “sinistra” non c’è. Esiste una formazione di destra che presenta chiaro il suo biglietto da vista: il decreto fascista del Ministro Minniti.

Tracciare questo perimetro non è difficile; si può considerare, infatti, di sinistra chi ha pensato, sostenuto o anche solo votato per una malintesa “disciplina di partito”, la Buona Scuola di Renzi? E’ possibile caricarsi sulle spalle il peso di chi ha lasciato passare il Jobs Act e l’abolizione dello “Statuto dei lavoratori”? Che c’entra con la sinistra chi ha seguito Renzi e Berlusconi ai tempi dello sciagurato e chi ha consentito che un governo di dubbia legittimità, tenuto in piedi da un Parlamento di nominati, grazie a una legge fuorilegge, stravolgesse la Costituzione, inserendovi il pareggio di bilancio e il Fiscal Compact , con tutto quanto ne è poi derivato? Questi personaggi dovrebbero cercare casa a centro e se un centro non esiste, dovrebbero lavorare per farlo nascere. In questo senso, lavorare concretamente per la rinascita di un’autentica sinistra, vuol dire anche creare le condizioni per spingere altri a ripristinare un quadro politico realmente costituzionale.

C‘è poi il mondo dei movimenti, ci sono le grandi esperienze di lotte territoriali, come quelle della Valsusa, c’è il laboratorio Napoli, con un esperimento di neomunicipalismo e quella “rivoluzione con il diritto” che significa, in estrema sintesi, stretta osservanza delle leggi costituzionali, rispetto a quelle ordinarie, quindi “disobbedienza”. Sullo sfondo c’è il vasto popolo della sinistra che non vota, perché non è rappresentato e che, però, quando decide di votare fa saltare il banco, com’è accaduto con il referendum.

Ecco, questo significa lavorare per riaggregare la sinistra. Una sinistra anticapitalista e costituzionale, quindi nemica della guerra, decisa ad abolire una ad una le riforme incostituzionali di Monti e di Renzi, a ripristinare e applicare all’intero mondo del lavoro lo statuto dei lavoratori , pronta a cancellare l’Invalsi e l’Anvur, a difendere l’Europa di Spinelli, chiedendo che L’Unione Europea si dia una Costituzione fondata su un modello parlamentare e approvata dai popoli che intende unire.

E’ vero, questo comporta dei sacrifici e mette fuori gioco figure di rilievo che hanno un nome e una storia, ma si tratta di gente che da molto tempo ormai ha divorziato dalla sinistra. Di un peso di cui occorre liberarsi.

Chi avrebbe giocato un centesimo bucato sull’esito così clamoroso del referendum? Sarà un’illusione, ma quel risultato può essere ripetuto.

Questo articolo è stato pubblicato qui

Commenti all'articolo

  • Di GeriSteve (---.---.---.92) 19 luglio 2017 11:49

    L’Italia figlia di tre culture politiche : liberale, cattolica e socialista.
    E’ vero, ma è anche falso, perchè dentro quelle tre culture già esistevano fortissimi contrasti, più forti dei contrasti fra le tre culture.

    I liberali onesti, illuminati e progressisti erano contrapposti a liberali ottusamente attaccati ai loro privilegi e reazionari; i cattolici avevano la contrapposizione fra i cristiano sociali e i clericali che sostenevano tutti i poteri indecenti; i socialisti avevano la contrapposizione anarchica libertaria con il comunismo stalinista e la dittattura cosiddetta del proletariato, che invece è sempre stata la dittatura di chi comandava il partito.

    L’Italia figlia di tre culture politiche. E’ vero, ma è anche falso, perchè non si può comprendere la degenerazione dell’Italia seguendo le linee culturali.

    L’Italia è stata dominata e rovinata dalla mafia, dalla corruzione e dagli intrighi di poteri occulti. Nessuna di queste tre "forze" è riconoscibile sotto quelle etichette culturali, e neanche sotto la semplificazione destra-sinistra.

    Così come non ci si può fidare di chi ha sostenuto il SI’ alla distruzione della Costituzione repubblicana, non ci si può neanche fidare di chi ha predicato contro il capitalismo mentre la mafia conquistava l’Italia e mentre lui si costruiva il suo potere dentro quel capitalismo così corrotto e così mafioso.

    "la nascita di un nuovo, anomalo terzo polo senza storia e senza cultura di riferimento" è quindi la logica conseguenza di quella brutta storia e dell’inefficacia di quelle culture. In quel terzo polo ci sono un sacco di inconvenienti e di pericoli, ma è soltanto da lì che può nascere il sol di una diversa classe dirigente, che non nasconda la sua corruzione e collusione sotto etichette ideologiche.

    GeriSteve

  • Di Giuseppe Aragno (---.---.---.212) 21 luglio 2017 09:53
    Giuseppe Aragno

    Come i fagioli presentano molte varietà, ma vengono da un unico ceppo, il Phaseoulus vulgaris, così accade per le culture politiche. I liberali si dividono per alcuni orientamenti, ma sono figli di un’unica famiglia. Se mai, si distinguono in liberali di destra e di sinistra e questo dimostra che quando diciamo destra e sinistra non semplifichiamo, ma facciamo riferimento a due sistemi di valore, due chiavi di lettura, due idee di società.
    In quanto ai contrasti, il "terzo polo" ha dimostrato nei fatti che non ne è immune Il conflitto è nelle cose e questo è un concetto che risale ai tempi della filosofia presocratica.
    Non so se esista una storia "brutta", ma se così fosse, deve evidentemente esistere una storia "bella" ed ho fondate ragioni per credere che di tutte le "etichette ideologiche, la peggiore sia quella che indica l’ideologia della non ideologia. In questo senso il "terzo polo" è un esempio davvero illuminante. 

  • Di Persio Flacco (---.---.---.43) 21 luglio 2017 19:46
    Le tendenze e le motivazioni di quel NO tondo che la maggioranza degli italiani ha opposto al tentativo renziano di stravolgere la Costituzione sono politicamente utilizzabili? Io credo di si, ma per un tempo limitato:se nessuno lo rivendica lo scoramento è dietro l’angolo. Questo pone un problema politico e di tempi.
    Il problema politico è che tra le organizzazioni che hanno sostenuto il NO, quelle che si possono definire di Sinistra, e che potrebbero valorizzare la tendenza maggioritaria espressa col referendum, sono una confusa moltitudine, non un soggetto unitario. 
    Gli altri soggetti, ben strutturati e dotati di identità unitaria, con i quali questa nebulosa si è trovata a fianco nella battaglia: Lega Nord, M5S, Forza Italia, in un caso non sono facilmente assimilabili ideologicamente alla Sinistra (M5S) e negli altri casi sono decisamente incompatibili con essa (Lega Nord e Forza Italia in particolare). 
    Così come incompatibile lo sarebbe oggettivamente Pisapia, che ha fatto campagna per il SI e che ora si propone con scarsa credibilità come leader di chi ha sostenuto il NO. 
    Più che come federatore della Sinistra Pisapia appare piuttosto come l’ennesimo promotore dello straniamento della Sinistra da se stessa.
    Insomma, riguardo alla possibilità che la nebulosa di Sinistra sia in grado di raccogliere unitariamente e valorizzare politicamente il risultato referendario l’ottimismo non appare giustificato. Le ripetute e costanti prove di rissosa e stupida inconcludenza che essa ha fornito in questi ultimi decenni non permettono di credere che ora possa superare nel breve termine i suoi antichi vizi e diventare l’efficace collettore delle positive tendenze maggioritarie espresse dagli italiani col voto referendario del 4 dicembre. Comunque non prima che vengano dissolte dalla deludente constatazione che le forze sconfitte dal referendum continuano, come se nulla fosse stato, ad essere saldamente in sella al potere.
    Tuttavia una speranza c’è. Al netto dei tatticismi di Lega e Forza Italia: più interessati a contrastare il partito renziano che contrari ai contenuti della sua riforma, è un fatto che oggettivamente la battaglia per il NO è stata una battaglia in difesa della lettera e dello spirito della Costituzione, della democrazia rappresentativa, della legalità repubblicana.
    Questi non sono obiettivi di interesse specifico o esclusivo della Sinistra, sono obiettivi condivisi da tutte quelle forze politiche, organizzate o no, di ogni ispirazione ideologica, che non intendono più tollerare la degenerazione partitocratica, intrinsecamente corruttrice del quadro istituzionale, sociale, economico italiano, rappresentata in quella occasione dal renzismo e dai suoi collaterali.
    A prescindere dalle intenzioni, dai tatticismi, dai calcoli politici, ciò che ha espresso il fronte del NO è stata la volontà di difendere la Costituzione repubblicana e di dare ad essa piena attuazione.
    Questo implica la difesa della rappresentatività del Parlamento e della effettiva indipendenza dei parlamentari dal vincolo della disciplina di partito. Dunque riguarda la discussione sulla futura legge elettorale, la messa in discussione delle liste bloccate, dei premi di maggioranza, degli sbarramenti, e di tutti quei marchingegni che mirano a negare e limitare il diritto dei cittadini a scegliere liberamente i propri rappresentanti.
    Riguarda anche il recupero della effettiva indipendenza del potere Legislativo dalla tutela dell’Esecutivo e dunque da quella dei Partiti. Una indipendenza progressivamente erosa nel corso del tempo a vantaggio del Governo (dei Partiti) in nome della cosiddetta "governabilità", che ha condotto di fatto alla concentrazione del potere Legislativo ed Esecutivo nelle mani delle segreterie dei Partiti. Basti pensare che ormai la quasi totalità dell’attività legislativa è di iniziativa governativa (partitica), grazie al combinato disposto di leggi elettorali che in gran parte consentono ai Partiti di scegliere chi mandare in Parlamento e dell’istituto della Questione di Fiducia, inserito nei regolamenti parlamentari ma estraneo alla lettera e allo spirito della Costituzione, che consente di sciogliere il Parlamento che si dimostrasse riottoso a seguire le loro direttive.
    In sintesi l’eredità della vittoria referendaria non è appannaggio di una sola parte ideologico politica: appartiene a tutte le persone oneste e democratiche fedeli alla Costituzione, siano esse di destra o di sinistra. Per fortuna, aggiungo, perché sono sicuro che la inconcludente e miope nebulosa di sinistra la disperderebbe in un batter d’occhio in mille rivoli di meschina faziosità di bottega.

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